Un altro compleanno senza di te, papà, il secondo priva del tuo bacio timido sulla fronte mentre mi facevi gli auguri, tu che non eri mai stato abituato a dimostrare affetto, cresciuto in una famiglia numerosa, in un’epoca immersa dentro a una guerra impetuosa che aveva prodotto povertà, poco studio, bisogno precoce di imparare un lavoro. Eppure io per te ero io, malgrado fossi ingiusta nello starti accanto, sempre pronta a puntualizzare ogni tuo sciocco errore tu con me andavi oltre, chissà se sapevi che per me eri un punto fermo che sa il cielo quanto mi manca adesso. Vorrei solo che tu vedessi, papà, che il tuo ricordo è lì a stracciarmi l’anima, tra i sensi di colpa e i rimpianti per non essere mai stata davvero giusta con te e per non averti detto ti voglio bene quanto meritavi.
Repliche servite in quantità
Non guardo molta tv eppure la vedo. Ritorno indietro, non guardo la televisione con piacere, eccola la precisazione, la subisco diciamola tutta. Ora più che mai perché mi sono accorta che in questo periodo Festivo il palinsesto si moltiplica di repliche. Possibile mi chiedo? Sì. I personaggi che la costruiscono sono in Ferie, loro, perlopiù strapagati, arricchitisi attorno a un benessere spesso privo di autentico talento, se ne stanno in vacanza per alcune settimane, queste insomma, mentre le loro trasmissioni sono comunque in onda, un accordo di repliche dei mesi scorsi, appoggiato su un ripiano di già visto che sa infastidire e basta, rivolto a un pubblico che boccheggia di noia. Mi innervosisce il concetto stesso. La scorsa primavera uno di questi personaggi quasi a giustificare la pausa estiva che stava per intraprendere disse come i mesi di stacco che gli stavano davanti fossero necessari per tornare in onda in autunno con nuove idee che già sentiva battergli in testa. Da settembre non ho visto nessuna novità. Ora batte in testa qualcosa a me: scrivere alle direzioni che mettono in onda questo bagaglio di repliche per dire la mia maturata in questi giorni di fastidiosa tv, su questo insieme natalizio insipido, già visto, inutile, privo di significato e valore e che non ha contenuti accettabili. Anche io la subisco la tv ma so tollerarne i limiti, ho pure altro da fare per riempire i miei spazi ma rifletto su chi ha reale bisogno di una programmazione inedita: gli anziani, per esempio, che sono un popolo che ha necessità di cose nuove, inedite e di vivaci attenzioni. Se mi salta il matto scriverò due giustificate righe da inviare alle direzioni di certi canali tv.
Libro che vince sull’abito da sera
Eccoci qui, arrivati alla fine dell’anno, la festa che martella il calendario a tanti di noi, quelli un po’ su con l’età diciamo, come me insomma: “che fai per l’ultimo?”, “dove vai?, “con chi?”, “che hai in programma?. Sono cresciuta con queste domande. Fatte più che ricevute, giusto per avere un orientamento di quanto avrei potuto fare in una serata mai troppo amata. Tutt’altro. Oltre alla scelta del programma non mancava quella per l’abbigliamento da indossare: nel periodo della mia giovinezza si usava comprare abiti quasi da sera e io che, non ho un grande gusto estetico – lo riconosco -, per l’occasione ho sempre messo insieme dei gran disastri. Serviva un abito elegante, certe brutture mai più indossate ho portato a casa per verificare poi che invece le altre si mostravano perfette, bellissime. Io, accanto a loro, avrei dovuto solo nascondermi dietro la prima colonna per non correre incontro a risate cariche di ironia e prese in giro. Sono cresciuta con questa domanda, nata e sviluppata dentro di me, bussandomi in testa senza portare con sé troppo piacere: durante quanti festeggiamenti per l’ultimo sono stata bene? Uno almeno sì, una cena di coppia a casa, io con il fidanzato di allora, menù preparato da mamma, baci per gli auguri scambiati con lui e poi perfino nevicata di mezzanotte, romantica, quasi magica. Il resto? Disastri di gioventù, spesso accanto all’amore rincorso in quell’istante che però non era con me, era impegnato a sbaciucchiarsi con la fidanzata di turno. Come li invidiavo, mentre a me toccava stare lì, in disparte a guardarli, sola perlopiù, mentre loro ballavano stretti, stretti. Non voglio dire che a me non sia mai capitato di essere invitata come morosa ufficiale con cui trascorrere la serata, bicchiere in mano e brindisi di buon anno, si vabbè, ma spazio poche settimane ero già all’angolo. Fino a una decisione importante, presa comunque troppo tardi: l’ultimo dell’anno, detestato da sempre, si fa a casa, a letto, presto addirittura, libro in mano, bacio a mamma e papà e tanti auguri al giorno dopo. Ma perché non c’ho pensato prima a questa bella soluzione mi ripeto. E almeno qui, su questo versante, la sclerosi multipla non gioca alcun ruolo. Tiè.
