Punto e a capo

Ieri sera dopo un mondo di settimane sono uscita per una rapida cena con la mia famiglia; solito bar, meta storica di Jesolo, tappa scelta per svuotare la testa dai troppi pensieri degli ultimi tempi, un toast il progetto, un piccolo gelato, caffè in conclusione. E mentre mangiamo, con la coda dell’occhio chi ti vedo? La rivale in amore della mia giovinezza, quella che mi viaggiava appresso con una marcia in più in quegli anni, lei che portava con sé le credenziali utili per stringersi addosso il mio desiderio per eccellenza, quello di certi momenti indimenticabili, ma per davvero, firmati dai diciotto anni. Si condivideva la stessa cotta che dopo un inizio brillante in cui il lui del caso mi aveva scelta con un emozionante “mi piaci da impazzire” anche troppo in fretta si era rivolto a lei correndo tra le sue braccia mettendomi al palo con una veloce e umiliante telefonata. Alla fine ieri sera quando per noi è arrivato il momento di rientrare a casa, lei, che aveva parcheggiato davvero male, è stata richiamata ridendo da Luca che le chiedeva di spostare l’auto, di corsa è uscita, scusandosi: lì mi riconosce, mi guarda, non sa che fare, che dire, mi allunga una mano, io anche, mi abbraccia, mi bacia, lacrima, lo vedo, le dico che non deve, che io sto bene, resto la stessa dei tempi in cui quel tizio ci ha fatte litigare, mi dice di chiudere l’argomento, lui, era sufficientemente stronzo per noi, concordo, rispondo, avremo modo di fare due chiacchiere in più sul tema. Perché poi quel passato di oltre vent’anni fa lo merita un punto a capo.

A mano a mano

A mano a mano ti accorgi che il vento
Ti soffia sul viso e ti ruba un sorriso
La bella stagione che sta per finire
Ti soffia sul cuore e ti ruba l’amore

E a mano a mano si scioglie nel pianto
Quel dolce ricordo sbiadito dal tempo
Di quando vivevi con me in una stanza
Non c’erano soldi ma tanta speranza

E a mano a mano mi perdi e ti perdo
E quello che è stato ci sembra più assurdo
Di quando la notte eri sempre più vera
E non come adesso nei sabato sera

Ma dammi la mano e torna vicino
Può nascere un fiore nel nostro giardino
Che neanche l’inverno potrà mai gelare
Può crescere un fiore da questo mio amore per te

E a mano a mano vedrai che nel tempo
Lì sopra il suo viso lo stesso sorriso
Che il vento crudele ti aveva rubato
Che torna fedele, l’amore è tornato da te

Rino Gaetano

Vestivamo alla marinara

Ecco che stamattina ho scelto la mia prossima lettura. Ho visto sul giornale che è morta Cristiana Brandolini d’Adda, età 99 anni, nipote di Giovanni Agnelli (fondatore della Fiat) e di Virginia Bourbon del Monte di San Faustino. Cristiana Brandolini d’Adda era l’ultima esponente ancora in vita della famiglia di appartenenza, le sorelle e i fratelli, Clara, Susanna e Maria Sole, Gianni, Giorgio e Umberto sono scomparsi anni fa infatti. Una famiglia la sua esempio di quando la ricca borghesia si unisce per ragioni patrimoniali alla nobiltà fino a comporre l’aspetto di una fascia sociale inedita che segna i caratteri di un’epoca che si compone. Tutti i figli di Giovanni Agnelli coi loro matrimoni hanno messo in campo soluzioni in cui il denaro borghese si è unito alla nobiltà europea, quella che appartiene a coniugi scelti, proprio come si faceva un tempo, con modi utili a entrambe le sponde, ai nuovi ricchi, che cercavano di rendere incorrotta la loro nuova figura e ai nobili che spesso avevano imboccato una discesa verso l’abisso economico che ne aveva sporcato il volto e che solo attraverso questo genere di matrimoni ritrovava un’immagine inedita, aperta verso un’apparenza sociale perfezionata da un aspetto pubblico inedito  ma compiuto. Ecco che violata, io, da quel disastro intellettuale che mi travolge da un bel po’, senti cosa ho deciso stamattina: di mettere in carica il mio Kindle perché è lì che ci comprerò Vestiamo alla marinara di Susanna Agnelli, un libretto facile-facile, di un’autrice che qui racconterà le memorie della sua famiglia fotografata tra gli anni Trenta e Quaranta. Non ditelo a nessuno quello sto facendo però, ho un’immagine da preservare.

