La pioggia che amo da sempre

Che temporale stanotte, quello di cui c’era bisogno per la verità, e lo sapevamo tutti, da invocarlo, per rinfrescare l’ambiente dopo un’estate innaturale tanto è stata piena di caldo, poi questa pioggia che serviva per irrorare una natura sofferente dopo mesi di afa ai limiti dell’ordinario finalmente eccola qui. Intanto che venivo svegliata da una serie di lampi che illuminavano la stanza seguiti da tuoni potenti da essere fin troppo rumorosi ho pensato a quelle estati trascorse con la mia famiglia nei nostri negozi mentre papà scrutava il cielo e mamma lo prendeva un po’ in giro “torna dentro gli diceva, non succede niente” facendolo innervosire. Io tifavo per papà perché questo significava chiudere prima magari uscire per divertirmi anche solo per mangiare un gelato, guardare la tv, leggere, finalmente riposare dopo ore di lavoro ininterrotto. Capitava di rado che piovesse davvero per la verità, forse il meteo aveva già imboccato una nuova rotta, eppure ricordo quanto accadde durante una serata estiva di decenni fa quella che con un sonoro rovescio riempì di acqua gran parte di vie e marciapiedi, quella in cui mamma e papà, già al sicuro nei loro negozi, aprirono le porte per accogliere turisti annaffiati e insieme aiutare i vicini delle loro attività a recuperare tutto quello che il vento aveva schiaffato per aria. Ecco a voi la mia mamma e il mio papa sempre attenti verso l’altro.

Occhi perfidi al bar

Ieri sono scesa al bar per trascorrere una prima colazione con cappuccino e biscotti, ho chiesto di poter spostare una sedia per potermi avvicinare al tavolo con maggiore agilità. Era mio fratello ad occuparsi del tutto, senza dare nessuna noia a camerieri o baristi di sorta che come unica incombenza dovevano prendere la comanda dei nostri desideri. La cameriera a noi rivolta mi ha diretto uno sguardo pietoso, caritatevole direi, con occhi accesi di una pietà ai limiti della cattiveria, ecco cosa ci ho letto dentro e il tutto mi ha provocato dentro un solerte desiderio di spedirla laddove avrebbe meritato di andare. Piccoletta, avrei dovuto dirle, sai dove invio le tue le tue gambe belle tese, lì dove puoi solo immaginare, con la la tua malvagità, la stessa che io non merito

Un ricordo doppio e caldo

Ieri ho trascorso tutto il giorno a casa, il primo senza papà e senza mamma; mi sembra un millennio il tempo che non passo più con loro due insieme, forse lo è, fatico a capire, a fare un rendiconto del vuoto che andandosene mi hanno creato attorno. Ieri ho preso le misure con il nuovo che dovrò affrontare da adesso in poi senza di loro. Ho ricevuto qualche telefonata, ho scritto, ho pure letto, ho cercato di riempire il tempo e poi mi sono ritrovata a guardarmi in giro prendendo le misure con intervalli recenti, i loro, quelli che hanno abbandonato qui, accanto a me e a Luca. C’è da colmare tanto spazio adesso, resta da capire chissà come poi. Un pomeriggio lunghissimo quello di ieri che non si snodava più, non andava avanti, la tv non mi ha sedotta nemmeno un po’, figuriamoci, la musica mica mi piace, alle 16.00 mi guardavo già in giro e mi sentivo sola. Ho pensato al 19 agosto, il giorno del compleanno di mamma, sotto il controllo dei medici sembrava quasi in forma tanto da concederle dopo settimane addirittura un pranzo ben definito e per cena una pallina di gelato che lei ha mangiato lentamente ma con evidente soddisfazione. Dieci giorni dopo se n’e andata, ho avuto il tempo per un ultimo bacio, che faticherò a buttare via e perché poi dovrei farlo.

