Sul palco dell’Ariston c’è stato il debutto ufficiale di Sanremo 2026, ieri sera, ma come accade da almeno un decennio quel brivido intenso, energico, vigoroso, significativo che mi accompagnava in vista della sua attesa, fin da quando ero piccoletta, non c’è stato, la risposta è presto data, conosco meno della metà degli artisti in gara. Anche questo ha comportato invecchiare, mi faccio ridere da sola con queste parole e continuo pure sul tono: perché Sanremo, per me, non è più Sanremo. Devo averlo già scritto su queste pagine quanto in passato mi emozionasse seguirne le puntate, con blocchetto e penna in mano oltretutto per attribuire un voto alle canzoni che preferivo e confrontare il giorno dopo il mio giudizio con quello espresso dai giornalisti in sala stampa che di fatto era il posto dove avrei voluto sedere anche io per ascoltare in diretta i loro pareri. I quotidiani in passato dedicavano paginate intere a Sanremo piene di interviste, immagini, giudizi, retroscena, scandali a piovere, era il Festival delle meraviglie, oggi gli accenti si sono ridotti ma forse va bene così visto quanto accade nel nostro mondo, pianeta che ovvio necessita maggiore attenzione rispetto al nostro Festival. La serata di ieri l’ho vista in gran parte, al di là di quanto prevedessi, ero in attesa che la lavatrice terminasse il suo ciclo, quindi a bordo della mia sedia a rotelle non stavo troppo comoda per affrontare con qualità la solita dormita sul divano. E quindi ho ascoltato molte canzoni, per quel ho sentito mi sono piaciuti Sayf e Fibonacci, mai sentiti prima di ieri sera, ma che in ogni caso io e la mia senilità abbiamo approvato.
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Gloria Campaner
Ieri sera c’è stata la cerimonia che ha celebrato la conclusione ufficiale delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026, le stesse che tutta la stampa di casa nostra ha celebrato con un 30 e lode attribuito alla nostra squadra che ha messo da parte un bottino di allori pronto a fare storia tra podi sventolanti bandiere tricolore, medaglie al collo dei nostri atleti, inni suonanti e sempre cantanti anche dal pubblico spesso sotto esuberanti nevicate. Mi mancheranno queste gare, pur non essendo una sportiva, hanno comunque regalato momenti di emozione, ghiacciati e bianchiche hanno riempito di bello ogni giornata. E poi ieri sera, dall’Arena di Verona, si è spenta, lentamente la fiamma olimpica sulle note del pianoforte di Gloria Campaner, la musicista jesolana famosa in tutto il mondo. La conosco. Tantissimi anni fa, quando lavoravo per un giornaletto di poco conto della nostra città e lei era giovane e ancora iscritta al Conservatorio, la intervistai. Fu una bella chiacchierata anche se io di musica classica – ieri come oggi – conosco meno di nulla, eppure lei mi venne incontro, con modi cortesi e garbati, raccontandomi quali fossero i suoi desideri, di come individuava quei traguardi professionali che inseriva nel suo domani e che vestiva di un’ambizione forte e robusta. Oggi gira il mondo portando con sé quel talento brillante e acclamato che molti anni fa mi è piaciuto raccontare. Poi lo aggiungo, è pure la moglie di Alessandro Baricco, non so se mi spiego.
Modello riviere
Un numero imprecisato di anni fa, credo meno di dieci, di sicuro il primo gennaio, il giorno del mio compleanno, mamma e papà, insieme, mi vennero a svegliare, ebbi modo di salire sulla carrozzina ferma accanto al letto, dare un bacio a tutti e due, e andare in cucina per la colazione. Quando entrai sentii profumo di brodo, si mangiano tortellini per pranzo pensai, il mio piatto preferito, una volta a tavola vidi un piccolo pacchettino, già mi lacrimavano gli occhi. L’invito caldo fu di aprirlo prima di piangere, che ne sapevo di cosa c’eta dentro sostenevano, magari qualcosa che non mi piaceva diceva mamma: era una piccola scatola, che conteneva un anello, oro bianco, modello riviere, con piccoli brillantini, perfetto per la mia mano. Ora sì che cominciai a piangere davvero, ancora prima di indossarlo, di vedere come mi stava, di sapere se era adatto a me, se mostrava ciò che ero. Li abbracciai, li ringraziai mentre l’anello occhieggiava ancora dalla scatola, non l’avevo ancora staccato da lì, mi bastava stringerli a me e che capissero quanto mi avevano resa felice, come sempre papà lacrimava di nascosto, mamma mi convinse invece a infilarlo all’anulare come per un fidanzamento, una volta fatto troneggiava di una bellezza imperante. Da allora e sempre. Fino a che, poche settimane fa, ho perso un brillante. È stata Federica, la mia grande amica, ha farmi il piacere di andare dal gioielliere dove mamma e papà l’avevano comprato per chiedere di risolvere il problema, si può fare ha detto e lo farò seguendo un costo non economico, ma quell’anello è una traccia di mamma e di papà incisa sul mio cuore.
