Forse l’ho notato solo io perché il mio interesse riguardo al tema legato alla ricerca scientifica in favore dell’abbattimento dei confini imposti dalla sclerosi multipla travalica ogni ragionamento. Chiarisco, ho osservato che da qualche tempo gli intervalli pubblicitari che raccontano il linguaggio che mette in campo la sm sono cresciuti, diversi tra loro, ma allo stesso modo pieni di dettagli che invitano a compiere donazioni economiche a favore delle varie associazioni che si occupano della ricerca scientifica contro questa bella lei. Sono costruiti riportando i carichi della patologia che, una volta saliti a a bordo di un fisico lo maltrattano con cattiveria mai doma. Inserti che mi colpiscono soprattutto perché danno l’idea di essere stati creati ad hoc da qualcuno che ne sa. Raccontano cos’è la sclerosi multipla, patologia faticosa, invadente e sfacciatia, ma anche capace di creare accanto a sé una rete umana composta dalla famiglia, dagli amici, dai colleghi di lavoro. Ma ragiono anche sul fatto che dietro un investimento così potente composto da numerosi inserti pubblicitari, diversi gli uni dagli altri, forse c’è qualche contribuente personalmente coinvolto dalle spire della sm, in modo diretto, famigliare o via sulla direzione. Conoscenza stretta insomma, una consapevolezza autentica dico io. Comunque, sia quel che sia, grazie. Vado avanti anche io nel mio piccolo su questa direzione allora? Ci sto: donazioni.aism.it/dona-ora/
Sanremo, per me, forse non è più Sanremo
Sul palco dell’Ariston c’è stato il debutto ufficiale di Sanremo 2026, ieri sera, ma come accade da almeno un decennio quel brivido intenso, energico, vigoroso, significativo che mi accompagnava in vista della sua attesa, fin da quando ero piccoletta, non c’è stato, la risposta è presto data, conosco meno della metà degli artisti in gara. Anche questo ha comportato invecchiare, mi faccio ridere da sola con queste parole e continuo pure sul tono: perché Sanremo, per me, non è più Sanremo. Devo averlo già scritto su queste pagine quanto in passato mi emozionasse seguirne le puntate, con blocchetto e penna in mano oltretutto per attribuire un voto alle canzoni che preferivo e confrontare il giorno dopo il mio giudizio con quello espresso dai giornalisti in sala stampa che di fatto era il posto dove avrei voluto sedere anche io per ascoltare in diretta i loro pareri. I quotidiani in passato dedicavano paginate intere a Sanremo piene di interviste, immagini, giudizi, retroscena, scandali a piovere, era il Festival delle meraviglie, oggi gli accenti si sono ridotti ma forse va bene così visto quanto accade nel nostro mondo, pianeta che ovvio necessita maggiore attenzione rispetto al nostro Festival. La serata di ieri l’ho vista in gran parte, al di là di quanto prevedessi, ero in attesa che la lavatrice terminasse il suo ciclo, quindi a bordo della mia sedia a rotelle non stavo troppo comoda per affrontare con qualità la solita dormita sul divano. E quindi ho ascoltato molte canzoni, per quel ho sentito mi sono piaciuti Sayf e Fibonacci, mai sentiti prima di ieri sera, ma che in ogni caso io e la mia senilità abbiamo approvato.
Gloria Campaner
Ieri sera c’è stata la cerimonia che ha celebrato la conclusione ufficiale delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026, le stesse che tutta la stampa di casa nostra ha celebrato con un 30 e lode attribuito alla nostra squadra che ha messo da parte un bottino di allori pronto a fare storia tra podi sventolanti bandiere tricolore, medaglie al collo dei nostri atleti, inni suonanti e sempre cantanti anche dal pubblico spesso sotto esuberanti nevicate. Mi mancheranno queste gare, pur non essendo una sportiva, hanno comunque regalato momenti di emozione, ghiacciati e bianchiche hanno riempito di bello ogni giornata. E poi ieri sera, dall’Arena di Verona, si è spenta, lentamente la fiamma olimpica sulle note del pianoforte di Gloria Campaner, la musicista jesolana famosa in tutto il mondo. La conosco. Tantissimi anni fa, quando lavoravo per un giornaletto di poco conto della nostra città e lei era giovane e ancora iscritta al Conservatorio, la intervistai. Fu una bella chiacchierata anche se io di musica classica – ieri come oggi – conosco meno di nulla, eppure lei mi venne incontro, con modi cortesi e garbati, raccontandomi quali fossero i suoi desideri, di come individuava quei traguardi professionali che inseriva nel suo domani e che vestiva di un’ambizione forte e robusta. Oggi gira il mondo portando con sé quel talento brillante e acclamato che molti anni fa mi è piaciuto raccontare. Poi lo aggiungo, è pure la moglie di Alessandro Baricco, non so se mi spiego.
