Senza sosta

Mi muovo tra sensi di colpa e battute che cercano la corretta opportunità nello scrivere questo testo, ci penso da giorni, spostandomi tra pensieri che mi risuonano in testa, voci infangate da suoni cupi che compongono un disegno che sa di non possedere solo diritti: non sono l’unica al mondo a stare male mi ripeto. Ma poi la testa non si ferma, penso e ripenso ed eccomi qui, a dire la mia, al peso che la malattia carica su di me, la sclerosi multipla che mi mette allo stremo, a mamma e i suoi gravi problemi di salute, al dolore per papà che è volato lontano via da noi. Tutti e quattro in famiglia stavamo da tempo a bordo di un vascello malfermo, ce la facevamo però, insieme, con un equilibrio rintracciato a fatica che ci manteneva comunque a galla, alla ricerca di spazi sempre ritrovati, fuori, aperti e non solo dentro le pareti di casa come adesso. Per la prima volta penso a cosa sarei io senza la sm, senza la malattia di mamma, certo che il dolore per papà sarebbe lo stesso grande, ma noi saremmo diverse;  io avrei continuato col lavoro e con ogni certezza noi staremmo insieme con maggiore leggerezza, guiderei ancora, andremmo fuori per un caffè al volo, una sosta dalla parrucchiera, una spesa che sgraverebbe Luca, andrei fuori per una pizza con le amiche, mamma a casa anche da sola potrebbe abituarsi a una solitudine lenta, pesante ma possibile da superare, senza dimenticare i sentimenti certo, ma disposta a vedere a domani, lasciando anche papà più sereno, lo so. Ma la malattia quando batte, batte ancora più forte del possibile, incidendo dentro il peso di una pugnalata che trafigge il cuore facendolo sanguinare senza sosta.

IIIC che eri e che sei

Ieri sera c’è stato un ritorno al passato, quella cena coi protagonisti della mia IIIC a cui davo buca da prima del Covid, passando attraverso ogni cosa è successa dopo, la scomparsa di papà soprattutto. C’era Donatella, spalla destra del mio banco di prima fila, che il suo brio e la chiacchiera brillante, vivace, dinamica non l’ha di certo persa, con Giorgio, suo marito, diventato amico anche lui con cui amo dividere parole e pensieri, c’era Enrico sostegno di tanti ricordi liceali così come di voci importanti, opinioni mai dome, attive e intelligenti di oggi e con lui la moglie Ilaria, dolce ed educata nelle maniere e nei pensieri, il loro figlio Pietro, ragazzo quasi maggiorenne – tanto per dire quanto siamo invecchiati noi – bello, dall’aria razionale, sicuramente garbata. Ma poi anche Federica amica mia di sempre, col marito Adriano potente supporto, tra le altre cose, di molti miei giorni scuri, la giovane e ben cresciuta Beatrice e poi Gloria sempre da me e per me quando serve, quest’ultimi in IIIC non c’erano, li abbiamo adottati e con entusiasmo, con le loro voci e i volti di peso. Posso dirla tutta? Mi è mancata Marina, lei lo sa perché, la prossima volta la trascino al tavolo, lei che in IIIC c’era e che è ancora qui, vicina a me, sempre e per sempre. lo so io, lo sa lei. Insomma, una bella serata, di chiacchiere e pensieri, la matematica non sarà mai il mio mestiere. Ne avevo bisogno? Credo di sì, anche se ero stanchissima, massacrata da un dolore a una spalla che non so da dove arrivi, se è uno stiramento risultato di un movimento sbagliato, un colpo d’aria mal subito oppure, maledizione a lei, dalla sclerosi multipla che fa buongiorno in questo modo inedito. Ma lascio il passo, mi muovo altrove col pensiero, facciamo così, oggi ho preferito ordinare il libro che ieri sera mi ha consigliato Enrico, Rosa Montero, La pazza casa, con postfazione di Mario Vargas Llosa. Non mi sembra poco.