Pausa caffè
La mattina qui da me con mamma ci celebra una pausa per il caffè, quello casalingo a suon di moka, lo approvo certo, anche se preferirei berlo al bar, mi piace di più, ma va bene anche così. Mi chiedo spesso com’è il gusto di quello delle macchinette casalinghe, devo averlo anche provato da qualcuno che conosco, non ricordo la sensazione che mi ha dato, forse mediocre. Sono certa di aver sempre gradito, invece, il sapore di quello in arrivo dai sistemi allestiti nei luoghi pubblici: scuole, ospedali e spazi di lavoro. L’ho provato quasi sempre insieme alle colleghe con le quali ho trascorso le pause dal lavoro, quelle che rinfrancavano le mente tra una pratica e l’altra. All’inizio, quasi trent’anni fa, quando la sclerosi multipla era ancora solo roba mia, un segreto che mi sembrava, l’illusa, di mantenere silenzioso tra me e me, con la mia collega del tempo scendevo al piano inferiore, in ascensore, e davanti alla macchinetta, giorno dopo giorno, ci si beveva il nostro caffè, tra chiacchiere, risate, consigli. Segue un cambio professionale, altro ufficio, nuove colleghe, per andare alle macchinette del caffè adesso serve un braccio fermo cui poggiarsi, perché i passi si sono fatti incerti, la sclerosi multipla punge, tutto traballa, resta buona solo la pausa con le amiche. Nuova pagina ancora, il lavoro adesso si fa sopra una sar, il caffè segue le sue ruote per raggiungere la macchinetta, arrivata faccio qualche discorso coi colleghi che incontro, quando lo finisco volto direzione e raggiungo la scrivania, si comincia col lavoro. Fino a oggi: tutte le mattine con mamma c’è quello della moka che si fa piacere lo stesso, è un momento solo nostro uno spazio per recuperare tempo e ricordi.
Noblesse oblige
Ma s’è visto quanto si sono allungate le giornate? Il pomeriggio termina ben oltre le 18.00, è la primavera che fa capolino, maledizione a lei che si porterà in groppa la temibile estate, calda, soffocante, afosa, irrespirabile, per raccontarla al suo meglio. Che poi negli ultimi anni a Jesolo si registra poca differenza tra le stagioni, il mio amato autunno ha cambiato sembianze, non più scuro e vuoto ma animato da uno spirito inedito che non posso nemmeno accusare, passano più soldi tra le varie attività in questo modo, mi sembra ingiusto e ingrato chiedere il contrario, ah beata modernità, vai capita e accettata. Anni fa, quando lavoravo per un giornaletto della saga free press mi chiesero di intervistare un imprenditore jesolano, celebre figlio di una famiglia di albergatori, attività professionale che nella mia città assume le forme di una classe sociale auto dichiaratasi nobiltà. Mi raccontò come era nata la posizione della sua famiglia: disse che negli anni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale erano diverse le persone in arrivo dalle più vicine terre venete che si avventuravano alla scoperta del nostro litorale anche solo per una giornata. La sua famiglia, così come altre per la verità, prendendo le misure con questo movimento inedito, ebbe la lungimiranza di aprire al pubblico la cucina di casa offrendo una gastronomia semplice che comunque colpiva il piacere dei primi ospiti. Poco alla volta, vennero allestiti anche spazi per permettere soggiorni durante la notte, non ancora gli alberghi che conosciamo oggi, piccole locande piuttosto nelle quali i nuovi visitatori, quelli quasi benestanti probabilmente, scoprirono la possibilità di dormire da noi anche solo per una notte, vedere il mare all’alba, passeggiare lungo la spiaggia, consumare pranzi nelle strutture allestite sempre meglio in una nuova Jesolo che prendeva forma, pronta a mostrare una natura inedita che forniva spunti che già profumavano di vacanza. Seguendo questo pensiero imprenditoriale, coraggioso e sempre più completo, in molti, decennio dopo decennio, hanno contribuito a costruite una nuova industria che ha trascinato a sé tutte gli esercizi commerciali che sono Jesolo. La città dove sono cresciuta, vissuta e che con le sue potenzialità mi ha fatta migliorare, studiare, lavorare, imparare. Amo l’autunno, persisto nel dichiarare che l’estate mi sta sulle scatole (pure alla sclerosi multipla che col caldo trascende) ma che ci posso fare? Jesolo è la mia città e direi che è il caso di dirlo: per fortuna!
