Le mele dell’AISM

Ieri in giro per l’Italia c’erano i volontari dell’Aism che proponevano la vendita di sacchetti rossi contenenti un chilo di mele, il ricavato era indirizzato allo studio e al sostegno per la ricerca in favore dell’abbattimento delle barriere – alte – che impone la sclerosi multipla. Non lo avevo mai comprato questo famoso sacchetto, o meglio non io in diretta, andava Luca, o papà, quasi sempre con mamma e io me lo trovavo in casa, soddisfatta che ci fosse. Ieri mattina con Luca ci sono arrivata davanti a questo banchetto jesolano e sono stata accolta come una giovane – ma nemmeno troppo in fondo – principessa con una coroncina posata sul capo e una lacrima che spuntava giù, da sotto gli occhiali. Mi sono chiesta perché, ma in gran parte lo so, corrisponde al fatal periodo che sto attraversando, Luca mi sgrida quando piango, anche ieri mi ha strappato via dal banchetto rosso che proponeva le mele, ha fatto la nostra offerta e le ha caricate in auto, insieme poi siamo andati a mangiare qualcosa raggiungendo un gruppo di amici che ci aspettava. È andata bene anche così, ma se mi scende una lacrima per questa maledetta nostalgia che provo, mescolata a puro dolore, voglio sentirmi libera di farlo nascere il pianto. Anche perchè credo di averne bisogno.

Occhi perfidi al bar

Ieri sono scesa al bar per trascorrere una prima colazione con cappuccino e biscotti, ho chiesto di poter spostare una sedia per potermi avvicinare al tavolo con maggiore agilità. Era mio fratello ad occuparsi del tutto, senza dare nessuna noia a camerieri o baristi di sorta che come unica incombenza dovevano prendere la comanda dei nostri desideri. La cameriera a noi rivolta mi ha diretto uno sguardo pietoso, caritatevole direi, con occhi accesi di una pietà ai limiti della cattiveria, ecco cosa ci ho letto dentro e il tutto mi ha provocato dentro un solerte desiderio di spedirla laddove avrebbe meritato di andare. Piccoletta, avrei dovuto dirle, sai dove invio le tue le tue gambe belle tese, lì dove puoi solo immaginare, con la la tua malvagità, la stessa che io non merito

Se telefonando

Ieri mattina con Luca sono andata trovare mio zio Vincenzo, fratello di papà, mai sposato, ospitato da mesi in una Residenza Sanitaria per Anziani nella quale, dopo il suo ricovero, siamo andati spesso a fargli visita anche con mamma. Io e lei, oltretutto, nei primi mesi trascorsi in casa senza papà, ogni giorno, dopo esserci occupate di venire a capo delle pulizie casalinghe, a carico suo più che mio, ovvio che sì visto che io, seduta sulle mie ruote, riesco a portare a capo solo piccoli compiti. Eppure ascoltavo lei che, giorno dopo giorno, diceva che faceva sempre più fatica a svolgere i suoi lavori, chissà pensavo, forse è tipico, oggi leggo quelle parole con un altro significato che infatti è arrivato a segnare, maledizione a lui, il silenzioso definitivo addio di mamma. Ma insisto nel volerla ricordare in quel periodo in cui terminati i lavori domestici lei preparava la moka e noi due ci si beveva il caffè insieme e tra chiacchiere e ricordi, anche senza che lui fosse presente tra di noi al termine di pensava a papà. Poi c’era sempre la telefonata da fare a zio Vincenzo che rispondeva con soddisfazione e noi felici certe che questo avrebbe voluto anche papà. E oggi, come allora, vorrei solo che mamma fosse soddisfatta di me, di quello che faccio, che dico, che desidero, che voglio, che metto in campo. Anche senza il caffè che non bevo più ha più con il piacere di quei giorni.

