Come oggi. Come domani. Era un anno fa. In testa ancora lo squillo del telefono. Quasi all’alba. Io che mi copro gli occhi e dico “no”. Papà. All’ora di pranzo avevano già chiamato dall’ospedale: “Dateci il consenso. Vorremmo cominciare con la morfina. Si avvia a sentire dolore”. Noi abbiamo tortellini in brodo già pronti in tavola, il programma è quello di andare a trovarlo dopo pranzo. Ma invece ci si muove di corsa. Rimaniamo da lui fino a sera, quando, tornati a casa, ci accorgiamo di non avere voglia di mangiare e buttiamo via tutto. Prima di andare da papà quel pomeriggio chiamo il prete della nostra parrocchia, vogliamo che riceva l’estrema unzione. Saprò dopo che quelle saranno le ultime ore accanto a papà. Chissà se lui sapeva tutto. Che ero lì con lui, per lui. Gli prendo la mano. Sembra che me la stringa, capisce che sono io, è solo un caso? A un certo punto devo tornare a casa. Non chiedo perché, seguo la corrente. Mi avvicino e gli dico grazie. Per tutto quello che mi hai dato, per tutto quello che mi hai detto. Sono sincera ma sono parole che avrei dovuto dire prima. Prima di quella telefonata ricevuta alla luce di quell’alba impossibile da scordare. Come papa.
Categoria: Cose che provo
Undici mesi fa
Da qualche sera ho ricominciato a fare centro sul bersaglio della Ghigliottina. Passaggio di chiarezza: è il gioco che fanno in tv prima che cominci il Tg di Raiuno, l’ultima battuta è affidata a questa Ghigliottina. La puntata per intero è molto, ma molto, noiosa, più di vent’anni in onda mostrando la stessa solfa credo abbiano seccato un po’ tutti, almeno me. La Ghigliottina ha un altro sapore invece, quello della Settimana Enigmistica per capirci, unica e irripetibile, con il suo cruciverba Bartezzaghi e ancora di più il Ghilardi per non parlare di quello senza schema che chiude l’intero giornaletto di esercizi per la mente. Be’ insomma, allo stesso modo anche la Ghigliottina spinge al ragionamento con le parole e per questo mi piace. Le regole sono semplici: al concorrente vengono fornite volta per volta cinque coppie di parole, ne deve scegliere una, quella tra le due che indentifica come l’indizio giusto per arrivare alla soluzione finale: ovvero il termine che le collega tutte tra loro. Del tipo: strega, specchio, regina, mela, nani. Risposta: favola. O ancora: libro, lavagna, registro, quaderno, grembiule. Soluzione: scuola. Io le ho messe giù facili, facili, fasulle direi, non è così nella realtà. Ma è per questo che la Ghigliottina diverte. La guardo da sempre. Con papà si era arrivati al compromesso: mentre si cenava lui metteva in piedi il suo personale traffico tra i tg che voleva guardare, un quarto d’ora prima delle 20.00 mi passava il telecomando, c’era La Ghigliottina. Continuo a guardarla anche senza di lui. Anche senza beccare la risposta esatta. Ma ultimamente, come dicevo, mi capita di venirne a capo un po’ più spesso e con che soddisfazione poi. Come sono astuta, mi racconto. Be’ vabbè, che sia come sia, che io ci arrivi o che non lo faccia, la Ghigliottina resta il mio appuntamento prima della cena, prima del tg. E così esce un altro ricordo di papà, come quello scambio veloce del telecomando sulla tavola, tra piatti e forchette. E poi in questi giorni, che sono 11 mesi da quel maledetto addio, ancora di più.