La dinastia dei Florio

Una visita, improvvisa oltre che graditissima, insieme un regalo, il primo libro che compone la dinastia dei Florio a firma di Stefania Auci. Non lo conoscevo, allora ne ho parlato subito con Laura la mia amica che negli ultimi decenni mi ha passato i titoli più importanti che ho letto. Lei mi ha risposto con toni quasi sconfitti, procedi – mi ha detto – ma ti troverai di fronte a poco più che niente. Questa volta non l’ho ascoltata, mi sono mossa da sola e ho fatto bene, perché in questo momento di vita troppo ricco di pagine non proprio rincuoranti trovare dalla mia parte un racconto che forse è davvero facile ha corrisposto tuttavia a mille passi necessari per me. Proprio quelli che non facevo più del resto. Grazie a te sclerosi multipla che non sei altro. Ma anche a tutto quello che mi sta ingarbugliando pensieri e sentimenti. I Florio invece, famiglia di pescatori che parte sommersa dalla povertà di Bagnara Calabra di fine Settecento e che, con coraggio e desiderio approda in Sicilia, lì dove, decennio dopo decennio, tra avventure, lavoro, istinto e desiderio di farcela si inserisce con titolo nell’Italia che dal Nord si sta formando. Mi sono innamorata dei Florio fino a disegnare con loro spazi miei, seduta sulla mia sedia coi piedi poggiati belli in alto davanti a una finestra aperta per godermi quella spruzzata di aria che ancora c’è. Intanto va bene così. Poi sarà la volta di Tolstoj magari. O forse no, mi basta stare bene. Ne ho bisogno.

Connessione assente

Eccola qui la morsa afosa che toglie l’aria e il respiro, quella che spinge sulla sclerosi multipla e su tutto il resto che non va. Arrivata. E se non ti sembra di sentirla ancora disegnata sulla pelle qui a Jesolo la puoi scoprire col telecomando tv in mano per leggere sullo schermo: connessione assente, il digitale terrestre non è dalla nostra parte. Ieri sera un disastro epico, nulla di nulla da vedere in trasmissione, nessun programma capace di farsi guardare, solo il tempo per cercarlo sulle mille e più mille connessioni web a cui posso collegarmi per cercare qualunque straccio di proposta, film, serie tv, replica televisiva io voglia. Solo che devo fare i conti anche coi gusti di mamma che non sempre si accordano ai miei – ma questo è il minimo, mi adeguo senza problema a tutto -, alla sua memoria che mostra angoli traballanti, purtroppo, e ai danni dell’afa che in un battibaleno mi sono trovata scritti sopra la pelle. Ecco a me l’estate. Anche se, tra qualche giorno, dopo il solstizio, sarà, poco alla volta, in via di fuga, lenta lenta, ma certa. Questo mi racconto.

