Occhi perfidi al bar

Ieri sono scesa al bar per trascorrere una prima colazione con cappuccino e biscotti, ho chiesto di poter spostare una sedia per potermi avvicinare al tavolo con maggiore agilità. Era mio fratello ad occuparsi del tutto, senza dare nessuna noia a camerieri o baristi di sorta che come unica incombenza dovevano prendere la comanda dei nostri desideri. La cameriera a noi rivolta mi ha diretto uno sguardo pietoso, caritatevole direi, con occhi accesi di una pietà ai limiti della cattiveria, ecco cosa ci ho letto dentro e il tutto mi ha provocato dentro un solerte desiderio di spedirla laddove avrebbe meritato di andare. Piccoletta, avrei dovuto dirle, sai dove invio le tue le tue gambe belle tese, lì dove puoi solo immaginare, con la la tua malvagità, la stessa che io non merito

Se telefonando

Ieri mattina con Luca sono andata trovare mio zio Vincenzo, fratello di papà, mai sposato, ospitato da mesi in una Residenza Sanitaria per Anziani nella quale, dopo il suo ricovero, siamo andati spesso a fargli visita anche con mamma. Io e lei, oltretutto, nei primi mesi trascorsi in casa senza papà, ogni giorno, dopo esserci occupate di venire a capo delle pulizie casalinghe, a carico suo più che mio, ovvio che sì visto che io, seduta sulle mie ruote, riesco a portare a capo solo piccoli compiti. Eppure ascoltavo lei che, giorno dopo giorno, diceva che faceva sempre più fatica a svolgere i suoi lavori, chissà pensavo, forse è tipico, oggi leggo quelle parole con un altro significato che infatti è arrivato a segnare, maledizione a lui, il silenzioso definitivo addio di mamma. Ma insisto nel volerla ricordare in quel periodo in cui terminati i lavori domestici lei preparava la moka e noi due ci si beveva il caffè insieme e tra chiacchiere e ricordi, anche senza che lui fosse presente tra di noi al termine di pensava a papà. Poi c’era sempre la telefonata da fare a zio Vincenzo che rispondeva con soddisfazione e noi felici certe che questo avrebbe voluto anche papà. E oggi, come allora, vorrei solo che mamma fosse soddisfatta di me, di quello che faccio, che dico, che desidero, che voglio, che metto in campo. Anche senza il caffè che non bevo più ha più con il piacere di quei giorni.

Quel di più che meritavi

E stamattina guidata da Luca sono andata fuori alla ricerca di quel briciolo fasullo di normalità che mi ha lasciata comunque vuota. Un’alzata veloce dal letto, un’igiene mattutina necessaria per giustificare il programma che mi ha condotta verso la pasticceria più vicina da casa, lì dove ho consumato la prima colazione di oggi. A una settimana dalla morte di mamma, sai che voglia. Era andata così anche per papà, ma accanto avevo lei. E oggi no invece, e infatti adesso il dolore, il rimpianto, il senso di colpa, la nostalgia, le domande furenti e i perché si stanno facendo avanti. Cosa posso fare per condurmi al perdono per mamma perché in questa ultima estate in tanti momenti mi sono lamentata di quei suoi scatti di inquietudine che parevano disegnati solo a ridosso mio. Ora che non c’è più sento che al di là di tutto dovevo essere diversa, troppo spesso mi sono comportata con assoluta impazienza. quella che non riesco a perdonarmi. Scusami, mamma.

Un ricordo doppio e caldo

Ieri ho trascorso tutto il giorno a casa, il primo senza papà e senza mamma; mi sembra un millennio il tempo che non passo più con loro due insieme, forse lo è, fatico a capire, a fare un rendiconto del vuoto che andandosene mi hanno creato attorno. Ieri ho preso le misure con il nuovo che dovrò affrontare da adesso in poi senza di loro. Ho ricevuto qualche telefonata, ho scritto, ho pure letto, ho cercato di riempire il tempo e poi mi sono ritrovata a guardarmi in giro prendendo le misure con intervalli recenti, i loro, quelli che hanno abbandonato qui, accanto a me e a Luca. C’è da colmare tanto spazio adesso, resta da capire chissà come poi. Un pomeriggio lunghissimo quello di ieri che non si snodava più, non andava avanti, la tv non mi ha sedotta nemmeno un po’, figuriamoci, la musica mica mi piace, alle 16.00 mi guardavo già in giro e mi sentivo sola. Ho pensato al 19 agosto, il giorno del compleanno di mamma, sotto il controllo dei medici sembrava quasi in forma tanto da concederle dopo settimane addirittura un pranzo ben definito e per cena una pallina di gelato che lei ha mangiato lentamente ma con evidente soddisfazione. Dieci giorni dopo se n’e andata, ho avuto il tempo per un ultimo bacio, che faticherò a buttare via e perché poi dovrei farlo.