Dal Giubileo 2025 in poi

Ci si può commuovere guardando le immagini di un milione di ragazzi che partecipano a Roma al Giubileo dei giovani? Sì. Lì, radunati in preghiera davanti al Papa erano bellissimi e felici, così li ho intesi io, pronti anche per stringere amicizie tra loro, cantare, ballare e travolgere tutto l’insieme con entusiasmo, dalla bellezza dei loro cuori leggeri che ho sentito soprattutto aperti, sulla linea di una riconoscibile sincerità pronta a comporre passi avanti rispetto al ritratto che noi adulti facciamo di loro. Sono questi i giovani a cui voglio credere, mi piacciono così, ma fanno meno figura di tutti quelli che racconta la cronaca, quelli che vanno a scuola col coltello per lanciare minacce all’altro, che sembrano uscire dalla strada maestra dall’educazione e della civiltà, quella che invece ho visto, pure con una lacrima di commozione e approvazione, a Roma pochi giorni fa. Ma alla fine mi sono chiesta quale sia la strada autentica dei nostri ragazzi, credo stia a metà sono arrivata a dirmi, non tutta composta dentro quella bolgia infernale che noi aduti descriviamo cosi come non solo quel ritratto disegnato a Roma. Giovani, in linea con temi moderati, quindi, quelli che non fanno troppo rumore, né in un senso, neanche nell’altro, capaci di vivere fino in fondo la loro bella giovinezza orientandosi tra il magnifico che si compone davanti agli occhi e nello stesso tempo allottandosi dalle tante tentazioni che fanno cucù dietro l’angolo. E io a quell’età? Attenzione prego, lo dichiaro, so per certo che al Giubileo romano non avrei partecipato, che l’insieme mi avrebbe fatta anzi sorridere con il sopracciglio alzato dal diniego, brusio di negazione pure, probabile opposizione di superiorità, ma il coltello in tasca certo che no che non l’avrei avuto, mi sarei ferita piuttosto per strapparlo di mano all’aggressore verso il più debole. E io voglio vedere così anche i ragazzi di oggi, quel milione al Giubileo, come quella altrettanto forte quantità che non era lì rimasta a casa ma con la tasca libera dal coltello.

Sogna, ragazzo, sogna

Mi sono imbattuta in una pagina web in cui Roberto Vecchioni e la moglie Daria Colombo parlano della loro storia legata a doppio filo con la sclerosi multipla: il figlio Edoardo ne è affetto e loro, quindi, sanno cos’è in ogni suo feroce aspetto. L’ho conosciuto Vecchioni, anni fa, faccia a faccia, parola su parola, verità dopo verità. Lui ha visto ogni fatica che io mi portavo appresso, appesantita com’ero da quella gamba cialtrona che non aveva ancora conociuto la quiete data dalla sedia a rotelle. Era una serata di lavoro quella in cui ci siamo ritrovati, tanto per lui quanto per me. Vecchioni interveniva come ospite dell’agenzia di comunicazione per la quale lavoravo allora, presentava il suo libro, era protagonista della rassegna letteraria che avevamo allestito. Dettaglio in più: io non sapevo del suo rapporto con la sm, lui del mio. Ma una volta visti ci siamo capiti al volo, anche nel silenzio, quello che ci siamo imposti. Fu una serata faticosa per me, era ancora il tempo in cui aprire il sipario non mi piaceva. L’ho detto tante volte che è stata la sedia a rotelle a favorirmi, c’è poco da raccontare adesso, pensate quel che volete, non me ne frega niente compresi i vostri sguardi pietosi, patetici, perfino caritatevoli, quelli che la sedia a rotelle nutre e non nasconde. Ma se volete aggiungere un dettaglio ora che dovete pagare le tasse pensate al vostro 5xmille e se vi va di aiutare il domani di quelli che vivono con la sclerosi multipla eccolo il Codice fiscale della Fondazione di AISM: 95051730109. Per me credo sia troppo tardi ma la tempesta che la sm muove merita di far trovare un buon ombrello per i tanti ragazzi bagnati dall’acqua che all’improvcuso la sclerosi multipla rovescia addosso. Con tutto il ringraziamento che so dare.

