Domani sarò altrove

La colazione al bar, la mattina presto, da sola, con quotidiano, cornetto integrale e cappuccino è una gioia. Il bar che preferisco in questo periodo è proprio sotto casa, ci vado da sola con la mia due ruote, stamattina sono arrivata anche prima del solito per scegliere il mio tavolo preferito, sotto una terrazza assolata ma fresca. Tutto secondo i piani, ho aperto il giornale, felice di gustarmi il cornetto ancora caldo e il cappuccino con due dita di crema, quando dal tavolo accanto un tipo che avrà avuto la mia età chiede: “È tua quella macchina?”, indicando un’auto parcheggiata nello spazio riservato ai disabili. No, sono venuta a piedi, avrei detto se ne avessi avuto voglia, indicando con un sorriso la mia due ruote dalla quale mi ero appena alzata. Il rischio di aprire una conversazione era troppo forte però, sia che avesse capito la mia punta di ironia sia che non lo avesse fatto. Ho detto no e basta, continuando a leggere il giornale. “La mia è quella” ha continuato il tipo, facendomene vedere una parcheggiata in un altro spazio per disabili. A quel punto ho detto Ah, consapevole che avevo finito di leggere il giornale e con buona probabilità anche di fare colazione, e infatti lui ha continuato dicendo “Sai, ne ho diritto perché ho la sclerosi multipla”. In quel preciso istante, in cui ho dovuto piegare il giornale, fingere per decenza che fare colazione non era più così importante per me ma che anzi ero davvero interessata ad ascoltare le sue rogne, mi sono passate per la testa tutte le ore che in questi anni ho trascorso nelle sale d’attesa di ospedali e ambulatori medici. Me lo chiedo da anni: ma perché il malato ha un bisogno ossessivo di parlare dei suoi problemi, sempre e solo di quelli, delle diagnosi che crede sbagliate, delle liste di attesa sempre lunghe, degli infermieri che giudica mai più che scortesi, dei farmaci poco efficaci cercando di coinvolgere i compagni di sventura in un girone infernale di inutili e dannose chiacchiere? Mai visti tanti ordinari di medicina seduti nelle sale d’aspetto degli ospedali, pronti alla critica spietata verso primari con titoli riconosciuti in tutto il mondo. La difesa per chi vuole starne fuori non è possibile: parole, parole, parole parole che tramortiscono e annoiano. E una profonda noia ha avvolto anche la mia mattina, quella cominciata tanto bene, quella col quotidiano che non ho letto, quella col cappuccino che sono riuscita a bere solo quando ormai si era freddato e col cornetto che ho solo sbocconcellato. Finito il suo monologo il tipo se n’è andato, con la per me nota andatura da sclerosi multipla, ma non prima di aver detto che se domani sarò lì potremmo continuare con le nostre chiacchiere. Domani ci sarò certo, in un altro bar.

 

 

 

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Quella che prova a farcela

La sclerosi multipla entra nella tua casa senza suonare il campanello, si accomoda dentro spazi che prima appartenevano solo a te e che adesso lei fa propri. Non è facile convivere con questa ospite inattesa ma si può fare.

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