Quel di più che meritavi

E stamattina guidata da Luca sono andata fuori alla ricerca di quel briciolo fasullo di normalità che mi ha lasciata comunque vuota. Un’alzata veloce dal letto, un’igiene mattutina necessaria per giustificare il programma che mi ha condotta verso la pasticceria più vicina da casa, lì dove ho consumato la prima colazione di oggi. A una settimana dalla morte di mamma, sai che voglia. Era andata così anche per papà, ma accanto avevo lei. E oggi no invece, e infatti adesso il dolore, il rimpianto, il senso di colpa, la nostalgia, le domande furenti e i perché si stanno facendo avanti. Cosa posso fare per condurmi al perdono per mamma perché in questa ultima estate in tanti momenti mi sono lamentata di quei suoi scatti di inquietudine che parevano disegnati solo a ridosso mio. Ora che non c’è più sento che al di là di tutto dovevo essere diversa, troppo spesso mi sono comportata con assoluta impazienza. quella che non riesco a perdonarmi. Scusami, mamma.

Ciao mamma, balla con papà adesso

Al termine della scorsa settimana, dopo un’estate di troppe e inutili sofferenze, è morta la mia mamma. Il suo autentico addio è stato addirittura rapido e io ero lì, con lei, mentre quando è morto papà no, l’ho visto dopo che era già defunto. Ha penato all’estate della mia mamma, tra ricoveri al PS e visite specialistiche, in un modo perfino oscuro mettendo in campo momenti di rabbia, abbandono, coraggio e mi sembra voglia di resistere, vedendola allungata qui sul divano mentre pareva in grado solo di dormire fino all’incapacità di andare oltre tra ragioni che con estrema dignità l’hanno portata lì, alla fine. La domenica prima di dirci addio, ricoverata in ospedale, ha detto a me e mio fratello: “I dottori mi hanno detto che tornerò a casa”. Io e Luca ci siamo guardati, era impossibile, il suo domani era già scritto, lo sapevamo. Chissà quale era la casa che vedeva. Con papà credo, con desidero e voglia di ballare di nuovo con lui.

Connessione assente

Eccola qui la morsa afosa che toglie l’aria e il respiro, quella che spinge sulla sclerosi multipla e su tutto il resto che non va. Arrivata. E se non ti sembra di sentirla ancora disegnata sulla pelle qui a Jesolo la puoi scoprire col telecomando tv in mano per leggere sullo schermo: connessione assente, il digitale terrestre non è dalla nostra parte. Ieri sera un disastro epico, nulla di nulla da vedere in trasmissione, nessun programma capace di farsi guardare, solo il tempo per cercarlo sulle mille e più mille connessioni web a cui posso collegarmi per cercare qualunque straccio di proposta, film, serie tv, replica televisiva io voglia. Solo che devo fare i conti anche coi gusti di mamma che non sempre si accordano ai miei – ma questo è il minimo, mi adeguo senza problema a tutto -, alla sua memoria che mostra angoli traballanti, purtroppo, e ai danni dell’afa che in un battibaleno mi sono trovata scritti sopra la pelle. Ecco a me l’estate. Anche se, tra qualche giorno, dopo il solstizio, sarà, poco alla volta, in via di fuga, lenta lenta, ma certa. Questo mi racconto.

Se bastasse una bella canzone

Sabato scorso: su una pagina tv c’era Sanremo che chiudeva la sua porta targata 2026, bastava voltarla e si trovava una nuova guerra, Stati Uniti e Israele contro Iran, vicenda drammatica che sta conducendo tutta la regione alle fiamme. Non male come sabato sera, io avrei annullato il Festival, sono stata contraddetta, da anni ci sono molte guerre in campo, sarebbe ipocrita mi è stato controbattuto, vero probabilmente, solo che oggi, al terzo giorno di conflitto, tutta la regione boccheggia, i bombardamenti continuano, il conflitto si è già allargato, il Medio Oriente trema e fa tremare. A Sanremo, invece, tutt’altro, ci ha pensato il vincitore, Sal da Vinci, a fare scuola, vincendo con una canzone guidata da un’esibizione che non ha dimenticato di mettere giù uno stile da matrimonio napoletano, con tutto il rispetto. Quindi adesso tocca stare a vedere come andranno avanti le cose. Castello delle Cerimonie, corrici in soccorso.