Extra Omnes

Ecco, ci siamo, qui, arrivati all’inizio del Conclave. Stamattina c’è stata la celebrazione della messa Pro Eligendo Romano Pontefice, quindi poco alla volta si arriverà alla chiusura della Basilica Vaticana che rimarrà aperta solo ai 133 cardinali che avranno il compito di eleggere il prossimo Papa. Questo pomeriggio ci sarà l’emozionate Extra Omnes e quanto accadrà all’interno della Basilica vaticana noi lo potremo sapere solo osservando le fumate dei camini posizionati sul tetto della Cappella Sistina: nera, il papa non è stato ancora eletto, bianca, ne abbiamo uno nuovo. Si sta facendo la storia, religiosa certo, ma non solo. Io ne ricordo quattro di fumate bianche: nel 1978, l’anno dei tre Pontefici (il defunto Paolo VI, e quelle che portarono all’elezione, prima del Patriarca di Venezia, Giovanni Paolo I, e poi, un mese dopo, di Giovanni Paolo II, il primo papa polacco); nel 2022 quella che vide la salita soglio di Benedetto XVI e, ancora, nel 2013 quella che ci condusse a Papa Francesco. Insomma da oggi si disegna un nuovo capitolo, del Cristianesimo certo, ma non solo, proprio in virtù del ruolo che i 133 cardinali compiranno da questo pomeriggio, chiusi nel completo segreto che dall’Extra Omnes li porterà all’Habemus Papam, quando la storia assumerà una direzione precisa. Da settimane se ne parla cercando di districare il capo di una matassa importante che deve accompagnarci all’elezione di un Pontefice in grado di porsi in modo equilibrato dentro un’epoca, la nostra, complessa e afflitta da scelte cerchiate da decisioni rischiose a dir poco. Ecco dove siamo. Ecco perché da oggi più che mai mi affido a un nome scelto con la capacità di dare svolte decise a questa epoca tagliente ed evidentemente velenosa. Un ruolo di pacificazione lo può raggiungere un Pontefice eletto con criterio corretto? Sì. Pensiero considerato anche in modo indipendente dal fatto di possedere o meno un credo religioso? Sì. In questo momento sì. Ne sono certa. Ecco perché in questi giorni siamo dentro più che mai al nostro futuro.

Care ragazze, cari ragazzi – XXI

Sto scrivendo con largo anticipo rispetto a quando voi, ragazzi, leggerete queste righe. Per me è martedì 5 novembre, pomeriggio, e sto piangendo da questa mattina, da quando in macchina con mio fratello in direzione Padova per fare una visita medica è arrivata una telefonata: un amico ci ha chiesto se sapevamo qualche cosa a proposito di una notizia che girava per Jesolo. Le voci dicevano che a causa di un incidente stradale Veronica Colla era morta. Ci siamo zittiti, io mi sono tolta gli occhiali poggiandoli sulle gambe perché lacrime silenziose che mi spuntavano dagli occhi li stavano sporcando. Dopo qualche rapida ricerca di informazioni questa notizia ha trovato conferma. Mentre mi leggete voi è molto probabile che nella chiesa SS. Liberale e Mauro di piazza Milano il suo funerale sia già stato celebrato e certamente rispetto a oggi c’è qualche informazione in più rispetto a come sono andate le cose. Poco importano i tempi rispetto al dolore molto forte che questa scomparsa ha provocato. Io, Veronica la conoscevo fin da quando era una bimba perché la sua famiglia è legata alla mia da un rapporto molto stretto che parte dai suoi nonni, passando dai genitori, zii, cugini. Siamo cresciuti insieme condividendo valori, ricordi, giochi, risate, battaglie di vita ed è per questo che oggi non riesco ad andare oltre coi pensieri, non mi serve sapere i tanti perché e i molti come di questo drammatico incidente, mi basta solo pensare al dolore che sta squarciando il cuore di chi le voleva bene. Ai tanti che le volevano bene. Tra voi che mi state leggendo ce ne saranno numerosi perché Veronica aveva uno spirito trascinante, con lei anche le sorelle Giorgia e Gloria che non sono certo da meno e papà Roberto – con cui sono cresciuta giocando mentre lui cercava di insegnarmi a nuotare nella piscina vicina alle attività dei nostri genitori provando a vincere il mio spirito imbranato – e poi mamma Sandra, simpatica, gioviale, allegra. Tutto quello che era dipinto sul volto di Veronica e questo mi serve per chiedere anche a voi ragazzi di prendere esempio dal suo carattere, dalla sua voglia di sorridere e che da oggi non c’è più lasciando invece spazio a un dolore da condividere stringendoci con forza attorno alla sua famiglia.