Ciao mamma, balla con papà adesso

Al termine della scorsa settimana, dopo un’estate di troppe e inutili sofferenze, è morta la mia mamma. Il suo autentico addio è stato addirittura rapido e io ero lì, con lei, mentre quando è morto papà no, l’ho visto dopo che era già defunto. Ha penato all’estate della mia mamma, tra ricoveri al PS e visite specialistiche, in un modo perfino oscuro mettendo in campo momenti di rabbia, abbandono, coraggio e mi sembra voglia di resistere, vedendola allungata qui sul divano mentre pareva in grado solo di dormire fino all’incapacità di andare oltre tra ragioni che con estrema dignità l’hanno portata lì, alla fine. La domenica prima di dirci addio, ricoverata in ospedale, ha detto a me e mio fratello: “I dottori mi hanno detto che tornerò a casa”. Io e Luca ci siamo guardati, era impossibile, il suo domani era già scritto, lo sapevamo. Chissà quale era la casa che vedeva. Con papà credo, con desidero e voglia di ballare di nuovo con lui.

Tronco al cioccolato

L’altra sera conversavo, come faccio spesso scambiando numerosi wapp, con la mia amica Marina, compagna di liceo, università, e, tra gli alti e i bassi che l’amicizia crea, anche di qualche allontanamento, che oggi, da donne adulte, ci siamo trovate a rimuovere pensando qualcosa del tipo: “Sai che c’è, meglio stare unite, abbiamo troppo da condividere: valori, pensieri, facoltà che si incontrano sempre, quindi perché sprecare tutto e voltarci le spalle l’una contro l’altra? Meglio esserci, volerci bene insomma. Anche soltanto con un wapp”. Cose superficiali a volte, da sembrare quasi inutili, ma comunque importanti per alzare il legame e sapere di esistere, l’una per l’altra. Come l’altra sera mentre mi raccontava che tra le mille cose che deve fare con il suo lavoro di insegnante di italiano e latino – a proposito, avrei pagato per trovare davanti al mio banco di liceale proprio lei – si è disegnata una pausa per preparare un dolce da portare a sua mamma: salame al cioccolato. Poche parole per ricordare la mia più ghiotta infanzia e ciò che faceva mamma per noi, il dolce che in un battibaleno, una volta affettato spariva dalla tavola perché lo mangiavamo, con soddisfazione, tutti e quattro. Mamma lo chiamava tronco però, forse perché la cioccolata di cui era composto era bella solida, o magari perché i biscotti al suo interno erano pestati poco e lasciavano tracce belle spesse o forse chissà perché, lei aveva imparato questo nome e così lo esibiva. Lo preparava proprio in questo periodo dell’anno riportando in cucina la cioccolata delle uova pasquali, quella non del tutto consumata, quella in arrivo dalle tre che ci regalava papà, quelle al latte, una per me e una per Luca, e la terza, fondente, per mamma. Sta di fatto che io, pur se poco amante dei dolci, il suo tronco lo adoravo, più dell’uovo pasquale che mi piaceva molto certo, ma ha catturarmi davvero era solo la sorpresa al suo interno, che comunque era poco più che una stupidata. Non dicevo a nessuno dei miei amichetti dell’epoca del tronco di mamma però, non lo offrivo se capitavano per casa, ma non per avarizia o avida goloseria, era imbarazzo invece. Il tronco era tronco, davanti a mamma non lo si doveva chiamare salame, mamma non voleva. Lei faceva il tronco. Ne era fiera. Quando andavo ai compleanni degli amichetti dell’epoca, nel momento in cui esibivano le loro fette di sal cioccolato tacevo sul tronco di casa mia, avrebbero forse riso per quel nome che arrivava sai tu da dove. Sta di fatto che il tronco di mamma mi piaceva di più del loro salame al cioccolato e c’era da gridarlo, altro che stare all’angolo. Ora Marina, soprassediamo, che dici? Siamo grandi amiche, il tuo salame al cioccolato dell’altra sera è stato certamente riuscito, il tronco di mia mamma di un  tempo però di più. Ce lo concedi, vero?

19 marzo, papà

Un bacio papà, per tutti quelli che non ti ho dato quando eri qui e potevo farlo, per gli abbracci mancati, sfuggiti senza spiegazioni, carezze tenute in tasca senza dare un autentico perché e che ora rimpiango. Una figlia arida sono stata, ecco cosa, quella che oggi si crogiola dentro un rimpianto profondo. Le parole giuste quando eri qui non le ho mai davvero dette, mandavo avanti gesti sbagliati, ingenerosi, soffocati da pochi grazie, baci frettolosi e scostanti, carezze veloci. Ti voglio bene papà dovevo dirti, lo meritavi, ieri come oggi, per quello che eri, che sei.

Sempre con te, papà

Un altro compleanno senza di te, papà, il secondo priva del tuo bacio timido sulla fronte mentre mi facevi gli auguri, tu che non eri mai stato abituato a dimostrare affetto, cresciuto in una famiglia numerosa, in un’epoca immersa dentro a una guerra impetuosa che aveva prodotto povertà, poco studio, bisogno precoce di imparare un lavoro. Eppure io per te ero io, malgrado fossi ingiusta nello starti accanto, sempre pronta a puntualizzare ogni tuo sciocco errore tu con me andavi oltre, chissà se sapevi che per me eri un punto fermo che sa il cielo quanto mi manca adesso. Vorrei solo che tu vedessi, papà, che il tuo ricordo è lì a stracciarmi l’anima, tra i sensi di colpa e i rimpianti per non essere mai stata davvero giusta con te e per non averti detto ti voglio bene quanto meritavi.