San Valentino
Mai festeggiato. O meglio nessuno ha pensato a me in questa occasione: in tanti anni di onorata carriera da fidanzata nessuna rosa ricevuta, non dico oltre, non ho mai chiesto di più, una margherita semmai. Ecco tutto. Ricordo una volta in cui il bel biondo in carica mi invitò a cena proprio per la sera del 14 febbraio: cosa dovevo credere io, che quella fosse l’occasione anche per scusarsi per tutte le corna che mi piantava testa, lui, quello moderno, quello che poi si scusava con dichiarazioni strappa cuore, strappa lacrime. Un invito per il 14 febbraio di un certo anno che ho scordato a cui risposi “sì, vengo”, una cena, in un bel locale vicino a casa, solo che, arrivati all’ingresso, lui dopo aver fatto un passo avanti ne fece in fretta uno indietro, “è San Valentino” disse “meglio cambiare rotta, una pizza?” Mi si imbrunì il volto, non era una questione di soldi per la previsione di un conto troppo alto, era il concetto che lo fermava sulla porta, partì un dialogo acceso tra noi: “è una festa stupida” sosteneva lui, “è solo una cena” replicavo io, “sarà tutto prenotato” affermava lui, “almeno proviamoci visto che siamo qui” concludevo io. Mentre, nel frattempo, dalla porta davanti cui stavamo facendo questa discussione entravano le altre coppie ben convinte di trascorrere insieme la loro cena romantica. Un passetto alla volta entrammo anche noi due, trovammo posto e cominciammo una cena che nemmeno ricordo, visto poi che dopo pochi mesi lui sposò un’altra da cui ebbe due figli. Poi ci fu un altro San Valentino, con un nuovo fidanzato, risolto solo con un rapido spritz, accompagnato da qualche patatina seduti ai tavoli di un baretto secondario a parlare delle sue seccature da cui evidentemente non voleva escludermi. Ma quella storia era cominciata da poco meno di un mese e quando lui mi disse che doveva andare subito a casa senza nemmeno ricordare di darmi un bacio un più visto che era la festa degli innamorati sottovalutai la questione pensando che “povera stella” doveva trovare in fretta una soluzione plausibile alle sue rogne famigliari. La tonta. Anche perché io in casa sono sempre stata abituata ad altri maccanismi: a San Valentino papà inviava a mamma un omaggio floreale, sempre, ogni anno, vuoi una pianta, vuoi un mazzo di fiori. Al momento della consegna si metteva in moto un siparietto irresistibile, davanti alla pianta mamma diceva che era troppo grande, che in casa ce ne erano già troppe, che non sapeva più dove metterle, che era bella, certo, ma anche difficile da mantenere, un mazzo di fiori sarebbe stato una scelta più adeguata. L’anno dopo, quando arrivavano i fiori le parole di mamma viravano verso una convinta preferenza per una pianta a discapito di quel fantastico mazzo di rose che però, di lì a poco, sarebbe appassito. Ma poi tra loro spuntava un sorriso e uno scambio occhio con occhio che era bellissimo da guardare
“Vecchiette” del ’72
Domani la mia amica “storica” compirà gli anni e per noi due sarà l’occasione per ricordare tutta la bellezza e il potere affettivo del nostro rapporto. Siamo nate entrambe nel 1972, un po’ “vecchiette” insomma, forse per questo la nostra amicizia ha molto da raccontare: conosciute il primo giorno delle scuole superiori, alla fermata del bus che ci portava al Liceo, lei diretta allo scientifico io verso il classico, avemmo modo, per fortuna, di piacerci tanto da darci appuntamento per il rientro. Da quel giorno le cose non sono cambiate, per cinque anni è andata così: la mattina, una volta a bordo, si tirava fuori un libro con la volontà di fare un ripasso al programma di studio della giornata ma poi, pochi minuti