A mano a mano

A mano a mano ti accorgi che il vento
Ti soffia sul viso e ti ruba un sorriso
La bella stagione che sta per finire
Ti soffia sul cuore e ti ruba l’amore

E a mano a mano si scioglie nel pianto
Quel dolce ricordo sbiadito dal tempo
Di quando vivevi con me in una stanza
Non c’erano soldi ma tanta speranza

E a mano a mano mi perdi e ti perdo
E quello che è stato ci sembra più assurdo
Di quando la notte eri sempre più vera
E non come adesso nei sabato sera

Ma dammi la mano e torna vicino
Può nascere un fiore nel nostro giardino
Che neanche l’inverno potrà mai gelare
Può crescere un fiore da questo mio amore per te

E a mano a mano vedrai che nel tempo
Lì sopra il suo viso lo stesso sorriso
Che il vento crudele ti aveva rubato
Che torna fedele, l’amore è tornato da te

Rino Gaetano

Silenzio necessario

Sono qui. Di nuovo. Dopo un tempo che non mi va di contare perché troppo pieno di angoli spigolosi, non risolti, scritti in testa con tracce incise nel mio orizzonte e che tendono soprattutto verso la paura. Per mamma che non sembra stare bene, per me e la mia sclerosi multipla che ha innestato una marcia nuova, non rassicurante, Luca che potrebbe crollare sotto il peso di tutto abituato com’è ad avere ogni cosa fin troppo in ordine. In casa è entrata una giovane ragazza di origini marocchine, qui per aiutarci, mi piace, a mamma meno e questo aggiunge nervosismo nell’ambiente, oltre alla paura per quello che domani potrebbe esserci. Succede un malore rapido che ha condotto mamma a un ricovero che sembra aver svelato un esito pesante che Luca ha rivelato quasi sottovoce, quasi solo a me, ce l’abbiamo fatta una volta gli ho detto, ce la faremo ancora. Ma tra una tac e una risonanza magnetica che mamma ha fatto in velocità e di cui non ho chiesto gli esiti, mi sento stringere dentro ma non so da cosa, e poi anche la mia sclerosi multipla si è fatta largo così come sa fare solo lei, con uno stile, nefasto, pieno di tracce nere, malvage e oggi ancorate ad altri pensieri sullo stesso genere. Ecco che c’è. Capito perché manco?

Come no

Eccomi qui, tornata su queste pagine a rispondere all’appello con un sonoro presente guidato da una mano alzata e bella tesa verso l’alto, dopo giorni e giorni di assenza, giustificata da nulla, se non da pigrizia, forse noia, di certo malinconia accompagnata da certe tracce di nostalgia che mi fendono il cuore. Ecco a cosa corrisponde il significato di questo lungo tacere, proprio qui, su questa valvola di fuga che ho voluto crearmi per dare valore ai miei pensieri, quelli più autentici, certi cupi, in altri casi leggeri, forse poco significativi così come densi di valore. I miei, insomma. Invece sono scappata. Sciocca, io, facendomi solo del male però, chiusa dentro un silenzio che non valica confini, tuffato, invece, in un buio senza soluzioni, solo una svogliatezza che avvolge ogni mia capacità verso il meglio, come quella, l’ho ben compreso da tempo, che disegna troppo spesso righe troppo strette, quasi assenti, lontane, staccate, isolate. Compreso che significa questo maccanismo? Che non agirò più in questo modo? Mah.

19 marzo, papà

Un bacio papà, per tutti quelli che non ti ho dato quando eri qui e potevo farlo, per gli abbracci mancati, sfuggiti senza spiegazioni, carezze tenute in tasca senza dare un autentico perché e che ora rimpiango. Una figlia arida sono stata, ecco cosa, quella che oggi si crogiola dentro un rimpianto profondo. Le parole giuste quando eri qui non le ho mai davvero dette, mandavo avanti gesti sbagliati, ingenerosi, soffocati da pochi grazie, baci frettolosi e scostanti, carezze veloci. Ti voglio bene papà dovevo dirti, lo meritavi, ieri come oggi, per quello che eri, che sei.