Vorrei che il peggio fosse questo

La stampa italiana fa così, per qualche settimana si attacca allo stesso ramo di informazione e lo replica cercando, credo, di farne un caso da sfruttare all’eccesso, in questo modo gli apre tutte le porte per poi chiuderle all’improvviso senza curarsene più, è arrivato altro di cui discutere. Morte assistita per l’inizio di agosto, tocca a questo argomento, due casi, a pochi giorni di distanza. Ho schivato in fretta le pagine dei quotidiani che ne parlavano, solo una lettura rapida, disinteressata quasi, di certo inquieta; ho seguito con finta freddezza i servizi dei tg che ne ribadivano i motivi, occhi bassi i miei, per non vedere, per non sentire, per non farmi trascinare dentro l’incubo che prendeva forma. Sclerosi Multipla, due donne sulla mia età hanno scelto la strada dell’addio autonomo alla vita piuttosto che convivere con Lei. Non ipotizzavo che Sua Maestà potesse fare tanto male, o forse sì, chi lo può dire cosa mi passa per la testa quando vedo lei domani accanto a me, quale aspetto le ho dato, in che specchio mi vedo riflessa nel futuro, se so davvero tutto quello che lei potrebbe disegnarmi addosso, se ho capito qual è il colore che impiegherà su di me. Conosco i vari scritti che fino a ora ho visto in diretta: dalla diagnosi, certa e sicura, compresi tutti i successivi punti di domanda che mi ha piantato a fuoco dentro, pure quelle lacrime che ha fatto scendere fin da subito anche se quasi vuote di significato perché no che non sapevo i tanti passaggi lenti e malfermi nei quali stavo entrando, come i tanti e numerosi esami fatti e da fare inseguendo esiti vigliacchi, le richieste di silenzio verso gli altri seppure amici – per paura? per vergogna? -, momenti che le ho concesso per impossibilità di fermarla, tentativi, ma nemmeno tanti, di dirle basta, fai un passo indietro lasciami in pace, fino a lei, la due ruote fin troppo temuta e odiata sulla quale però mi sono seduta e accomodata anche troppo bene. E ora questa notizia, morte assistita, via di fuga spaventosa e totale dalla sclerosi multipla, che però ho letto, ascoltato con un solo orecchio teso, l’altro quasi coperto, e dentro una tensione vibrante che mi ha gelata con la durezza di uno schiaffo ricevuto credo senza merito. Io che pensavo che il peggio fosse già arrivato.

Siamo egoisti

Ieri sera alle venti circa stavo cenando quando l’elettricità è saltata, le luci si sono spente, la lavatrice pure, la lavastoviglie impossibile da far partire, in arrivo da fuori un concerto di suoni d’emergenza perfettamente coordinati tra loro. Che egoisti ho pensato. Il caldo, l’afa estiva, l’umidità che soffoca, la calura che opprime i sensi, la canicola irrespirabile sono arrivati è pur vero, ma attaccarci, senza idea di scampo, all’aria condizionata, la stessa che in un battibaleno, ieri sera, da me, ha fatto saltare tutte le linee elettriche, forse è un po’ esagerato. Rallentare conviene certo e mi fa specie dirlo, io che non tollero nessuna specie di calore, io che con l’afa mi sento buttare ai matti, io che non sopporto nessuna forma di estate, io, insieme alla cara sclerosi multipla che ci sguazza dentro sedotta dalle sue migliori grandezze, credo si possa portare pazienza. Proprio io insomma, stupita quasi, perché mi sono scoperta a chiedere di andarci piano coi pensieri sulla torrida estate già qui: apri le finestre penso, ascoltalo quel briciolo di aria naturale che ancora resiste, ti soffia in faccia se glielo permetti, giocaci insieme, dagli l’opportunità di fare del suo meglio, finché ne avrà opportunità, finché ti darà tempo.

Benjamin Malaussène

Ultimamente mi sento come Benjamin Malaussène, il personaggio che nei romanzi di Daniel Pennac di professione fa il capro espiatorio, pagato per assumersi le colpe degli altri, scelto come esca per evitare che critiche e responsabilità cadano sulle spalle dei suoi colleghi di lavoro ma non da meno voluto per queste ragioni dai suoi famigliari. Oggi sono forse di buon’umore e quindi mi va di scriverlo senza sentirmi disegnati addosso troppi effetti collaterali, o sensi di colpa, anche perché lo so che tra un’ora, in mattinata o il prossimo pomeriggio, durante un attimo giocato goffamente tutto, con Luca e mamma, andrà da sé, e forse anche male. Basta un angolo storto, una parola forse mal calcolata o proprio un errore, mica mi giustifico e basta, e ogji cosa nella vita di famiglia potrebbe prendere la forma di un dito, il mio, passato sopra la spina pingente di un cactus e io avrò solo il tempo per sentirmi come Malaussène, capro espiatorio. Papà, quindi. E ritorno da lui. Quante volte è stato, gratuitamente, Malaussène anche per me? E ora mi mordo le mani, di dolore, rimpianto e feroce nostalgia.