Buon compleanno, papà
Oggi, 88, papà. Ma se penso che quelli dell’anno scorso sono stati gli ultimi auguri che ti ho fatto, con un bacio veloce e distratto, vorrei solo mandarmi a quel paese. Dicevi di essere “antico” perché dover ammettere di essere definito vecchio ti pesava sul cuore. Un peso che aveva il mio nome, e lo so. Maledizione a me che non ti ho fatto mai capire quanto ti volevo bene. E dirlo adesso vale? Poco o nulla, per tutte le volte che mi arrabbiavo senza significato contro di te perché lo sapevo che eri buono e con me non te la saresti mai presa. E io me ne sono sempre approfittata. Che ti chieda scusa adesso conta niente. Ci sono cose che non potrò mai recuperare ma la tua carezza calda, la mano che mi stringevi sempre quando c’eri, quando sentivi che ne avevo più bisogno resta qui, con il grande rimpianto di non essere stata in grado di dirtelo. Mi manchi papà. Buon compleanno. Non sei mai stato vecchio.
Sono sempre qui per te, papà mio
Sempre e per sempre tu
ricordati,
dovunque sei,
se mi cercherai.
Sempre e per sempre
dalla stessa parte mi troverai..
F. De Gregori
I tanti meriti che ho
Domani ho la visita neurologica di controllo per la verifica dei movimenti bastardi della sclerosi multipla. Questa in programma è l’ultima del 2024 e l’affronterò con il solito spirito tra fastidio, noia e sincera paura. In ventiquattro anni di onorata carriera di sm, calcolando che quelle in regime regolare sono almeno due all’anno, in bilancio ne ho quindi messe almeno quarantotto. Più tutti gli extra. Indicativamente si sale a sessanta? Direi di sì. Metti questo, aggiungi quello, fai i conti con l’altro, penso di non sbagliare di troppo. Per non parlare della tragica peripezia che si chiama risonanza magnetica, quell’avventura dentro un maledetto tubo che vibra, sbatte e fa rumore che questa volta non ho dovuto affrontare, un po’ come dire, ma che te la faccio fare a fare, mica si vedrà niente di diverso rispetto al disastro che c’è. Quindi dovrei essere calma oggi, mica sono io a ordinare il regime e i progressi della mia stronza di nemica multipla è lei che si muove in modo autonomo: già, ma sei io facessi qualche po’ di fisioterapia, se ci aggiungessi un briciolo di impegno verso la tutela di ciò che resta del mio corpo, se mi amassi di più magari chissà, forse e chi può dirlo lei si muoverebbe in avanti con un po’ di maggiore lentezza. Me lo ripetono tutti e magari hanno ragione, anzi sì che ce l’hanno, ma io invece resto qui a coccolare il mio vuoto, le mie sbandate senza significato, il mio nulla che si riempie di niente. Come se fossi nel giusto addirittura.
Quel dolore che piega
Ieri pomeriggio sono andata al funerale di mio zio, marito di mia zia Maria, sorella del mio papà, morta tre anni fa. Ho visto mio cugino Enrico, il figlio, con le spalle piegate da un dolore che per lui va avanti da troppi anni. Ha accompagnato alla fine dei suoi giorni la mamma, schiacciata da un tumore appesantito dal Covid, l’ha ascoltata nelle sue volontà salutandola fino all’ultimo giorno e poi si è occupato del papà, sorpreso da un senso di abbandono crescente per la perdita della moglie, lo stesso che ha visto inasprire una demenza già in atto e che di certo non si è fermata. Fino a ieri, nel momento del suo ultimo addio. Accanto a Enrico durante il funerale c’erano la moglie e i due figli, una bara, i fiori, gli zii, noi cugini e quel certo senso di solitudine e abbandono che sento dentro di me da quando ho perso papà. Ma in lui ho letto anche un sentimento diverso, un dolore misto a tregua nella consapevolezza di aver dato ai suoi genitori tutto, restituendo quel tutto che aveva ricevuto da loro. L’ho ammirato, il suo coraggio, la voglia di stare lì accompagnato dalla volontà di essere presente senza lacrime mostrando invece quella fermezza che la vita spesso ti chiede di mettere in campo. E alla fine ho intravisto nei suoi occhi il desiderio di prendere le distanze da questi anni, voltare pagina senza dimenticare, sia mai, aggiungendo, invece, ore di quiete al suo dolore.