2 giugno 1946

Oggi è la Festa della Repubblica Italiana: 79 anni da quella pagina di storia che diede il la alla nascita del nostro Paese, che scalciò dai piedi quell’inutile monarchia che sappiamo, che consegnò per la prima volta tra le mani delle donne la matita per poter votare. Ora accenderò la tv per guardare la sfilata delle Forze dell’Ordine, lo facevo sempre con papà, lui che, buona parte della guerra la ricordava, almeno gli ultimi anni, proprio quelli più violenti vissuti qui in zona, in quel Veneto senza più governo conteso tra le volontà tedesche e partigiane. Crescendo ho imparato a disapprovare con assoluta insufficienza di stima i Savoia: quei torinesi di sovrani, inutili, mai al posto giusto, inetti, attirati solo dal proprio benessere e pieni di incapacità morale, quell’insieme di fattori che ci hanno condotti in un baratro fin troppo noto. Mentre scrivo mi viene in mente anche una serata di fine agosto di moltissimi anni fa trascorsa in in locale jesolano a chiacchierare di questi argomenti con un amico – che un po’ mi piaceva – scoprendo mentre si parlava di essere in pieno accordo su una questione importante. Chi ci stava accanto poco alla volta si è allontanato evidentemente disinteressati: la nostra discussione contro i Savoia a cui noi non volevamo concedere il rientro in Italia mantenendoli invece dentro i vincoli di un esilio a cui sua signoria la Storia li aveva condannati era per noi fondamentale, ricordavamo invece quel Referendum che aveva promosso la Repubblica a discapitato della monarchia e che forse era stato manovrato ma per noi era un dettaglio di poco peso, valeva di più che le donne fossero state chiamate al voto per la prima volta proprio quel 2 giugno 1946. Se ne parlava noi due quella sera, sempre d’accordo su tutti gli argomenti. Ma non è bastato, evidentemente lui mi piaceva io a lui no, la storia va così.

Poco bianco il mio Carnevale

Ieri a Jesolo c’è stata la sfilata dei carri allegorici di Carnevale. Un autentico plotone di persone è sceso sul mio litorale per fare festa. Maschere, coriandoli, frittelle e che so io cos’altro. Quanto detesto il Carnevale. No, no, non lo detesto, proprio lo odio. Fin da piccola. In quegli anni in cui lo si dovrebbe amare per la gioia che sembra regalare a me non dava nessuna contentezza. Vestita in maschera poi. Quando ero alle elementari ne avevo una da damina, era il genere che andava di moda allora: la indossavi, mamma ti truccava aprendo la sua preziosa trousse e il martedì grasso si andava a scuola così. A metà mattina c’era da fare la foto ricordo da portare a casa. Di quell’epoca ne ho cinque, una per anno scolastico, tutte con lo stesso abito che quindi di volta in volta si è faceva sempre più corto: quello della quinta mi inquadra con un faccino dipinto di rosso sulle gote e con la gonna del vestitino che copre le gambe solo fino alle ginocchia. Mica si scialacquava all’epoca. Poi quando fu la volta delle scuole medie la damina venne messa in soffitta, si sa fin troppo bene l’aria che tira in quel triennio, che drammatici ricordi. Competizione tra le compagne di classe lanciata a mille, esclusioni sempre pronte sul piatto degli affari che contano, segnali ben accesi sul guardaroba da mostrare, trucco e parrucco da mettere in campo sotto la tacca del mille all’ora. E io decisamente fuori quota. E pure un po’ bruttina. Alla mia epoca – ma credo sia ancora così – le medie contenevano un carattere competitivo che si muoveva lungo una costituzione estetica ben fissa che almeno a Jesolo valeva molto più dei libri letti o da voler leggere. Serviva un bel viso per venirne a capo, fisico non da meno e insieme un guardaroba studiato, mai casuale meglio ancora se costoso. Ecco a voi la pure essenza di quel triennio scolastico. Non la mia che, oltre tutto, ripeto, ero pure un po’ bruttina. Fattore questo che a Carnevale amplificava il tutto. Succedeva che la moda prevedeva una passeggiata nella via principale, muovendosi tra i carri allegorici, mentre i ragazzi ti seguivano imbrattandoti di schiuma da barba e, più ti trovavi sporca di bianco, più avevi portato a casa il risultato. Io che correvo pure piano – non era una scelta, suppongo che la sclerosi multipla avesse già puntato il suo dito verso di me – me ne tornavo a casa comunque pulita, tra i sorrisi delle stronzette di turno imbrattate invece da capo a piedi. Mi chiedo se mi sta sul cavolo piu il Carnevale o quelle corsette lente lente che oggi credo abbiano un nome antipatico e violento come sm. No, dai, stavolta è tutta colpa del Carnevale, sclerosi multipla, scansati