Ancora Malaussène

Ecco che ritorno qui, l’ho già scritto come mi sento, troppo spesso, in molti frangenti, in quei momenti che pungono e che farebbero venir voglia di scaraventare tutto in aria. E invece sto zitta, per carattere, per bisogno, per incapacità, per piena consapevolezza dei miei limiti, per mancata comprensione delle ragioni che stanno alla base di ogni dettato. Sono i frangenti Malaussène, quelli in cui in famiglia mi vestono da capro espiatorio, come ieri sera, quando le urla me le sono sentite rovesciare tutte addosso, all’improvviso, da destra come da sinistra, senza capire il perché. Mi sono serrata nel silenzio allora, non avevo di che ribattere del resto, mi mancava la voglia di farlo soprattutto, quindi ho riportato a bordo i remi della barca per fermare ogni navigazione e mi sono accovacciata sul divano. Pensando a papà che in casa vestiva i panni di sua Maestà Malaussène: Pennac conoscendolo avrebbe reso i suoi romanzi migliori per riferire come proprio noi lo si trattasse troppo spesso, senza perché, con quei modi spicci che al pensarci oggi mi fanno piangere di un dolore che mi lacera dentro.

“Vecchiette” del ’72

Domani la mia amica “storica” compirà gli anni e per noi due sarà l’occasione per ricordare tutta la bellezza e il potere affettivo del nostro rapporto. Siamo nate entrambe nel 1972, un po’ “vecchiette” insomma, forse per questo la nostra amicizia ha molto da raccontare: conosciute il primo giorno delle scuole superiori, alla fermata del bus che ci  portava al Liceo, lei diretta allo scientifico io verso il classico, avemmo modo, per fortuna, di piacerci tanto da darci appuntamento per il rientro. Da quel giorno le cose non sono cambiate, per cinque anni è andata così: la mattina, una volta a bordo, si tirava fuori un libro con la volontà di fare un ripasso al programma di studio della giornata ma poi, pochi minuti al massimo, e lo si richiudeva, era tempo per dare avvio alle nostre chiacchiere quotidiane. Il sabato pomeriggio l’appuntamento prevedeva un’uscita per un gelato da consumare insieme, divenute più grandi era la volta di una pizza spesso anche con altri amici. Poi il tempo è andato avanti, è arrivata l’Università, lei a Udine mentre io a Venezia, eppure nulla si è modificato perché abbiamo coltivato il bene che ci vogliamo fin dall’inizio, con sincerità, dialoghi aperti, liti anche, confronti accesi spesso, ma placati ben presto perché la volontà reciproca di riconciliazione non è mai mancata. C’era troppo da preservare. Non sono nemmeno purtroppo mancati quei momenti trancianti con i quali, tanto lei quanto io, abbiamo dovuto fare i conti: pagine di vita inattese, la morte veloce e prematura della sua mamma, una sofferenza profonda con cui fare i conti da un giorno all’altro, un tetto di dolore scoperchiato senza preavviso non avendo idea di che direzione prendere. Fino alla mia sclerosi multipla piombatami addosso di peso, arrivata come una freccia che disegna segni malvagi. Ma proprio in questi momenti tanto duri siamo sempre state consapevoli che ci saremmo sempre trovate accanto, l’una per l’altra, di continuo fissando tra noi un’asse cui poggiarci per buttare all’aria le solitudini reciproche. Soffocate anche da risate, condivisioni di gioie immense – come l’arrivo di quel gioiello che si chiama Beatrice – prese in giro anche, inseguite da abbracci caldi e tutto il bello che sappiamo consegnarci gratuitamente. Ora me lo consenti un favore? Buon compleanno, Federica, “vecchietta” del 1972.

Va risolto

Convivenza stretta, continua, quotidiana, silenziosa, oppure pilotata attorno a chiacchiere sempre uguali, noiose, ieri come oggi, ora dopo ora. Io e mamma, due caratteri potenti, disposti a tutto per imporre la propria ragione rispetto quella dell’altra. Mettiamo in campo le reciproche malattie per fermare ogni segnale di comunicazione: i nostri disturbi, differenti, ma allo stesso modo pesanti fanno leva su una competizione che pretende ragione a discapito di tutto, quando non c’è diritto alcuno, in particolare. Ecco come sono le nostre giornate, avvolte da un richiamo che dopo l’addio a papà si è amplificato assumendo figure che stringono i nostri respiri. Ci ragionavo ieri e vedevo la vecchiaia di mamma che si fa purtroppo largo e la mia insofferenza a tutto, quella che non si blocca avvolta come sono da una sclerosi multipla – la maledetta – che aggiunge a ciò che vede tracce di fatica. Dove ci condurrà questo niente? Lo stesso che quelle poche volte che ho liberato con uscite solitarie (due, tre?) ha prodotto esiti amari, lacrime anche, richieste di abbracci vestiti da fastidiosi e inspiegabili perché. Addirittura i libri ho messo da parte per non alzare troppi muri di divisione preferendo prove di incontro seminate però al vento senza piacere da vivere insieme. Ma a che serve mi chiedo se poi l’esito scrive giornate generate attorno a pochi sorrisi, spesso neri, ore variabili tra passaggi anche prepotenti messi in linea su canali avversari? Tutti i giorni, stesso meccanismo, in gran parte senza parlare, l’abitudine al dialogo non l’abbiamo mai avuta, è vero, e così ci lasciamo trascinare da un vuoto che fa male. Dovremmo risolvere, ma è dura, da parte mia, da parte sua.