Storia da Re
Eccomi qui a sollevare il velo, a mostrare il mio volto autentico, a scoprire le carte di tutto quello che si nasconde dietro la mia veste da finta colta. Per carità, negli anni qualcosa ho sistemato dentro la cassa della mia zucchetta però resta il fatto che certe notizie non proprio da intellettuale mi catturano comunque, cose tipo l’arresto del fratello del Re del Regno Unito Carlo III. E saranno in molti gli amici che leggendomi sorrideranno, o magari saranno pronti a ridere, eccola la nostra Cinzia diranno, di nuovo e ancora una volta qui a parlare dei reali inglesi, gli stessi che dal matrimonio di Diana in poi motivi e ragioni per stare sulle prime pagine dei giornali più leggeri non ne hanno perse mai. Tuttavia il tema oggi va ben oltre a foto, immagini, racconti di corna, liti, tradimenti, soldi, eredità e discussioni che compongono quella cronaca rosa che la monarchia britannica nel tempo ha fatto cosa sua portandola ai livelli massimi. Stavolta si parla di accuse pesanti maturate contro il fratello del Re inglese: abusi d’ufficio, cattiva condotta nell’esercizio delle funzioni pubbliche, reati che hanno portato per la prima volta, nella storia recente della famiglia reale, a un arresto terminato dopo una giornata intera di interrogatori. “Che la giustizia faccia il suo corso” ha commentato seccamente il re Carlo III davanti alla notizia, allo stesso modo il Principe William. Pensando forse a denti stretti e con tanta fiducia “God Save the King”.
Modello riviere
Un numero imprecisato di anni fa, credo meno di dieci, di sicuro il primo gennaio, il giorno del mio compleanno, mamma e papà, insieme, mi vennero a svegliare, ebbi modo di salire sulla carrozzina ferma accanto al letto, dare un bacio a tutti e due, e andare in cucina per la colazione. Quando entrai sentii profumo di brodo, si mangiano tortellini per pranzo pensai, il mio piatto preferito, una volta a tavola vidi un piccolo pacchettino, già mi lacrimavano gli occhi. L’invito caldo fu di aprirlo prima di piangere, che ne sapevo di cosa c’eta dentro sostenevano, magari qualcosa che non mi piaceva diceva mamma: era una piccola scatola, che conteneva un anello, oro bianco, modello riviere, con piccoli brillantini, perfetto per la mia mano. Ora sì che cominciai a piangere davvero, ancora prima di indossarlo, di vedere come mi stava, di sapere se era adatto a me, se mostrava ciò che ero. Li abbracciai, li ringraziai mentre l’anello occhieggiava ancora dalla scatola, non l’avevo ancora staccato da lì, mi bastava stringerli a me e che capissero quanto mi avevano resa felice, come sempre papà lacrimava di nascosto, mamma mi convinse invece a infilarlo all’anulare come per un fidanzamento, una volta fatto troneggiava di una bellezza imperante. Da allora e sempre. Fino a che, poche settimane fa, ho perso un brillante. È stata Federica, la mia grande amica, ha farmi il piacere di andare dal gioielliere dove mamma e papà l’avevano comprato per chiedere di risolvere il problema, si può fare ha detto e lo farò seguendo un costo non economico, ma quell’anello è una traccia di mamma e di papà incisa sul mio cuore.
Pausa caffè
La mattina qui da me con mamma ci celebra una pausa per il caffè, quello casalingo a suon di moka, lo approvo certo, anche se preferirei berlo al bar, mi piace di più, ma va bene anche così. Mi chiedo spesso com’è il gusto di quello delle macchinette casalinghe, devo averlo anche provato da qualcuno che conosco, non ricordo la sensazione che mi ha dato, forse mediocre. Sono certa di aver sempre gradito, invece, il sapore di quello in arrivo dai sistemi allestiti nei luoghi pubblici: scuole, ospedali e spazi di lavoro. L’ho provato quasi sempre insieme alle colleghe con le quali ho trascorso le pause dal lavoro, quelle che rinfrancavano le mente tra una pratica e l’altra. All’inizio, quasi trent’anni fa, quando la sclerosi multipla era ancora solo roba mia, un segreto che mi sembrava, l’illusa, di mantenere silenzioso tra me e me, con la mia collega del tempo scendevo al piano inferiore, in ascensore, e davanti alla macchinetta, giorno dopo giorno, ci si beveva il nostro caffè, tra chiacchiere, risate, consigli. Segue un cambio professionale, altro ufficio, nuove colleghe, per andare alle macchinette del caffè adesso serve un braccio fermo cui poggiarsi, perché i passi si sono fatti incerti, la sclerosi multipla punge, tutto traballa, resta buona solo la pausa con le amiche. Nuova pagina ancora, il lavoro adesso si fa sopra una sar, il caffè segue le sue ruote per raggiungere la macchinetta, arrivata faccio qualche discorso coi colleghi che incontro, quando lo finisco volto direzione e raggiungo la scrivania, si comincia col lavoro. Fino a oggi: tutte le mattine con mamma c’è quello della moka che si fa piacere lo stesso, è un momento solo nostro uno spazio per recuperare tempo e ricordi.