Auguri, papà
Il secondo Natale senza di te, senza il tuo albero, senza la stella luminosa che appendevi accanto sulla parete della finestra, alle luci agganciate con cura e misura sul terrazzo, a quel panettone che ordinavi dal fornaio più bravo della zona e che prendeva vita sulla tavola dopo il pranzo. Mentre ora siamo troppo lontani da te.
Signor G
Ascoltata per caso, in auto, senza conoscerla, balzo subito sul sedile per l’emozione, la voce di Giorgio Gaber che traina verso il potere del bello, un testo potente che sento mio da subito, poi la corsa per informarmi meglio. Titolo: Io non mi sento italiano, anno di uscita 2003.
Io non mi sento italiano
Io G. G. sono nato e vivo a Milano
Io non mi sento italiano
Ma per fortuna o purtroppo lo sono
Mi scusi Presidente
Non è per colpa mia
Ma questa nostra Patria
Non so che cosa sia
Può darsi che mi sbagli
Che sia una bella idea
Ma temo che diventi
Una brutta poesia
Mi scusi Presidente
Non sento un gran bisogno
Dell’inno nazionale
Di cui un po’ mi vergogno
In quanto ai calciatori
Non voglio giudicare
I nostri non lo sanno
O hanno più pudore
Io non mi sento italiano
Ma per fortuna o purtroppo lo sono
Mi scusi Presidente
Se arrivo all’impudenza
Di dire che non sento
Alcuna appartenenza
E tranne Garibaldi
E altri eroi gloriosi
Non vedo alcun motivo
Per essere orgogliosi
Mi scusi Presidente
Ma ho in mente il fanatismo
Delle camicie nere
Al tempo del fascismo
Da cui un bel giorno nacque
Questa democrazia
Che a farle i complimenti
Ci vuole fantasia
Io non mi sento italiano
Ma per fortuna o purtroppo lo sono
Questo bel Paese
Pieno di poesia
Ha tante pretese
Ma nel nostro mondo occidentale
È la periferia
Mi scusi Presidente
Ma questo nostro Stato
Che voi rappresentate
Mi sembra un po’ sfasciato
E’ anche troppo chiaro
Agli occhi della gente
Che tutto è calcolato
E non funziona niente
Sarà che gli italiani
Per lunga tradizione
Son troppo appassionati
Di ogni discussione
Persino in parlamento
C’è un’aria incandescente
Si scannano su tutto
E poi non cambia niente
Io non mi sento italiano
Ma per fortuna o purtroppo lo sono
Mi scusi Presidente
Dovete convenire
Che i limiti che abbiamo
Ce li dobbiamo dire
Ma a parte il disfattismo
Noi siamo quel che siamo
E abbiamo anche un passato
Che non dimentichiamo
Mi scusi Presidente
Ma forse noi italiani
Per gli altri siamo solo
Spaghetti e mandolini
Allora qui mi incazzo
Son fiero e me ne vanto
Gli sbatto sulla faccia
Cos’è il Rinascimento
Io non mi sento italiano
Ma per fortuna o purtroppo lo sono
Questo bel Paese
Forse è poco saggio
Ha le idee confuse
Ma se fossi nato in altri luoghi
Poteva andarmi peggio
Mi scusi Presidente
Ormai ne ho dette tante
C’è un’altra osservazione
Che credo sia importante
Rispetto agli stranieri
Noi ci crediamo meno
Ma forse abbiam capito
Che il mondo è un teatrino
Mi scusi Presidente
Lo so che non gioite
Se il grido “Italia, Italia”
C’è solo alle partite
Ma un po’ per non morire
O forse un po’ per celia
Abbiam fatto l’Europa
Facciamo anche l’Italia
Io non mi sento italiano
Ma per fortuna o purtroppo lo sono
Io non mi sento italiano
Ma per fortuna o purtroppo
Per fortuna o purtroppo
Per fortuna
Per fortuna lo sono
Giorgio Gaber
Una pizzata coi colleghi di ieri
“Pronto, come posso aiutarla?” “Mi spiace, la linea dell’interno è occupata, se mi dà il suo numero la faccio richiamare”. “Mi permetta il tempo per una fotocopia, quindi le chiederò una firma in calce al documento e la pratica comincerà”. “Grazie”. Prego”. “A presto”. Il lavoro che facevo fino a poco meno di due anni fa si componeva in gran parte di queste battute che non mi spiaceva intrattenere, non mi davano l’idea di sminurmi, era una piccola responsabilità ma valeva comunque la pena. Poi, quando è morto papà, tra mille pensieri arroccati in testa, che non riguardavano il fatto che l’occupazione che svolgevo fosse troppo poco rispetto a