Care ragazze, cari ragazzi -XVI

Ora che è la scuola è cominciata di nuovo avete ripreso i contatti con i vostri compagni di classe oppure se state iniziando un nuovo ciclo di studi vi trovate accanto amici di banco che presto o tardi diventeranno autentici complici di vita. Ma un piccolo dettaglio permettetemi di metterlo in luce. Qualcuno di questi compagni di studio probabilmente e purtroppo potrebbero avere dei problemi di salute. So che non vi aspettavate che aggiungessi questo dettaglio ma non mi sento nella posizione di tacere e passare oltre. Partiamo dall’inizio: quando io ero a scuola stavo bene e non avevo problemi di sorta, poi la vita ha preso una via un po’ storta e mi è piombata addosso una malattia certamente pesante che oggi mi fa stare su una sedia a rotelle, tranquilli adesso non parlerò di questo e non dirò che potrebbe capitare anche a voi, sia mai, ma da persona matura non posso tacere senza aggiungere un consiglio. Io so che i problemi accadono e qualcuno dei vostri compagni di classe, che già conoscete o con i quali magari imparerete a condividere una nuova esperienza di vita, potrebbero avere qualche genere di difficoltà con la salute. So anche che siccome siete ragazzi intelligenti vi poniate tante domande: come faccio ora con lui? Come mi devo comportare adesso? Qual è l’atteggiamento corretto da mettere in atto? A tutte le domande che vi saltano in testa la risposta è una sola: naturalezza, siate sinceri e autentici. Se c’è richiesta esplicita di un aiuto da parte sua datela, se tace a sta da solo allungategli la vostra mano senza paura di sbagliare. Allo stesso modo se vedete che esprime massima autonomia includetelo in ogni discorso, gioco o battuta che fate senza dimostrare timore o paura di sbagliare, ve lo posso assicurare, vorrà essere incluso con semplicità in ogni dialogo. Una cosa va evitata sempre, invece, l’isolamento. Ha bisogno di voi e della vostra collaborazione, deve poter entrare nel circolo delle vostre chiacchiere e dei discorsi perché in lui non c’è niente che non va, un po’ più di sfortuna certo perché la salute con lui è stata vagabonda ma niente più di questo. E ora cambio spettatore e mi rivolgo a voi che invece state male – e badate ragazzi che so bene di cosa parlo – il mio consiglio è non chiudetevi a riccio, tutti aspettano un vostro cenno, un sorriso in più verso chi vi sta attorno, non mettete in discussione le loro intenzioni, anzi rendete più semplici le loro volontà. Apriamo i giochi di questa nuova battaglia dell’amicizia allora, si muove su due fronti che scendono in campo per lavorare con lo stesso principio quello che nega la solitudine per raggiugere confidenza libera e sincera.

