Le mele dell’AISM

Ieri in giro per l’Italia c’erano i volontari dell’Aism che proponevano la vendita di sacchetti rossi contenenti un chilo di mele, il ricavato era indirizzato allo studio e al sostegno per la ricerca in favore dell’abbattimento delle barriere – alte – che impone la sclerosi multipla. Non lo avevo mai comprato questo famoso sacchetto, o meglio non io in diretta, andava Luca, o papà, quasi sempre con mamma e io me lo trovavo in casa, soddisfatta che ci fosse. Ieri mattina con Luca ci sono arrivata davanti a questo banchetto jesolano e sono stata accolta come una giovane – ma nemmeno troppo in fondo – principessa con una coroncina posata sul capo e una lacrima che spuntava giù, da sotto gli occhiali. Mi sono chiesta perché, ma in gran parte lo so, corrisponde al fatal periodo che sto attraversando, Luca mi sgrida quando piango, anche ieri mi ha strappato via dal banchetto rosso che proponeva le mele, ha fatto la nostra offerta e le ha caricate in auto, insieme poi siamo andati a mangiare qualcosa raggiungendo un gruppo di amici che ci aspettava. È andata bene anche così, ma se mi scende una lacrima per questa maledetta nostalgia che provo, mescolata a puro dolore, voglio sentirmi libera di farlo nascere il pianto. Anche perchè credo di averne bisogno.

La mia famiglia

Zio Vincenzo, celibe, fratello più giovane di papà, è morto martedì sera, oggi pomeriggio verranno celebrati i suoi funerali. Ha vissuto fino all’ultimo giorno di vita della mamma sua, ma anche di una numerosa schiera tra fratelli e sorelle, a casa con lei, occupandosene, risolvendo le sue necessità e i bisogni, andando incontro a capricci e richieste, frivolezze come di delicate esigenze di una donna che invecchiava. Proprio ieri parlavo di lui con mia cugina Elena e di quanto lo ricorderemo come il centro della nostra famiglia, una sorta di bussola che orientava i movimenti di tutti noi, del resto era sua la casa dove ci si incontrava la domenica per salutare la nonna certo ma, tra le righe, per aprire le porte a sorelle e fratelli, zie, zii, cugini. In questo modo lui poteva ritagliarsi uno spazio per sé stesso, uscire e salutare amici senza vincoli troppo stretti. Almeno così voglio credere. Ho ricordi molto lucidi di quelle domeniche, pranzi, serata con la pizza che arrivava da destra e manca, cugini che giravano tra risate e urla, ma anche discussioni accese quelle che non mancavano mai. Oggi l’ultimo saluto per lo zio Vincenzo. L’avevo incontrato qualche tempo fa, mamma era appena morta io e Luca siamo andati a trovarlo. Quello che si diceva con Elena è stato che con la sua perdita la nostra famiglia ha smarrito le chiavi di un vero baule di ricordi che lo zio Vincenzo ha portato via con sé. Non potrà che mancarci.

Accanto, per sempre

Sono arrivate le ceneri di mamma e ieri mattina con Luca sono entrata nel cimitero di Jesolo per depositare la sua urna nel loculo di famiglia. Ora la sua e quella di papà si trovano vicine, accanto l’una con l’altra, insieme di nuovo ho pensato, felici, le ho carezzate tutte e due, le ho salutate.

…il vero amore può
nascondersi,
confondersi
ma non può perdersi mai…

Francesco De Gregori

Occhi perfidi al bar

Ieri sono scesa al bar per trascorrere una prima colazione con cappuccino e biscotti, ho chiesto di poter spostare una sedia per potermi avvicinare al tavolo con maggiore agilità. Era mio fratello ad occuparsi del tutto, senza dare nessuna noia a camerieri o baristi di sorta che come unica incombenza dovevano prendere la comanda dei nostri desideri. La cameriera a noi rivolta mi ha diretto uno sguardo pietoso, caritatevole direi, con occhi accesi di una pietà ai limiti della cattiveria, ecco cosa ci ho letto dentro e il tutto mi ha provocato dentro un solerte desiderio di spedirla laddove avrebbe meritato di andare. Piccoletta, avrei dovuto dirle, sai dove invio le tue le tue gambe belle tese, lì dove puoi solo immaginare, con la la tua malvagità, la stessa che io non merito