In prima pagina
Quel dolore furioso alla schiena che da un paio di giorni mi porto appresso ha il nome di quest’afa maledetta che non accenna a voler finire. Aria condizionata che gira senza tregua e che quando non c’è mi porta a cercare quello spiffero che da qualche parte prende quota alla meglio mi tentano sempre piu per fare fronte alle temperature cocenti di questo Ferragosto eterno. E così insieme hanno fatto bingo, il risultato da un paio di giorni me lo sento disegnato addosso con un dolore alla schiena mai provato prima, quanto meno non con questi toni. Io e il caldo abbiamo un rapporto fatto di tempi stabiliti a inizio estate, come tutti forse, ma io mi sento in dovere di mettermi in cima alla piramide del lamento, che vi piaccia o meno. Qualche settimana gliela concedo: afa, temperature indegne, sfacciataggine nei modi possono anche esistere, “è estate mi ripeto, che vuoi pretendere”. Ma se si va troppo oltre alzo la testa in segno di protesta e tutto mi va sulle scatole, e parto con lamenti fastidiosi anche a me stessa. In pratica, facendo un bilancio, l’estate deve conoscere le regole, se non le rispetta diventa un documento mal scritto. Ché poi io vivo a Jesolo, e qui è il caldo a definire i principi della sua economia “lascia che lavorino dico, va bene così” anche se vorrei la neve, i cucuzzoli delle montagne, quelle di Heidi. Ma dopo il corretto spazio di settimane che concedo non ce la faccio, come tutti credo, ma io con il mio solito egoismo avanzo denunce che guidano, ovvio, alla sclerosi multipla capace con questo caldo di saltare sulla sedia – anche se non ne è fisicamente capace – buttandomi a terra, di fisico, di spirito, di umore. Vedo i tg poi, fa caldo in tutta Italia ti dicono “e grazie per la precisazione informativa aggiungo” e via con quelle immagini che sono le stesse da sempre: un lui che si bagna la testa sotto una fontanella trovata in una città che chissà quale è, una lei mentre si mangia un gelato mega che di rifrancante pare avere poco, un gruppo che bivacca sulla spiaggia sotto un sole che, santo cielo, deve essere quello delle 12.00 tanto per chiarire il valore di queste informazioni. Subito dopo arrivano i consigli degli esperti che ti dicono di bere tanta acqua, mangiare frutta, uscire nelle ore più fresche, utile da sapere, grazie, lo ignoravo. E per il mio mal di schiena, cari giornalisti, qualche consiglio autorevole da mettere in prima pagina me lo date?
Il primo compleanno da soli, senza te
Fra una decina di giorni mamma compirà gli anni, il suo primo compleanno senza papà, e non so cosa aspettarmi, da parte sua, mia e di tutti noi. Perché nella mia famiglia i compleanni sono sempre stati una festa per tutti e quattro, piccoli regali, qualche dolcetto, niente di straordinario ma comunque un giorno da mettere in prima fila rispetto agli altri. La prima a compiere gli anni senza papà è proprio mamma. Lei. La più debole fra noi per ragioni che non è possibile mettere per iscritto. Da un bel po’ di anni l’unica in famiglia a ricevere regali per il proprio compleanno sono io, e pure bellissimi, circondata come sono da un affetto immeritato, protetta da un abbraccio che mi scalda il cuore e che, ogni primo gennaio, davanti a quel pacchetto sempre più prezioso e brillante piange per ringraziare. Ma il prossimo 19 agosto si festeggia mamma, e siamo solo noi tre. Mancherà proprio lui, papà, che come regalo per mia mamma andava sempre in fioreria per farle recapitare a casa, dopo decenni di matrimonio, il suo personale omaggio che arrivava dopo uno squillo del campanello. E mentre il fiorista saliva in casa e mamma riceveva il suo omaggio si metteva in moto sempre lo stesso siparietto: papà stava dietro a una colonna mentre ascoltava le sue parole. Se erano fiori mamma che diceva “Ho pochi vasi e poi moriranno subito”, mentre se era una pianta “Non so dove metterla, ne ho davvero troppe!”, e poi si scambiano quel sorriso complice non prima che papà la guardasse e le dicesse “Passami tutto che ti aiuto io”. E quest’anno invece niente e lei starà male e io mi preparo al peggio, per tutti noi che sentiremo quel vuoto che vibra tutti i giorni. Ne ho parlato con Luca ieri sera e mi ha detto che ha già pensato a tutto: andremo fuori a cena quella sera, stai tranquilla mi ha detto, ce la faremo. Io mi fido di lui.
