A metà agosto, grosso modo, nel nostro emisfero, prenderà avvio un’eclissi di sole che anche noi in Italia potremo vedere, un evento dai caratteri eccezionali che non oscurerà del tutto il cielo ma provocherà un’ombra potente e autorevole. Nel 2001, grosso modo, verso le 12.00, mi sembra, ho avuto modo di viverne un’altra di eclissi sopra cui con attenzione non ho posato il mio sguardo aperto, come nessun’altro del resto, si tratta di un evento bellissimo da vivere ma pericoloso da osservare a occhio nudo perché provoca danni irreparabili e permanenti alla retina. Per essere protagonisti di un’eclissi solare infatti è necessario munirsi di occhiali con lente adatta, oppure, come fece papà circa vent’anni fa, procurarsi lenti certificate che acquistò per tutti noi assicurandosi di farci partecipi in modo sicuro di uno spettacolo breve ma superbo. Ciò che ricordo ancora di più di quella mattinata fu come al termine dell’evento le ombre a terra cambiarono foggia, le foglie degli alberi imposero una forma inedita disegnando una traccia sconosciuta prima, in negativo, i bordi si notavano a discapito del contento che pareva inghiottito da una nuova emozione. Mammano che l’eclissi tornava a sé l’ombra si ricomponeva di segnali inediti che scrivevano a terra sagome nuove, emozionanti, toccanti, forse perché mai viste prima. Il prossimo agosto l’eclissi non la guarderò, nemmeno con l’occhiale adatto, ho già dovuto operare la retina ormai due anni fa, inseguirò le ombre che lascerà a terra quando si compirà, questo sì, certa di appassionarmi al contesto come vent’anni fa.
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La saga dei Florio
Non amo ricevere libri in regalo. Le scelgo da sola le mie letture, magari seguendo il consiglio fidato di quei pochi amici veramente lettori che conosco o di certe recensioni firmate da nomi che considero valide penne. Nell’insieme poca roba. Mi sento autonoma nell’ambito anche perché non sono una lettrice rapida e ho tutto il tempo che serve per trovare il capo del mio percorso. Qualche settimana fa – ne ho scritto anche su queste pagine – è passata a trovarmi con altri amici la mia insegnante di italiano delle scuole Medie che mi ha allungato un pacchetto con un romanzo al suo interno. Come detto prima, pur non amando leggere c’ho che non programmo da sola, lo faccio lo stesso, per educazione, come forma di ringraziamento, correttezza e cortesia. È andata così anche con il regalo della mia prof. Ovvero il primo capitolo della trilogia firmata da Stefania Auci di cui non avevo scovato recensioni troppo brillanti però. Invece che sorpresa ho scoperto tra quelle pagine: mi hanno sedotta, trascinata dentro il significato che rappresenta per me il piacere della lettura e che, lo so bene, avevo perso, due paginette alla volta mi bastavano, riprenderle in mano significava correre al giorno dopo o magari a quello successivo ancora. Adesso magari non sto leggendo Proust ma sto leggendo, mi sento ricca, soddisfatta e piena, ho già comperato i due volumi che completano la trilogia della Auci nella piena certezza che poco alla volta tornerò a quei titoli solidi con cui sono cresciuta. Grazie prof.
A piedi nudi nel parco
L’altro giorno parlavo con un’amica e, tra una considerazione e l’altra, è uscito il racconto delle richieste rimbombanti di sua figlia, quasi donna ma ancora ragazzina, che pone con strepito sul piatto dei suoi desideri l’acquisto da parte della famiglia di un paio di sneakers – scarpe, sia mai infatti che le chiami in modo tanto banale – che grosso modo costano cinquecento euro. Ah però. Ricevuto il no risoluto, fermo, robusto e vigoroso dei genitori che la invitavano invece a scegliere un lavoro da svolgere in una delle numerose attività proposte dall’estate jesolana tale da poter sfilare dal capello personale del suo stipendio il denaro sufficiente per assolvere ai suoi capricci, lei ha cominciato a schiamazzare per casa sostenendo che tutti, ma proprio tutti, dai compagni di classe agli altri amici, ai piedi portano quel tipo di sneakers – scarpe, sì ecco appunto, vale come sopra – e potrebbe essere pure vero. Poi il ricordo è andato alla nostra di giovinezza, quella targata anni Ottanta, il decennio del primo respiro di tranquillità sociale e pure economica che non andava a braccio teso con una ricchezza abbondante e comune ma di benessere più diffuso questo sì. Quel periodo storico diede vita all’epopea dei paninari milanesi di cui si parlava ovunque, e forse con invidia da parte di noi adolescenti. I nostri genitori li ascoltavano i racconti che facevamo ed erano spesso portati anche a soddisfarli con qualche piccolo sfizio concesso. Ricordo che a me fu regalato un paio di scarpe super mega griffate che mi durarono in ogni caso dai tre ai quattro inverni, tanto per dire, ma anche un capo spalla per l’inverno che trovai solo di un orrido color viola perché era l’unico disponibile nel negozio che lo vendeva. Contraddistinto sulla spalla da un pessimo contrassegno che era impossibile non notare – si trattava del suo suo pregio principale del resto -, avrebbe dovuto proteggermi dal freddo umido dell’inverno del Nordest ma il tessuto di cui era fatto, solo vagamente imbottito, cadeva largo lungo il corpo, le maniche erano troppo ampie e ci passava aria, la chiusura lungo i fianchi era ampia e vale come sopra, solo il collo in velluto poteva dare una qualche certezza di protezione in un corpo ormai congelato però. Ma la moda, vuoi mettere? E anche in questo caso indossato per anni, gelo compreso. Mica colpa dei miei genitori, mica in malafede loro, mica poco attenti alle mie di necessità, dare significato al valore del lavoro che porta il denaro è altro rispetto al capriccio. Se ci ripenso torno indietro e per gli stessi soldi mi farei comprare un cappotto di lana calda e pesante, di un colore accettabile. Ma a quindici anni mica lo senti il freddo se sei uguale agli altri.