Quel di più che meritavi

E stamattina guidata da Luca sono andata fuori alla ricerca di quel briciolo fasullo di normalità che mi ha lasciata comunque vuota. Un’alzata veloce dal letto, un’igiene mattutina necessaria per giustificare il programma che mi ha condotta verso la pasticceria più vicina da casa, lì dove ho consumato la prima colazione di oggi. A una settimana dalla morte di mamma, sai che voglia. Era andata così anche per papà, ma accanto avevo lei. E oggi no invece, e infatti adesso il dolore, il rimpianto, il senso di colpa, la nostalgia, le domande furenti e i perché si stanno facendo avanti. Cosa posso fare per condurmi al perdono per mamma perché in questa ultima estate in tanti momenti mi sono lamentata di quei suoi scatti di inquietudine che parevano disegnati solo a ridosso mio. Ora che non c’è più sento che al di là di tutto dovevo essere diversa, troppo spesso mi sono comportata con assoluta impazienza. quella che non riesco a perdonarmi. Scusami, mamma.

Punto e a capo

Ieri sera dopo un mondo di settimane sono uscita per una rapida cena con la mia famiglia; solito bar, meta storica di Jesolo, tappa scelta per svuotare la testa dai troppi pensieri degli ultimi tempi, un toast il progetto, un piccolo gelato, caffè in conclusione. E mentre mangiamo, con la coda dell’occhio chi ti vedo? La rivale in amore della mia giovinezza, quella che mi viaggiava appresso con una marcia in più in quegli anni, lei che portava con sé le credenziali utili per stringersi addosso il mio desiderio per eccellenza, quello di certi momenti indimenticabili, ma per davvero, firmati dai diciotto anni. Si condivideva la stessa cotta che dopo un inizio brillante in cui il lui del caso mi aveva scelta con un emozionante “mi piaci da impazzire” anche troppo in fretta si era rivolto a lei correndo tra le sue braccia mettendomi al palo con una veloce e umiliante telefonata. Alla fine ieri sera quando per noi è arrivato il momento di rientrare a casa, lei, che aveva parcheggiato davvero male, è stata richiamata ridendo da Luca che le chiedeva di spostare l’auto, di corsa è uscita, scusandosi: lì mi riconosce, mi guarda, non sa che fare, che dire, mi allunga una mano, io anche, mi abbraccia, mi bacia, lacrima, lo vedo, le dico che non deve, che io sto bene, resto la stessa dei tempi in cui quel tizio ci ha fatte litigare, mi dice di chiudere l’argomento, lui, era sufficientemente stronzo per noi, concordo, rispondo, avremo modo di fare due chiacchiere in più sul tema. Perché poi quel passato di oltre vent’anni fa lo merita un punto a capo.

Vestivamo alla marinara

Ecco che stamattina ho scelto la mia prossima lettura. Ho visto sul giornale che è morta Cristiana Brandolini d’Adda, età 99 anni, nipote di Giovanni Agnelli (fondatore della Fiat) e di Virginia Bourbon del Monte di San Faustino. Cristiana Brandolini d’Adda era l’ultima esponente ancora in vita della famiglia di appartenenza, le sorelle e i fratelli, Clara, Susanna e Maria Sole, Gianni, Giorgio e Umberto sono scomparsi anni fa infatti. Una famiglia la sua esempio di quando la ricca borghesia si unisce per ragioni patrimoniali alla nobiltà fino a comporre l’aspetto di una fascia sociale inedita che segna i caratteri di un’epoca che si compone. Tutti i figli di Giovanni Agnelli coi loro matrimoni hanno messo in campo soluzioni in cui il denaro borghese si è unito alla nobiltà europea, quella che appartiene a coniugi scelti, proprio come si faceva un tempo, con modi utili a entrambe le sponde, ai nuovi ricchi, che cercavano di rendere incorrotta la loro nuova figura e ai nobili che spesso avevano imboccato una discesa verso l’abisso economico che ne aveva sporcato il volto e che solo attraverso questo genere di matrimoni ritrovava un’immagine inedita, aperta verso un’apparenza sociale perfezionata da un aspetto pubblico inedito  ma compiuto. Ecco che violata, io, da quel disastro intellettuale che mi travolge da un bel po’, senti cosa ho deciso stamattina: di mettere in carica il mio Kindle perché è lì che ci comprerò Vestiamo alla marinara di Susanna Agnelli, un libretto facile-facile, di un’autrice che qui racconterà le memorie della sua famiglia fotografata tra gli anni Trenta e Quaranta. Non ditelo a nessuno quello sto facendo però, ho un’immagine da preservare.