Noblesse oblige
Ma s’è visto quanto si sono allungate le giornate? Il pomeriggio termina ben oltre le 18.00, è la primavera che fa capolino, maledizione a lei che si porterà in groppa la temibile estate, calda, soffocante, afosa, irrespirabile, per raccontarla al suo meglio. Che poi negli ultimi anni a Jesolo si registra poca differenza tra le stagioni, il mio amato autunno ha cambiato sembianze, non più scuro e vuoto ma animato da uno spirito inedito che non posso nemmeno accusare, passano più soldi tra le varie attività in questo modo, mi sembra ingiusto e ingrato chiedere il contrario, ah beata modernità, vai capita e accettata. Anni fa, quando lavoravo per un giornaletto della saga free press mi chiesero di intervistare un imprenditore jesolano, celebre figlio di una famiglia di albergatori, attività professionale che nella mia città assume le forme di una classe sociale auto dichiaratasi nobiltà. Mi raccontò come era nata la posizione della sua famiglia: disse che negli anni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale erano diverse le persone in arrivo dalle più vicine terre venete che si avventuravano alla scoperta del nostro litorale anche solo per una giornata. La sua famiglia, così come altre per la verità, prendendo le misure con questo movimento inedito, ebbe la lungimiranza di aprire al pubblico la cucina di casa offrendo una gastronomia semplice che comunque colpiva il piacere dei primi ospiti. Poco alla volta, vennero allestiti anche spazi per permettere soggiorni durante la notte, non ancora gli alberghi che conosciamo oggi, piccole locande piuttosto nelle quali i nuovi visitatori, quelli quasi benestanti probabilmente, scoprirono la possibilità di dormire da noi anche solo per una notte, vedere il mare all’alba, passeggiare lungo la spiaggia, consumare pranzi nelle strutture allestite sempre meglio in una nuova Jesolo che prendeva forma, pronta a mostrare una natura inedita che forniva spunti che già profumavano di vacanza. Seguendo questo pensiero imprenditoriale, coraggioso e sempre più completo, in molti, decennio dopo decennio, hanno contribuito a costruite una nuova industria che ha trascinato a sé tutte gli esercizi commerciali che sono Jesolo. La città dove sono cresciuta, vissuta e che con le sue potenzialità mi ha fatta migliorare, studiare, lavorare, imparare. Amo l’autunno, persisto nel dichiarare che l’estate mi sta sulle scatole (pure alla sclerosi multipla che col caldo trascende) ma che ci posso fare? Jesolo è la mia città e direi che è il caso di dirlo: per fortuna!
Quella casa lì
Ieri durante una veloce uscita con mamma e Luca sono passata davanti alla casa di mio zio, celibe, generoso, pure simpatico, che qui per anni ha vissuto da solo prendendosi pure cura, con estrema attenzione, della vecchiaia della mamma, sua e di un’altra buona quantità di fratelli, tra cui mio papà. Negli ultimi tempi ha deciso per il trasferimento in un’abitazione più piccola, in una zona meno defilata rendendosi per questo capace di provvedere a sé in modo più agevole e più comodo alle sue esigenze. Finché nonna è rimasta in vita la sua abitazione era il punto di ritrovo per la numerosa famiglia, l’appoggio di tutti che di lì passavano soprattutto la domenica per incontrarsi, vedersi, parlare di tutto e di niente, pettegolezzi compresi. Anche noi spesso si arrivava lì, di pomeriggio, la domenica, papà aveva scelto un posto preciso dove parcheggiare, sempre quello, e noi, scesi dall’auto, si suonava il campanello, una volta dentro era tempo per saluti energici completi di baci l’uno con l’altro. A questo punto c’era modo per osservare le occhiate che si scambiavano gli adulti tra loro, nette spesso, talvolta calde, dipendeva da chi e come, perché non tutti si piacevano tra loro allo stesso modo, è il gioco che impone l’intreccio tra fratelli, sorelle, cognate e cognati, roba fin troppo nota. Subito dopo si poggiava l’omaggio dolce in mezzo al tavolo che in poco meno di un frangente veniva risolto. Ho trascorso anche io diverso tempo tra quelle mura e lo notavo che forse non tutti si piacevano tra loro allo stesso modo, le chiacchiere si sopivano all’ingresso di qualcuno, mentre si alzavano a favore della sua uscita. I cugini? Non so, con alcuni incontravo una sintonia migliore che con altri. Anche perché, diciamolo, ero una stronzetta patentata, io parlavo in italiano, come pretendevano mamma e papà, loro per lo più in dialetto, non mi piaceva. Non vedevo l’ora di salutare e andare a casa pur sapendo che verso l’ora di cena, rimasti in pochi, gli zii si sarebbero messi d’accordo tra loro per andare a prendere le pizze, birra e Coca Cola a piacimento. Ora il pensiero che zio venderà la casa e quel posto cambierà la sua storia mi fa crescere un po’ di nostalgia in rapporto a un passato che oggi mi racconta tanto.
