Leggevo, tutti i giorni. Di sera. A letto. Quando è morto papà ho messo da parte la lunga lista dei libri già scelti. Assorbita dal dolore, passata in modo improvviso chissà dove preferivo stare con mamma, di pomeriggio, tra il divano e la mia sedia. Insieme, davanti alla tv, si sceglieva qualcosa da guardare che potesse piacere a entrambe e stare così, noi due. Poco alla volta io diedi di nuovo spazio alle mie letture mentre mamma cominciava a muoversi tra i suoi film favoriti e le parole crociate che tanto amava. Da poche settimane in casa sono sola. Del tutto. il punto di approdo per soffocare le assenze offrendomi tutto il tempo che desidero per non affogare sarebbero di certo i libri. Ho il modo e il tempo – anche di più di quello che vorrei addirittura – per leggere, ma non lo faccio. Eppure i libri sono lì. Tuttavia restano ancora in disparte. Ne ho cominciato uno ma procedo lentamente, forse non è scritto bene mi dico, non mi ha conquistata. Probabile. Chissà, magari devo aspettare ancora un po’, dare spazio a questo doppio dolore che mi ha travolta, farlo uscire, concedergli il tempo giusto per tornare quella che ero. Quella che leggeva insomma.
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Le mele dell’AISM
Ieri in giro per l’Italia c’erano i volontari dell’Aism che proponevano la vendita di sacchetti rossi contenenti un chilo di mele, il ricavato era indirizzato allo studio e al sostegno per la ricerca in favore dell’abbattimento delle barriere – alte – che impone la sclerosi multipla. Non lo avevo mai comprato questo famoso sacchetto, o meglio non io in diretta, andava Luca, o papà, quasi sempre con mamma e io me lo trovavo in casa, soddisfatta che ci fosse. Ieri mattina con Luca ci sono arrivata davanti a questo banchetto jesolano e sono stata accolta come una giovane – ma nemmeno troppo in fondo – principessa con una coroncina posata sul capo e una lacrima che spuntava giù, da sotto gli occhiali. Mi sono chiesta perché, ma in gran parte lo so, corrisponde al fatal periodo che sto attraversando, Luca mi sgrida quando piango, anche ieri mi ha strappato via dal banchetto rosso che proponeva le mele, ha fatto la nostra offerta e le ha caricate in auto, insieme poi siamo andati a mangiare qualcosa raggiungendo un gruppo di amici che ci aspettava. È andata bene anche così, ma se mi scende una lacrima per questa maledetta nostalgia che provo, mescolata a puro dolore, voglio sentirmi libera di farlo nascere il pianto. Anche perchè credo di averne bisogno.
Giudizi universali
Leggera, leggera si bagna la fiamma
Rimane la cera e non ci sei più, non ci sei più, non ci sei più
Samuele Bersani
Un mese fa
Mi sento sola. Ecco cos’è. Di sera in particolare. Quando c’era papà io andavo a letto sempre prima di lui, stavo nella mia stanza, a letto, col mio libro in mano, stanca dopo una giornata di lavoro, ma quello era il mio tempo, era normale fosse così. Poi papà ci è scappato via, con il mio letto, il mio libro e quel tempo indimenticabile e prezioso scritto attorno al suo ricordo. Fino a che la sera dopo cena ho cominciato a trascorrerla sul divano incollata alla spalla di mamma, stringendole la mano, noi due sole, lontane da lui cercando di restituirci un nuovo drammatico, commovente, appassionato equilibrio insieme. E ora resto io, sola, sullo stesso divano sempre uguale ma vuoto adesso, senza nemmeno un libro che dopo l’addio a mamma, un mese fa oggi, non ho voglia ancora di riprendere in mano.