La dinastia dei Florio

Una visita, improvvisa oltre che graditissima, insieme un regalo, il primo libro che compone la dinastia dei Florio a firma di Stefania Auci. Non lo conoscevo, allora ne ho parlato subito con Laura la mia amica che negli ultimi decenni mi ha passato i titoli più importanti che ho letto. Lei mi ha risposto con toni quasi sconfitti, procedi – mi ha detto – ma ti troverai di fronte a poco più che niente. Questa volta non l’ho ascoltata, mi sono mossa da sola e ho fatto bene, perché in questo momento di vita troppo ricco di pagine non proprio rincuoranti trovare dalla mia parte un racconto che forse è davvero facile ha corrisposto tuttavia a mille passi necessari per me. Proprio quelli che non facevo più del resto. Grazie a te sclerosi multipla che non sei altro. Ma anche a tutto quello che mi sta ingarbugliando pensieri e sentimenti. I Florio invece, famiglia di pescatori che parte sommersa dalla povertà di Bagnara Calabra di fine Settecento e che, con coraggio e desiderio approda in Sicilia, lì dove, decennio dopo decennio, tra avventure, lavoro, istinto e desiderio di farcela si inserisce con titolo nell’Italia che dal Nord si sta formando. Mi sono innamorata dei Florio fino a disegnare con loro spazi miei, seduta sulla mia sedia coi piedi poggiati belli in alto davanti a una finestra aperta per godermi quella spruzzata di aria che ancora c’è. Intanto va bene così. Poi sarà la volta di Tolstoj magari. O forse no, mi basta stare bene. Ne ho bisogno.

Connessione assente

Eccola qui la morsa afosa che toglie l’aria e il respiro, quella che spinge sulla sclerosi multipla e su tutto il resto che non va. Arrivata. E se non ti sembra di sentirla ancora disegnata sulla pelle qui a Jesolo la puoi scoprire col telecomando tv in mano per leggere sullo schermo: connessione assente, il digitale terrestre non è dalla nostra parte. Ieri sera un disastro epico, nulla di nulla da vedere in trasmissione, nessun programma capace di farsi guardare, solo il tempo per cercarlo sulle mille e più mille connessioni web a cui posso collegarmi per cercare qualunque straccio di proposta, film, serie tv, replica televisiva io voglia. Solo che devo fare i conti anche coi gusti di mamma che non sempre si accordano ai miei – ma questo è il minimo, mi adeguo senza problema a tutto -, alla sua memoria che mostra angoli traballanti, purtroppo, e ai danni dell’afa che in un battibaleno mi sono trovata scritti sopra la pelle. Ecco a me l’estate. Anche se, tra qualche giorno, dopo il solstizio, sarà, poco alla volta, in via di fuga, lenta lenta, ma certa. Questo mi racconto.

Silenzio necessario

Sono qui. Di nuovo. Dopo un tempo che non mi va di contare perché troppo pieno di angoli spigolosi, non risolti, scritti in testa con tracce incise nel mio orizzonte e che tendono soprattutto verso la paura. Per mamma che non sembra stare bene, per me e la mia sclerosi multipla che ha innestato una marcia nuova, non rassicurante, Luca che potrebbe crollare sotto il peso di tutto abituato com’è ad avere ogni cosa fin troppo in ordine. In casa è entrata una giovane ragazza di origini marocchine, qui per aiutarci, mi piace, a mamma meno e questo aggiunge nervosismo nell’ambiente, oltre alla paura per quello che domani potrebbe esserci. Succede un malore rapido che ha condotto mamma a un ricovero che sembra aver svelato un esito pesante che Luca ha rivelato quasi sottovoce, quasi solo a me, ce l’abbiamo fatta una volta gli ho detto, ce la faremo ancora. Ma tra una tac e una risonanza magnetica che mamma ha fatto in velocità e di cui non ho chiesto gli esiti, mi sento stringere dentro ma non so da cosa, e poi anche la mia sclerosi multipla si è fatta largo così come sa fare solo lei, con uno stile, nefasto, pieno di tracce nere, malvage e oggi ancorate ad altri pensieri sullo stesso genere. Ecco che c’è. Capito perché manco?