San Valentino
Mai festeggiato. O meglio nessuno ha pensato a me in questa occasione: in tanti anni di onorata carriera da fidanzata nessuna rosa ricevuta, non dico oltre, non ho mai chiesto di più, una margherita semmai. Ecco tutto. Ricordo una volta in cui il bel biondo in carica mi invitò a cena proprio per la sera del 14 febbraio: cosa dovevo credere io, che quella fosse l’occasione anche per scusarsi per tutte le corna che mi piantava testa, lui, quello moderno, quello che poi si scusava con dichiarazioni strappa cuore, strappa lacrime. Un invito per il 14 febbraio di un certo anno che ho scordato a cui risposi “sì, vengo”, una cena, in un bel locale vicino a casa, solo che, arrivati all’ingresso, lui dopo aver fatto un passo avanti ne fece in fretta uno indietro, “è San Valentino” disse “meglio cambiare rotta, una pizza?” Mi si imbrunì il volto, non era una questione di soldi per la previsione di un conto troppo alto, era il concetto che lo fermava sulla porta, partì un dialogo acceso tra noi: “è una festa stupida” sosteneva lui, “è solo una cena” replicavo io, “sarà tutto prenotato” affermava lui, “almeno proviamoci visto che siamo qui” concludevo io. Mentre, nel frattempo, dalla porta davanti cui stavamo facendo questa discussione entravano le altre coppie ben convinte di trascorrere insieme la loro cena romantica. Un passetto alla volta entrammo anche noi due, trovammo posto e cominciammo una cena che nemmeno ricordo, visto poi che dopo pochi mesi lui sposò un’altra da cui ebbe due figli. Poi ci fu un altro San Valentino, con un nuovo fidanzato, risolto solo con un rapido spritz, accompagnato da qualche patatina seduti ai tavoli di un baretto secondario a parlare delle sue seccature da cui evidentemente non voleva escludermi. Ma quella storia era cominciata da poco meno di un mese e quando lui mi disse che doveva andare subito a casa senza nemmeno ricordare di darmi un bacio un più visto che era la festa degli innamorati sottovalutai la questione pensando che “povera stella” doveva trovare in fretta una soluzione plausibile alle sue rogne famigliari. La tonta. Anche perché io in casa sono sempre stata abituata ad altri maccanismi: a San Valentino papà inviava a mamma un omaggio floreale, sempre, ogni anno, vuoi una pianta, vuoi un mazzo di fiori. Al momento della consegna si metteva in moto un siparietto irresistibile, davanti alla pianta mamma diceva che era troppo grande, che in casa ce ne erano già troppe, che non sapeva più dove metterle, che era bella, certo, ma anche difficile da mantenere, un mazzo di fiori sarebbe stato una scelta più adeguata. L’anno dopo, quando arrivavano i fiori le parole di mamma viravano verso una convinta preferenza per una pianta a discapito di quel fantastico mazzo di rose che però, di lì a poco, sarebbe appassito. Ma poi tra loro spuntava un sorriso e uno scambio occhio con occhio che era bellissimo da guardare
Ancora Malaussène
Ecco che ritorno qui, l’ho già scritto come mi sento, troppo spesso, in molti frangenti, in quei momenti che pungono e che farebbero venir voglia di scaraventare tutto in aria. E invece sto zitta, per carattere, per bisogno, per incapacità, per piena consapevolezza dei miei limiti, per mancata comprensione delle ragioni che stanno alla base di ogni dettato. Sono i frangenti Malaussène, quelli in cui in famiglia mi vestono da capro espiatorio, come ieri sera, quando le urla me le sono sentite rovesciare tutte addosso, all’improvviso, da destra come da sinistra, senza capire il perché. Mi sono serrata nel silenzio allora, non avevo di che ribattere del resto, mi mancava la voglia di farlo soprattutto, quindi ho riportato a bordo i remi della barca per fermare ogni navigazione e mi sono accovacciata sul divano. Pensando a papà che in casa vestiva i panni di sua Maestà Malaussène: Pennac conoscendolo avrebbe reso i suoi romanzi migliori per riferire come proprio noi lo si trattasse troppo spesso, senza perché, con quei modi spicci che al pensarci oggi mi fanno piangere di un dolore che mi lacera dentro.