ciò che ero in grado di fare, ho avanzato le mie dimissioni, andandomene con gli occhi densi di dolore per l’addio a papà, carichi di quella sofferenza improvvisa scoppiatami nei sentimenti e accompagnata da autentica paura per il domani senza di lui. A tratti mi è spiaciuto andare via di lì, era un bell’ambiente, ci stavo in bene a parte qualche limite che il lavoro comunque dà, ma troppe cose erano finite l’una sopra l’altra, sentivo il bisogno di prendere il largo. Pochi mesi dopo, per Natale la direzione mi invitò per lo scambio degli auguri tra colleghi, è accaduto anche quest’anno, il direttore mi ha chiesto di nuovo di partecipare a una pizzata, mi ha scritto con un wapp molto caloroso a voler sottolineare l’occasione per salutarci e vederci ancora. Ci andrò, se il meteo lo permetterà, un’oretta per salutare, ringraziare del pensiero avuto, ricordando anche certe belle giornate di lavoro trascorse insieme.
Ballo di ieri e ballo di oggi
Domani sera ci sarà la festa per i 60 anni di un caro amico di mio fratello, suo ex compagno di liceo, negli anni entrato anche nella mia famiglia come componente esterno ma giocoforza importante. L’appuntamento verrà organizzato in un locale che conosco molto bene, a Jesolo un po’ tutti lo hanno frequentato: è qui che si facevano gran parte delle feste dei matrimoni anni Ottanta, quegli infiniti appuntamenti che cominciavano alle dieci del mattino finendo a notte fonda. Li odiavo. Punto primo: l’abbigliamento che mi toccava subire, quei vestitini insulsi con la loro gonnellina ricca di volant, comprati di due taglie in più della mia perché ero in fase di crescita e così avrei potuto indossarli ancora e ancora senza causare troppe spese. Seconda battuta: il numero degli invitati presenti, molteplice, impegnati quando mi vedevano a ricoprirmi di baci che cercavo di ripulire con le mani ma senza farmi vedere, per educazione. E via procedendo sul tema: tavolate piene di persone dove io, sai tu il perché, capitavo sempre seduta accanto a un buon numero di perfetti sconosciuti cui non sapevo cosa dire mentre mamma e papà, sia pur vicini, se ne stavano dall’altro lato chiacchierando con parenti e amici ben conosciuti. Poi il menù. Infinito. Antipasti. Primi piatti, tra risotti, lasagne, pastasciutta con ogni genere di condimento serviti a più riprese, fino a ricoprirti con varietà di secondi difficili anche da ricordare mentre la giornata stentava a passare. Raggiunto il pomeriggio inoltrato toccava a una breve pausa, ma non per tornare a casa, era tempo per visitare l’abitazione dei novelli sposi, avevano il dovere di aprirne le porte, esporre tutti i regali ricevuti mentre gli invitati giravano di stanza in stanza sporcando, immagino, ogni dove. Ecco che si faceva largo il tempo per ritornare al ristorante, riconquistare il proprio posto e aspettare l’inizio del menù serale che cominciava sempre col mio piatto preferito – almeno quello – tortellini in brodo. Come agli altri toccava poi sciropparmi il resto, per terminare, alleluia, con la torta nuziale sempre dello stesso genere. Piano, piano, abituata, oggi come allora, ad andare a letto presto mi saliva una forte sonnolenza, ma sapevo, fin troppo bene, che la festa non si sarebbe chiusa di lì a breve. Quel locale, tra i più gettonati per l’organizzazione dei matrimoni, in quelle sale stile anni ’80 ne aveva anche una che ospitava gruppi musicali per esibizioni del dopo cena: gli invitati a quel punto poco alla volta si lanciavano in pista per ballare al ritmo di valzer, tango e mazurche, molto amati da tutti loro. Mi ci buttavo anche io: sui divanetti bordo pista però dove cominciavo a ronfare. Ecco, ora quel locale ha assunto un’aria rinnovata, i matrimoni vecchio stile non li organizza più ma le feste, anche di compleanno appunto, come quella di domani, invece sì, e credo pure molto divertenti. Mi farò raccontare.