Care ragazze, cari ragazzi – XV

Jannik Sinner. E potrei finire qui. Un bel punto a capo e arrivederci alla prossima settimana. Tanto il nome di questo giovane tennista italiano è noto a tutti voi che credo siate suoi tifosi per quello che sa esprimere su un campo da gioco con una racchetta in mano. Ha poco più della vostra età ed è il numero uno al mondo nella classifica ATP di tennis maschile; pochi giorni fa ha vinto gli US Open, il secondo torneo Slam guadagnato in questa stagione. Mica roba da poco, un successo atletico noto anche a chi di tennis non capisce molto: tipo me. Ma come valore aggiunto c’è anche il suo modo di comportarsi, le parole che sa dire, come si muove sul campo da gioco ma anche fuori che è proprio quello che personalmente mi ha conquistata e che spero abbia fatto anche con voi. Perché Sinner mostra passo dopo passo un’intelligenza che viaggia su percorsi che non lasciano mai indifferenti. Alla fine del match vinto a New York, con il trofeo appena ricevuto, ha dedicato le sue parole, quasi sussurrando, alla zia con la quale è cresciuto e che ora sta molto male. Un abbraccio da lontano pieno di significati, tutti da rispettare. Sinner è un vero campione, sta vincendo a mani basse tornei di tennis molto importanti, il suo segreto secondo i veri esperti è che si allena molto, non perde tempo in sciocchezze ma sa prendere atto con criterio e regola anche degli errori fatti. Quello che vorrei sottolineare è che Sinner, campione di uno sport molto ricco, dà spazio a dettagli mai secondari: durante una partita di tennis di qualche tempo fa, per esempio, il gioco venne interrotto a causa di una pioggia battente. I due sfidanti furono fatti sedere sulle loro panche a bordo campo mentre i giovani raccattapalle li coprivano con un ombrello aperto solo su di loro. Sinner fece spazio accanto a sé anche al giovane ragazzo che lo proteggeva dall’acqua e che entusiasta cominciò a chiacchierare con il tennista numero uno al mondo. Un gesto quello di Sinner che mi ha conquistata per la gentilezza che ha manifestato, la grande disponibilità e un’educazione non certo comune. Sono qualità non da poco che il nostro campione mette in atto insieme al suo gran gioco. Forza Jannik, da parte di tutti noi!

Care ragazze, cari ragazzi -XII

Nello lo scorso numero del nostro Giornale del Litorale Don Lucio ha firmato un articolo molto interessante che parlava dell’importante necessità di una completa integrazione culturale per le popolazioni straniere che vivono e lavorano a Jesolo. La loro presenza tra noi è diventata un caposaldo fondamentale attraverso la condivisione di vita e lavoro con la conseguente esplicita necessità di una reciproca conoscenza culturale. E da questi presupposti arriva, come ha scritto Don Lucio, l’organizzazione di corsi di lingua italiana rivolti ai tanti cittadini residenti nel nostro Comune ma originari da paesi diversi – molto spesso dal Sud Est asiatico, Cina, Giappone, Est Europa – che a Jesolo vivono e lavorano producendo e collaborando a reciproco beneficio. Mi ha colpita molto questa iniziativa, l’ho trovata non solo utile ma anche moderna perché in linea con la più utile e necessaria integrazione dell’oggi. Poi mi siete venuti in mente voi: tutto questo corrisponde a quello che voi ragazzi fate a scuola attraverso lo studio che vi permette di crescere diventando adulti in grado di muorvervi con intelligenza. E questo avviane solo nella consapevolezza che è necessario condividere fino in fondo il vantaggio del sapere. Ecco perché si studia. Ci avete mai pensato a cosa serve essere preparati nei confronti del mondo che vi sta attorno? Serve per guardarlo con occhi vigli e osservare com’è e come sta cambiando soprattutto in questa epoca intensa, quella in cui state vivendo e crescendo. Non fate l’errore di mollare la presa perché chi siete lo state maturando adesso. Assecondate pure le vostre passioni, ma mi piace aggiungere che non serve seguire percorsi che non vi appartengono, crescere vuol dire dare il meglio di sé in linea con i traguardi che desiderate raggiungere. E in questo la scuola è fondamentale, seguitela, arrivate al diploma che è assolutamente necessario, e poi fatto questo passo scegliete i caratteri di un lavoro da mettere in atto bene. Per questo l’articolo di Don Lucio mi è piaciuto molto perché si rivolge a quei residenti che a Jesolo lavorano pur arrivando da lontano, si impegnano desiderando migliorare sé stessi a beneficio delle loro vite. Il principio per voi è lo stesso: studiare per crescere e arricchire il vostro il futuro all’interno di una comunità che sa condividere con voi gli stessi principi.