Quattro mesi fa…
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille tanto offuscate, erano le tue.
Eugenio Montale
Sveliamoli questi numeri romani
Sempre lo stesso titolo, seguito dalla progressione di un numero romano. Ma non ho mai detto quale ne sia l’origine, in che direzione va, perché arriva fino a qui. La storia parte da lontano e finisce al mio oggi, tormentato e demolito dalla morte di papà. Anni fa, Don Lucio, il mio parroco, seguendo traiettorie che in gran parte mi sfuggono, mi raggiunse chiedendomi di collaborare con lui per tentare di coinvolgere alle attività allestite per loro quelli che considera i suoi ragazzi. Mi sfuggono tanti dettagli di quella domanda ma so che dissi va bene e lì cominciò un percorso che fece bene prima di tutto a me perché mi portò a dire davanti a molti di loro “ciao, mi chiamo Cinzia, ho la sclerosi multipla”. Mica roba da poco, in quel momento ero sigillata dentro mutismi di debole protezione che all’improvviso avevo abbattuto. E quindi grazie, Don Lucio. Che poi mi domandò di scrivere con i ragazzi, o se non altro chiedere loro di farlo, ma su questo punto non portai a casa grossi risultati; poi pensammo di farli parlare delle loro debolezze e necessità, e anche qui peggio che andar di notte ma la causa fu solo mia che non ho né capacità né strumenti per affrontare un progetto di questa portata. Arrivò il Covid, con la sua tenda ben tirata sopra tutti noi che imballò di blocco ogni nostra manovra impedendoci di proseguire sulla strada maestra. Passato il grosso della bufera nacque il Giornale del Litorale, un contenitore per tutte le informazioni parrocchiali che portava con sé anche una rubrica dedicata ai più giovani, lo spazio intitolato Care ragazze, Cari ragazzi che Don Lucio mi chiese di guidare. Va bene, dissi. Ascoltando la sua domanda tracciai le fila di uno spazio che toccava argomenti a titolo libero allo scopo di far sentire i più giovani protagonisti di un pensiero su cui poter riflettere. Ci provai almeno, senza troppa continuità per essere sincera, per mancanza di tempo, così come di idee. Ma qui arriva papà, ogni volta che scrivevo per il Giornale del Litorale e Don Lucio pubblicava il mio pezzo lui, molto fieramente, andava in chiesa a ritirarne due copie, una per leggerla, l’altra per archiviarla tra le sue carte personali. Dettaglio: ho scritto per quasi vent’anni per un free press molto diffuso a Jesolo che raccontava ai turisti quanto veniva organizzato in città. Ricordo che papà lo sfogliava in un modo niente più che distratto. Il Giornale del Litorale? Altra storia, ne era orgoglioso per ragioni che non voglio nemmeno indagare. Lo sa lui, mi basta. Ma adesso sono io che non posso smettere di scriverci e nemmeno di pubblicare il testo qui, nel mio blog. Ecco dove sta la ragione di questa progressione di numeri romani associata a testi che cominciano sempre con il titolo Care ragazze, cari ragazzi.