La mia famiglia
Zio Vincenzo, celibe, fratello più giovane di papà, è morto martedì sera, oggi pomeriggio verranno celebrati i suoi funerali. Ha vissuto fino all’ultimo giorno di vita della mamma sua, ma anche di una numerosa schiera tra fratelli e sorelle, a casa con lei, occupandosene, risolvendo le sue necessità e i bisogni, andando incontro a capricci e richieste, frivolezze come di delicate esigenze di una donna che invecchiava. Proprio ieri parlavo di lui con mia cugina Elena e di quanto lo ricorderemo come il centro della nostra famiglia, una sorta di bussola che orientava i movimenti di tutti noi, del resto era sua la casa dove ci si incontrava la domenica per salutare la nonna certo ma, tra le righe, per aprire le porte a sorelle e fratelli, zie, zii, cugini. In questo modo lui poteva ritagliarsi uno spazio per sé stesso, uscire e salutare amici senza vincoli troppo stretti. Almeno così voglio credere. Ho ricordi molto lucidi di quelle domeniche, pranzi, serata con la pizza che arrivava da destra e manca, cugini che giravano tra risate e urla, ma anche discussioni accese quelle che non mancavano mai. Oggi l’ultimo saluto per lo zio Vincenzo. L’avevo incontrato qualche tempo fa, mamma era appena morta io e Luca siamo andati a trovarlo. Quello che si diceva con Elena è stato che con la sua perdita la nostra famiglia ha smarrito le chiavi di un vero baule di ricordi che lo zio Vincenzo ha portato via con sé. Non potrà che mancarci.
Una pizza che mette in ordine tutto
Ogni settimana, giorno più giorno meno, scrivo sulle pagine della pubblicazione dedicata ai ragazzi che fanno parte della Comunità della mia parrocchia. Uno spazio che cominciò il primo gennaio di qualche anno fa. I miei genitori avevano partecipato alla Messa, all’uscita il Parroco li salutò e chiese come stavo io. L’avevo conosciuto qualche mese prima quando era venuto a casa da me, ma quel giorno non aveva forzato la mano per coinvolgermi in qualche programma. Quella domenica papà gli disse che era il giorno del mio compleanno ma che malgrado avessi molti amici non avevo programmi per la giornata. Nel pomeriggio di quella domenica suonò il campanello, salì per raggiungermi, mi fece gli auguri per il compleanno, mi portò un bel regalo che ancora conservo, ovviamente. Cominciammo a parlare, sapeva che allora per lavoro scrivevo, gli dissi che mi piaceva farlo anche se quell’esperienza, pochi mesi, prima si era conclusa. Mi parlò di un programma di incontri che ogni settimana coinvolgeva i ragazzi della parrocchia, il venerdì sera venivano invitati in appuntamenti di dialogo e crescita. In poco finì per dire “mi piacerebbe venissi a conoscerli”. La settimana successiva ci andai, mi accompagnò il mio papà, non sapevo ancora per fare cosa in verità. Venni accolta dal parroco che mi fece accomodare di fronte a una platea di ragazzi che mi guardavano incuriositi, in silenzio, interessati credo. Nessuno diceva parola, il microfono spettava a me, avevo possibilità di parlare ma c’era il grosso rischio che io tacessi, potevo mettere in campo ogni cosa in quel momento, anche di sgradevole. Era stato un rischio chiamarmi. E invece, soprattutto in mio favore, dissi la cosa giusta: “Mi chiamo Cinzia Stringhetta e ho la Sclerosi Multipla”. Poche parole che non avevo mai detto prima e che cominciarono a uscirmi di bocca in un assolo che si intrecciava e raccontava chi ero, cosa mi succedeva, per la prima volta davanti a sconosciuti che non sapevano chi fossi. Mentre parlavo vedevo papà seduto in un angolo in fondo alla sala e lo intravedevo mentre piangeva, il mio grande papà (lui che quando tornammo a casa raccontò tutto il mio discorso a mamma, lei che in silenzio pianse). Al mio termine arrivarono anche le pizze, da mangiare tutti insieme.
Ahi, settembre, mi dirai
Ieri mattina sono andata da Luca, nel suo negozio, aveva un impegno di lavoro, qui ce ne erano altri e siccome io da sola, figuriamoci se sono capace a stare, mi ha portata via con sé. Aveva in programma l’incontro con un fornitore, prima di uscire mi ha consigliato di lasciare a casa il libro che avevo preparato per passare il tempo da lui “non serve che lo porti” mi ha detto davanti “sentirai noi parlare” ha continuato “non avrai modo di concentrati”. E infatti. Io ho messo insieme parole, anche un po’ rapita dal nuovo che sentivo dire, questo sì. Nel pomeriggio, di nuovo a casa, ho pensato a quelle giornate di fine estate passate nel negozio dei miei, molto simili alla mattinata da Luca. Erano quelle in cui venivano programmati appuntamenti con i fornitori che presentavano carrellate di prodotti da scegliere per la stagione di vendita dell’estate successiva: costumi da bagno, abbigliamento da mare, pareo e bermuda, quant’altro. Anno dopo anno, crescendo, ricoprivo un ruolo di maggiore responsabilità in negozio, era come se mamma si spostasse lasciando più spazio proprio a me. Mi spingeva a dire la mia, a puntare il dito su quanto giudicavo più adatto alla vendita finale, metteva in gioco le mie capacità. Spesso fallivo, ma sono queste le ragioni del commercio lo scoprivo l’anno dopo. La giornata dell’acquisto era comunque bella, era divertente, era settembre, il mio mese preferito, quello che si porta via l’estate. Tanto per completare.