Silenzio necessario

Sono qui. Di nuovo. Dopo un tempo che non mi va di contare perché troppo pieno di angoli spigolosi, non risolti, scritti in testa con tracce incise nel mio orizzonte e che tendono soprattutto verso la paura. Per mamma che non sembra stare bene, per me e la mia sclerosi multipla che ha innestato una marcia nuova, non rassicurante, Luca che potrebbe crollare sotto il peso di tutto abituato com’è ad avere ogni cosa fin troppo in ordine. In casa è entrata una giovane ragazza di origini marocchine, qui per aiutarci, mi piace, a mamma meno e questo aggiunge nervosismo nell’ambiente, oltre alla paura per quello che domani potrebbe esserci. Succede un malore rapido che ha condotto mamma a un ricovero che sembra aver svelato un esito pesante che Luca ha rivelato quasi sottovoce, quasi solo a me, ce l’abbiamo fatta una volta gli ho detto, ce la faremo ancora. Ma tra una tac e una risonanza magnetica che mamma ha fatto in velocità e di cui non ho chiesto gli esiti, mi sento stringere dentro ma non so da cosa, e poi anche la mia sclerosi multipla si è fatta largo così come sa fare solo lei, con uno stile, nefasto, pieno di tracce nere, malvage e oggi ancorate ad altri pensieri sullo stesso genere. Ecco che c’è. Capito perché manco?

Tronco al cioccolato

L’altra sera conversavo, come faccio spesso scambiando numerosi wapp, con la mia amica Marina, compagna di liceo, università, e, tra gli alti e i bassi che l’amicizia crea, anche di qualche allontanamento, che oggi, da donne adulte, ci siamo trovate a rimuovere pensando qualcosa del tipo: “Sai che c’è, meglio stare unite, abbiamo troppo da condividere: valori, pensieri, facoltà che si incontrano sempre, quindi perché sprecare tutto e voltarci le spalle l’una contro l’altra? Meglio esserci, volerci bene insomma. Anche soltanto con un wapp”. Cose superficiali a volte, da sembrare quasi inutili, ma comunque importanti per alzare il legame e sapere di esistere, l’una per l’altra. Come l’altra sera mentre mi raccontava che tra le mille cose che deve fare con il suo lavoro di insegnante di italiano e latino – a proposito, avrei pagato per trovare davanti al mio banco di liceale proprio lei – si è disegnata una pausa per preparare un dolce da portare a sua mamma: salame al cioccolato. Poche parole per ricordare la mia più ghiotta infanzia e ciò che faceva mamma per noi, il dolce che in un battibaleno, una volta affettato spariva dalla tavola perché lo mangiavamo, con soddisfazione, tutti e quattro. Mamma lo chiamava tronco però, forse perché la cioccolata di cui era composto era bella solida, o magari perché i biscotti al suo interno erano pestati poco e lasciavano tracce belle spesse o forse chissà perché, lei aveva imparato questo nome e così lo esibiva. Lo preparava proprio in questo periodo dell’anno riportando in cucina la cioccolata delle uova pasquali, quella non del tutto consumata, quella in arrivo dalle tre che ci regalava papà, quelle al latte, una per me e una per Luca, e la terza, fondente, per mamma. Sta di fatto che io, pur se poco amante dei dolci, il suo tronco lo adoravo, più dell’uovo pasquale che mi piaceva molto certo, ma ha catturarmi davvero era solo la sorpresa al suo interno, che comunque era poco più che una stupidata. Non dicevo a nessuno dei miei amichetti dell’epoca del tronco di mamma però, non lo offrivo se capitavano per casa, ma non per avarizia o avida goloseria, era imbarazzo invece. Il tronco era tronco, davanti a mamma non lo si doveva chiamare salame, mamma non voleva. Lei faceva il tronco. Ne era fiera. Quando andavo ai compleanni degli amichetti dell’epoca, nel momento in cui esibivano le loro fette di sal cioccolato tacevo sul tronco di casa mia, avrebbero forse riso per quel nome che arrivava sai tu da dove. Sta di fatto che il tronco di mamma mi piaceva di più del loro salame al cioccolato e c’era da gridarlo, altro che stare all’angolo. Ora Marina, soprassediamo, che dici? Siamo grandi amiche, il tuo salame al cioccolato dell’altra sera è stato certamente riuscito, il tronco di mia mamma di un  tempo però di più. Ce lo concedi, vero?