Il Salone Internazionale del Libro 2025

È cominciata ieri a Torino la nuova pagina dell’editoria italiana, quella dove vorrei essere anche io, catapulta dentro il salone dedicato al libro, alla scoperta dei più importanti titoli in uscita, delle case editrici che mi fanno battere il cuore, nelle sale dove potrei assistere a un ricchissimo programma di incontri letterari. Eccoci pronti per Il Salone Internazionale del Libro 2025 – Le parole tra noi leggere sottotitolo in arrivo da un romanzo di Lalla Romano e scelto dalla direttrice dell’evento Annalena Benini (che solo di recente ho scoperto essere nipote di Daria Bignardi). Lì vorrei andare, a caccia di idee, muovendomi anche a caso tra le esposizioni di libri, in cerca delle migliori presentazioni dell’editoria di prima classe che proprio tra quei banchi saranno in prima fila. Ci penso da qualche giorno al Salone ma mi salgono in testa ambiti che un po’ mi spaventano però: vorrei andarci da sola, forse perché il rapporto con libro richiede solitudine, ma poi se mi vedo lì mi immagino senza la sedia a rotelle e ben retta sulle mie gambe mentre cammino. Una pura fantasia, ma pericolosa, azzardata, rischiosa, inutile perché potrebbe nutrirmi di false speranze. Sull’argomento sento tristezza, malinconia. Da qualche tempo però con il pensiero mi capita troppo spesso di vedermi in piedi, mentre cammino e mi sposto con la sicurezza che avevo un tempo, prima che la sclerosi multipla agisse contro di me. Tanto che oggi penso che se il Salone del Libro mi ospitase tra i suoi padiglioni sarei libera, mentre cammino e felice, tanto felice. Posto che anche il Salone delle caramelle mou vissuto sulle mie gambe sarebbe un’esperienza da non dimenticare.

Tempo di sorpassare i confini

Poi ci sono eventi che vanno raccontati perché meritano di essere ben presenti in testa. Tipo il valore della famiglia di cui ho altre volte parlato su queste pagine. Ieri è morta la mamma di tre cugini (Maurizio, Elena, Clara) con cui i rapporti si sono stretti da poco, nuovi passaggi quelli di oggi, sufficienti per aprire il ponte di una nuova amicizia. Qui ne ho già detto appunto, ma non fa male tornare sul tema, anzi, mi rende felice, vale come il ricordo di papà perché questa  nuova pagina è nata il giorno del suo funerale, come se lui ne sia stato il gran cerimoniere. La sua famiglia di nascita era molto numerosa, tanti fratelli e sorelle, nati per lo più durante gli anni della Guerra, chiaro che i loro rapporti fossero bagnati da troppi pensieri e da idee pesanti. Il tutto era mosso da quelle molteplici faccende che non potevano condurre con facilità a un accordo completo tra loro. E così, una volta che ciascuno si è creato il proprio nucleo famigliare, impossibile procedere senza angoli da scansare tentando di saltare le buche della vita tenendosi sempre per mano. Anzi. Ora però sul campo ci siamo noi, i loro figli, più fortunati per il genere di vita dentro cui ci muoviamo: niente ricordi di Guerra, niente povertà sfrenata e difficile da vincere, progetti, i nostri, da poter mettere in campo insieme, finalmente. E adesso, e per fortuna, noi cugini vogliamo passare oltre a quelle sciocche incomprensioni tra i nostri genitori, le stesse che, se nemmeno ieri avevano né casa né significato, figuriamoci oggi. Adesso che i nostri genitori se ne stanno andando spetta a noi guardarci negli occhi e dire che ci siamo l’uno per l’altro, pronti a superare ogni steccato, qualunque esso sia stato. Un abbraccio Maurizio, Elena, Clara.

Grazie

“Sentendo che si avvicina il tramonto della mia vita terrena e con viva speranza nella Vita Eterna, desidero esprimere la mia volontà testamentaria solamente per quanto riguarda il luogo della mia sepoltura.
La mia vita e il ministero sacerdotale ed episcopale ho sempre affidato alla Madre del Nostro Signore, Maria Santissima. Perciò, chiedo che le mie spoglie mortali riposino aspettando il giorno della risurrezione nella Basilica Papale di Santa Maria Maggiore.
Desidero che il mio ultimo viaggio terreno si concluda proprio in questo antichissimo santuario Mariano dove mi recavo per la preghiera all’inizio e al termine di ogni Viaggio Apostolico ad affidare fiduciosamente le mie intenzioni alla Madre Immacolata e ringraziarLa per la docile e materna cura.
Chiedo che la mia tomba sia preparata nel loculo della navata laterale tra la Cappella Paolina (Cappella della Salus Populi Romani) e la Cappella Sforza della suddetta Basilica Papale come indicato nell’accluso allegato.
Il sepolcro deve essere nella terra; semplice, senza particolare decoro e con l’unica iscrizione: Franciscus.
Le spese per la preparazione della mia sepoltura saranno coperte con la somma del benefattore che ho disposto, da trasferire alla Basilica Papale di Santa Maria Maggiore e di cui ho provveduto dare opportune istruzioni a Mons. Rolandas Makrickas, Commissario Straordinario del Capitolo Liberiano.