Accanto, per sempre
Sono arrivate le ceneri di mamma e ieri mattina con Luca sono entrata nel cimitero di Jesolo per depositare la sua urna nel loculo di famiglia. Ora la sua e quella di papà si trovano vicine, accanto l’una con l’altra, insieme di nuovo ho pensato, felici, le ho carezzate tutte e due, le ho salutate.
…il vero amore può
nascondersi,
confondersi
ma non può perdersi mai…
Francesco De Gregori
I panini di mamma
Ieri pomeriggio sono passate qui a casa da me un gruppetto di care, carissime, amiche, con le quali a da anni vivo momenti di chiacchiere serene, divertenti, mai dome, vivaci, pensanti anche, incollate a quanto si vive, non senza spunti di sicura riflessione. Ieri tra ragionamenti e parole è arrivata anche l’ora di cena virata nella scelta di buttarci sulla mia amata pizza, da mangiare insieme per concludere al meglio una giornata ricca di momenti comuni. Ho guardato in faccia alla realtà di oggi vestita del tanto, tantissimo, che le numerose amiche più presenti mi regalano ogni giorno. Con le mie ospiti di eri ho ricordato quelle domeniche di molti anni fa durante le quali si andava in spiaggia a Jesolo, nello spazio di arenile davanti al negozio dei miei, quando era mamma a prepararci i panini per pranzo, quelli che consumavano sotto l’ombrellone, quelli che mangiavamo tra discorsi pieni di ragionamenti e, ovvio, anche risate Al termine ci si metteva in moto con velocità verso il chiosco (lo so, fa ridere nel mio caso, già schiacciata com’ero dalla sclerosi multipla, ma allora tenevo ancora botta, come si dice) e cosi via, verso il caffè, gelato e ancora parole e con commenti su attualità, intrecciata spesso a posizioni politiche, commenti di cronaca e qualche sciocchezza, vabbè giovani intellettuali non proprio, si aveva libri e quotidiani pronti in mano, ma anche capacità farci travolgere da quelle leggerezze che gli anni più semplici spesso chiamano
You may say I’m a dreamer
Venticinque anni fa, undici settembre 2001, primo pomeriggio in Italia, dopo una stagione jesolana di lavoro che sta finalmente finendo sono in cucina con mamma e papà, si sta bevendo il caffè, quello della moka che a loro piace tanto e crea famiglia, io sono stesa sul divano atterrata da una fatica strana che ancora conosco poco, si chiama sclerosi multipla, la tv è accesa ma ciò che va in onda si interrompe all’improvviso: un aereo ha investito una torre a New York, noi guardiamo attenti, ma cosa sta accadendo non lo capiamo, un incidente ci spiegano, subito dopo però accade lo stesso, un altro aereo addosso alla torre accanto. Crollano entrambe, sono fin troppi i cittadini che si buttano dalle finestre cercando scampo da confini fumanti senza via d’uscita, la tv si riempie di immagini, i servizi tg sono inesauribili, numerosi speciali che si ripetono senza tregua, la domanda forte è cosa stia accadendo, chi possa muovere le fila di una tale catastrofe, come si sta definendo un tale disastro. Tutti stiamo attaccati per ore alla tv, con ansia, ma senza portare a casa risposte, imparando invece nomi nuovi che mai avremmo voluto conoscere, mentre il caffè con mamma e papà si fa lungo da durare ore, mentre tutto si compone di pagine sconosciute, di tante informazioni inedite, paure, buchi neri pieni allarmi che in molti sensi sono ancora qui. Diversi da ieri magari, ma non meno gravi.