Avviciniamo il traguardo di chi è appena partito
Indecisi su quali regali fare per il prossimo Natale? Vi do un suggerimento: e se faceste una donazione in favore della ricerca che tenta una soluzione per liberare il campo dalla sclerosi multipla? Egoista che non è altro mi sento risuonare dentro le orecchie, me lo state ripetendo in coro probabilmente ma dichiaro a tutta voce che siete fuori quota, io so di essere ampiamente distante da ogni traguardo risolutivo quindi cosa sto a chiedere cosa: una speranza in più per chi, ancora giovane, si trova ingabbiato dentro questa squallida prigione. Vi invito verso: www.aism.it/ricerca_scientifica. E grazie, a nome di tutti.
Ordine dei Pubblicisti del Veneto
Ho preso una decisione importante che però mi lascia all’angolo, con una pesante tristezza davanti a cui non so nemmeno dare un nome. Io, in sella alla mia bieca sclerosi multipla, quest’anno, dopo almeno due decenni, ho deciso di abbandonare l’iscrizione all’ordine dei giornalisti pubblicisti del Veneto. Sai che scelta mi ripeto, ma è pur vero che per un tempo piuttosto lungo un lavoro ispirato a un giornalismo, seppure non di livello, l’ho fatto, sicura anche che nel mio curriculum questo dato è incluso ancora, tuttavia mi sono chiesta, vale la pena rimanerci? La retta di iscrizione va pagata di anno in anno, la mia è ridotta perché sono classificata nella categoria disabili – sai la gioia -, ma, un ma infuocato lo aggiungo da sola, non credo infatti che da qui a domani rientrerò più in nessun ambito lavorativo, quindi addio curriculum aggiornato di titoli e meriti raggiunti sul campo professionale. È così. Cinquanta euro risparmiati quindi. Che valgono come una pizza mi racconto. Modo facile, comodo e pratico per darmi una botta sulla spalla di fiacco incoraggiamento.
Cinquantaquattro
Stamattina, mentre mi pettinavo, ho notato come la mia folta chioma bruna di un tempo, oltre ad essere molto più corta rispetto a ieri, si è pure ricoperta di qualche spruzzata di bianco. Dico che si tratta solo di qualcosa che ricorda un ripasso leggero di canuto perché io, davanti allo specchio, seduta su ‘sta cavolo di sedia scelta dalla cara sclerosi multipla, vedo e non vedo (soprattutto non vedo per intero la mia capoccia), ma posso immaginarla, eccome se posso. Vedi un po’ te quello che accade invecchiando mi accorgo, del resto il primo gennaio del 2026 saranno cinquantaquattro gli anni, quelli miei, lontani di un bel po’ da quando si sognava crescessero con ansia e soddisfazione con un convinto di più verso l’alto. Ecco cosa mi viene in mente adesso: era agosto e mamma compiva 40 anni, si stava tutti nel negozio che i miei genitori avevano aperto a Jesolo ben prima che nascessi, io e lei quel giorno si era andate a fare la spesa, compreso quel dolcetto che papà le aveva ordinato, uno strudel che lei ama molto, il suo preferito, “Compie gli anni, quasi gridai, ne fa 40”. Mamma mi strattonò verso l’uscita mentre io non capii il perché, a tavola c’era anche un regalo per lei, oltretutto, ero andata a complorarlo con papà, un bell’anello, c’era in campo anche una festa, la mia zia preferita aveva preparato un pranzo per festeggiarla. Ma a quanto pare quarant’anni le pesavano un po’. Ricordo quando li compii io, in effetti suonanovano come una campanella fastidiosa che crea un prima aggiustato sopra un dopo. Senza vedere questi capelli bianchi però, che a quanto pare, alla volta dei miei cinquantaquattro, non mi turbano troppo, anche se col picchio che ringrazio per il favore fattomi queste cavolo di irritanti ruote.