al massimo, e lo si richiudeva, era tempo per dare avvio alle nostre chiacchiere quotidiane. Il sabato pomeriggio l’appuntamento prevedeva un’uscita per un gelato da consumare insieme, divenute più grandi era la volta di una pizza spesso anche con altri amici. Poi il tempo è andato avanti, è arrivata l’Università, lei a Udine mentre io a Venezia, eppure nulla si è modificato perché abbiamo coltivato il bene che ci vogliamo fin dall’inizio, con sincerità, dialoghi aperti, liti anche, confronti accesi spesso, ma placati ben presto perché la volontà reciproca di riconciliazione non è mai mancata. C’era troppo da preservare. Non sono nemmeno purtroppo mancati quei momenti trancianti con i quali, tanto lei quanto io, abbiamo dovuto fare i conti: pagine di vita inattese, la morte veloce e prematura della sua mamma, una sofferenza profonda con cui fare i conti da un giorno all’altro, un tetto di dolore scoperchiato senza preavviso non avendo idea di che direzione prendere. Fino alla mia sclerosi multipla piombatami addosso di peso, arrivata come una freccia che disegna segni malvagi. Ma proprio in questi momenti tanto duri siamo sempre state consapevoli che ci saremmo sempre trovate accanto, l’una per l’altra, di continuo fissando tra noi un’asse cui poggiarci per buttare all’aria le solitudini reciproche. Soffocate anche da risate, condivisioni di gioie immense – come l’arrivo di quel gioiello che si chiama Beatrice – prese in giro anche, inseguite da abbracci caldi e tutto il bello che sappiamo consegnarci gratuitamente. Ora me lo consenti un favore? Buon compleanno, Federica, “vecchietta” del 1972.
Natale a San Vito di Cadore
Olimpiadi 2026, da Cortina, quelle che mi stanno riempiendo la testa con scampoli di ricordo per quegli inverni natalizi in cui con la mia famiglia si andava in Cadore, a San Vito, la località ben disegnata nella mia testa per quei momenti trascorsi durante le Feste di quando ero bambina o poco più. Di tanto in tanto in certe giornate ci si spostava anche verso Cortina, sulle sue piste da sci, oppure nel tardo pomeriggio per visitarla. Ricordo molto bene che per me c’erano due angoli di osservazione lungo la strada che ci portava a Cortina e che dal finestrino dell’auto non perdevo mai: la Dogana Vecchia, l’antico posto di confine austro-ungarico edificato al termine della Prima Guerra Mondiale, e che passandoci davanti dovevo sempre scrutare con occhio fisso, vigole e attento. E poi, non da meno, l’albergo Miramonti Majestic Grand Hotel, costruzione del 1900, simbolo dell’ospitalità alberghiera delle Dolomiti. Spalancavo gli occhi davanti a un sogno composto da una bellezza ricca e potente: dal sedile dell’auto seguivo le linee di quell’immagine architettonica carica di valore prestigioso e storico e che, solo a osservarlo, evocava un incanto completo. In questi giorni olimpici Cortina appare al meglio, col centrale Corso Italia illuminato, la schiera di negozi, terrazze accese di caffè e ristoranti predisposti con tratti superiori. Penso alla mia famiglia quando eravamo in quella città, mica che li frequentassimo quei locali, troppo costosi, ma l’aria natalizia ci faceva respirare un sentimento vigoroso. Nelle piste più facili della conca ampezzana, poi, di tanto in tanto si saliva per sciare, poca gioia per me in quei momenti, io e lo sport ma andati d’accordo, il piacere più grande era quello di mangiare dal cestino che ci preparava la cucina dell’albergo dove alloggiavamo a San Vito, panini ricchi di salumi e formaggi, non senza biscotti, marmellate e cioccolatini. La nostra pausa pranzo, consumata sulla neve, sotto il sole, che meraviglia, quanti ricordi.