Sempre con te, papà

Un altro compleanno senza di te, papà, il secondo priva del tuo bacio timido sulla fronte mentre mi facevi gli auguri, tu che non eri mai stato abituato a dimostrare affetto, cresciuto in una famiglia numerosa, in un’epoca immersa dentro a una guerra impetuosa che aveva prodotto povertà, poco studio, bisogno precoce di imparare un lavoro. Eppure io per te ero io, malgrado fossi ingiusta nello starti accanto, sempre pronta a puntualizzare ogni tuo sciocco errore tu con me andavi oltre, chissà se sapevi che per me eri un punto fermo che sa il cielo quanto mi manca adesso. Vorrei solo che tu vedessi, papà, che il tuo ricordo è lì a stracciarmi l’anima, tra i sensi di colpa e i rimpianti per non essere mai stata davvero giusta con te e per non averti detto ti voglio bene quanto meritavi.

Auguri, papà

Il secondo Natale senza di te, senza il tuo albero, senza la stella luminosa che appendevi accanto sulla parete della finestra, alle luci agganciate con cura e misura sul terrazzo, a quel panettone che ordinavi dal fornaio più bravo della zona e che prendeva vita sulla tavola dopo il pranzo. Mentre ora siamo troppo lontani da te.

Quella poltrona solo per lui

A settembre è partita la programmazione della tv invernale, bloccata, ahinoi, in modo fin troppo evidente su un filone che più che ripetitivo di così non si potrebbe definire; un eccesso, fondato su una quantità nervosa e spietata di idee azzerate, capaci solo di raschiare il fondo del niente. E mi si chiede poi perché la sera mi addormento subito davanti alla tv, schiacciata sopra al divano anche. Un tempo avevo sempre un libro in mano a quest’ora, da poche settimane, qui l’ho già scritto, lo prendo con me il pomeriggio, la bella abitudine della lettura è tornata, che piacere, la sera invece condivido la tv con mamma, per starle vicina mi racconto, ma sai che genere di appoggio le do visto che dormo e di fondo pure. La mia totale assenza di concentrazione alla messa in onda dei vari palinsesti è alimentata, lo so per certo, da un via e vai di programmi uguali a se stessi ormai da decenni poi, con interpreti che si inseguono senza dare un segnale di minima partecipazione verso chi sta davanti al video. Ho a disposizione piattaforme su piattaforme, potrei guardare film, serie tv, idee cinematografiche di livello che tuttavia non mi attraggono del tutto, anche perché devo condividerle con mamma e non è fattibile, non abbiamo gli stessi gusti e io voglio favorire i suoi a discapito dei miei. E così la sera dormo, e anche se cerco comunque qualcosa da spartire con lei, ben presto mollo la presa, abbandonandomi tra i cuscini del mio comodissimo divano. Il piano autorale delle tv pubbliche e commerciali italiane, comprese le scelte dei professionisti che tanto si autocelebrano, è qualcosa di più che debole e stanco, lo considero privo di spina dorsale e vivacità intellettuale, somiglia a un campo arido che si alimenta di ruvidezza logica. Mi spiace per mamma, deve subire questo vuoto e pure me che le dormo accanto, anche ripensando a papà che quando era qui con noi sedeva vicino a lei sulla sua poltrona – proprio quella dove oggi chiunque ci si posi sopra anche solo per caso mi infastidisce – e che ricordo bene faceva come me, ronfava in quantità. Ma questa è un’altra storia, il vuoto della tv pesava meno perché ora è la sua di mancanza a gravare ai massimi.