Il Signore dia la meritata ricompensa a coloro che mi hanno voluto bene e continueranno a pregare per me. La sofferenza che si è fatta presente nell’ultima parte della mia vita l’ho offerta al Signore per la pace nel mondo e la fratellanza tra i popoli.”

Santa Marta, 29 giugno 2022
FRANCESCO

Terrazza Mare e il tempo della libertà

Durante il venerdì pasquale in tv c’era la Via Crucis davanti al Colosseo. Oltre al grosso valore religioso, che si può condividere o meno, la potenza dell’evento resta riservata a ciascuno di noi, così come il credo. Ma poi aggiungo: il punto di vista strettamente letterario, che io gli attribuisco, rappresenta un’autentica epica del valore culturale. Mentre venerdì sera la guardavo in tv dentro la mia testa si è messo in moto anche un vero flusso di coscienza che mi ha catapultata a circa trent’anni fa quando la Via Crucis la vivevo in diretta negli spazi davanti alla mia parrocchia, un circolo ben allestito per riprodurre ogni ambito della celebrazione. Io ci andavo con la mia amica Federica anche se ogni passo era speso per chiacchiere silenziose tra noi – poche preghiere le nostre –, sapevamo infatti che era un altro il sentimento che in quel momento ci abitava dentro. Il venerdì pasquale a Jesolo segna da sempre l’inizio della bella estate, quella del divertimento notturno e al tempo, in particolare, quello che dava il là all’apertura del più bel locale del litorale: il Terrazza Mare. Al termine della Via Crucis la nostra direzione si girava verso la zona del Faro dove sopra una bellissima palafitta sul mare c’era il Terrazza che quella sera apriva i battenti dopo la pausa invernale. È da venerdì che mi chiedo perché ero tanto felice di quel ricco calendario di serate che si prospettava davanti alla mia estate perché in fondo mi apparteneva poco. Del tipo: io non volavo rapida da una parte all’altra del locale accolta a braccia aperte da amici che aspettavano solo me per trascorrere il meglio la loro serata. No, io ero solo accettata, poche le parole per me, conoscevo un po’ tutti, certo, ma non ero come loro nel senso che portavo  avanti altri significati: non  vestivo con stile e questo a quei  tempi – forse anche oggi – era un discrimine invalicabile, non sfioravo le loro mosse e forse non stavo mai nei posti dove conveniva fermarsi. Resta che al Terrazza ho speso sogni bellissimi, anche speranze, di certo sufficienti per dire che bastava eccome per andarci. Ma ora il ricordo si ferma su quella gradinata che bisognava salire per entrarci; io, ancora lontana dal sapere che sarebbe arrivata la sclerosi multipla, ho fatto molto più che bene a ritrovarmi proprio lì ogni fine settimana dell’estate. Anche se forse non mi divertivo troppo, anche se non ne ero una grande protagonista, chi se ne frega, sono state belle notti, le ultime libere da pensieri oscuri e più grandi me. Come quella scalinata da salire.

Sono forte, papà, guardami sereno

L’anniversario dall’addio a papà. Eppure della giornata di oggi, di un anno fa, ricordo pochi pezzi, stralci, anche lacrime ma quasi minime, voglia, tanta, di buttarmi dentro al mio dolore in solitudine, questo sì, eppure, chissà perché, tutto mi appariva insabbiato. Molta gente attorno però niente da raccontare. Se penso a ieri ogni ricordo invece è ben scritto dentro. Di oggi meno. Solo che papà ci aveva lasciati. E per sempre. Tutti addosso l’anno scorso. Preoccupati per me, per le conseguenze che la mia salute malandata avrebbe potuto scrivermi sopra, ma ho retto. Come non accade in queste ultime settimane invece. Quasi che la sclerosi multipla si fosse accorta oggi di avere spazio libero tutto per sé. Un anno dopo e senza papà. Che se n’e andato senza mai smettere di avere me nel cuore. Stai tranquillo, sono forte, dammi qualche giorno in più e vinco ancora io con la bella stronza.