Come no

Eccomi qui, tornata su queste pagine a rispondere all’appello con un sonoro presente guidato da una mano alzata e bella tesa verso l’alto, dopo giorni e giorni di assenza, giustificata da nulla, se non da pigrizia, forse noia, di certo malinconia accompagnata da certe tracce di nostalgia che mi fendono il cuore. Ecco a cosa corrisponde il significato di questo lungo tacere, proprio qui, su questa valvola di fuga che ho voluto crearmi per dare valore ai miei pensieri, quelli più autentici, certi cupi, in altri casi leggeri, forse poco significativi così come densi di valore. I miei, insomma. Invece sono scappata. Sciocca, io, facendomi solo del male però, chiusa dentro un silenzio che non valica confini, tuffato, invece, in un buio senza soluzioni, solo una svogliatezza che avvolge ogni mia capacità verso il meglio, come quella, l’ho ben compreso da tempo, che disegna troppo spesso righe troppo strette, quasi assenti, lontane, staccate, isolate. Compreso che significa questo maccanismo? Che non agirò più in questo modo? Mah.

27 marzo 2024

Due anni come domani, papà, da quella telefonata arrivata nel cuore della notte, quello squillo atteso, quello che aveva un unico significato, che mi portò a gridare un no deciso, a mettermi le mani sugli occhi che forse già lacrimavano, non ricordo, che mi condusse subito seduta sulla sar, che smosse in avanti forse anche la sclerosi multipla, che mi riempì di pensieri vuoti che mi scrissero dentro il sapere che tu non eri più con me, con noi. Due anni costruiti attorno a troppo. così come a niente, a ricordi, quelli belli, ma anche a ciò che avrei potuto fare ma che non ho fatto, rimpianti, tanti, tentativi di correre avanti senza dimenticarti così come certi angoli smorzati aggiunti di un colore annebbiato, maldestro mai davvero brillante, perché, momento dopo momento, si scopre che tu manchi papà.

Consigli per gli acquisti

In tv ha conquistato il favore del pubblico una roba di ieri: La ruota della fortuna si chiama questo programma, lo stesso che nei tempi andati vedeva al suo timone mister, indimenticato, Mike Bongiorno, lui che lo aveva lanciato sugli schermi di una delle prime tv commerciali di casa nostra. Accanto al gioco fiorivano anche quegli spazi dedicati a sponsor e pubblicità che il buon Mike maneggiava con sistema e cura, facendoti mettere in saccoccia idee per la spesa che ti muovevano col carrello in mano su e giù tra le corsie dei negozi. Parlava di un prosciutto cotto che, lo ricordo, cercavi e che ti facevi affettare già con l’acquolina in bocca, Mike del resto lo raccontava con tale intensità e altezza nei toni da farti crescere solo gran desiderio. Tra le sue parole giocavano ruoli energici anche quelle indirizzate ai mariti forse più discoli che, seguendo le sue indicazioni, venivano spinti a fare sosta dentro una celebre pellicceria del tempo, la stessa di cui, all’epoca, nessun animalista voleva sbarrarne l’entrata tuttavia, prevaleva solo il desiderio di mettere in campo un bel regalo per la propria lei. Dietro quelle vetrine c’era spazio per acquistare un cappotto caldo e avvolgente per un regalo capace di esibire un patrimonio famigliare più danaroso degli altri. Si era negli anni Ottanta del resto, serviva essere così. Oggi vola un’aria cambiata, eppure in tv no, si va da una terribile proposta targata cronaca nera, rifatta, sfibrante, ripetitiva, oppure da repliche ancorate a ieri, redatte su trascorsi che chissà perché siedono ancora in prima fila, accanto a noi, proprio come La ruota della fortuna, ancora una volta sui nostri schermi, da subire ogni sera.