Se bastasse una bella canzone
Sabato scorso: su una pagina tv c’era Sanremo che chiudeva la sua porta targata 2026, bastava voltarla e si trovava una nuova guerra, Stati Uniti e Israele contro Iran, vicenda drammatica che sta conducendo tutta la regione alle fiamme. Non male come sabato sera, io avrei annullato il Festival, sono stata contraddetta, da anni ci sono molte guerre in campo, sarebbe ipocrita mi è stato controbattuto, vero probabilmente, solo che oggi, al terzo giorno di conflitto, tutta la regione boccheggia, i bombardamenti continuano, il conflitto si è già allargato, il Medio Oriente trema e fa tremare. A Sanremo, invece, tutt’altro, ci ha pensato il vincitore, Sal da Vinci, a fare scuola, vincendo con una canzone guidata da un’esibizione che non ha dimenticato di mettere giù uno stile da matrimonio napoletano, con tutto il rispetto. Quindi adesso tocca stare a vedere come andranno avanti le cose. Castello delle Cerimonie, corrici in soccorso.
Nel mio piccolo
Forse l’ho notato solo io perché il mio interesse riguardo al tema legato alla ricerca scientifica in favore dell’abbattimento dei confini imposti dalla sclerosi multipla travalica ogni ragionamento. Chiarisco, ho osservato che da qualche tempo gli intervalli pubblicitari che raccontano il linguaggio che mette in campo la sm sono cresciuti, diversi tra loro, ma allo stesso modo pieni di dettagli che invitano a compiere donazioni economiche a favore delle varie associazioni che si occupano della ricerca scientifica contro questa bella lei. Sono costruiti riportando i carichi della patologia che, una volta saliti a a bordo di un fisico lo maltrattano con cattiveria mai doma. Inserti che mi colpiscono soprattutto perché danno l’idea di essere stati creati ad hoc da qualcuno che ne sa. Raccontano cos’è la sclerosi multipla, patologia faticosa, invadente e sfacciatia, ma anche capace di creare accanto a sé una rete umana composta dalla famiglia, dagli amici, dai colleghi di lavoro. Ma ragiono anche sul fatto che dietro un investimento così potente composto da numerosi inserti pubblicitari, diversi gli uni dagli altri, forse c’è qualche contribuente personalmente coinvolto dalle spire della sm, in modo diretto, famigliare o via sulla direzione. Conoscenza stretta insomma, una consapevolezza autentica dico io. Comunque, sia quel che sia, grazie. Vado avanti anche io nel mio piccolo su questa direzione allora? Ci sto: donazioni.aism.it/dona-ora/
Sanremo, per me, forse non è più Sanremo
Sul palco dell’Ariston c’è stato il debutto ufficiale di Sanremo 2026, ieri sera, ma come accade da almeno un decennio quel brivido intenso, energico, vigoroso, significativo che mi accompagnava in vista della sua attesa, fin da quando ero piccoletta, non c’è stato, la risposta è presto data, conosco meno della metà degli artisti in gara. Anche questo ha comportato invecchiare, mi faccio ridere da sola con queste parole e continuo pure sul tono: perché Sanremo, per me, non è più Sanremo. Devo averlo già scritto su queste pagine quanto in passato mi emozionasse seguirne le puntate, con blocchetto e penna in mano oltretutto per attribuire un voto alle canzoni che preferivo e confrontare il giorno dopo il mio giudizio con quello espresso dai giornalisti in sala stampa che di fatto era il posto dove avrei voluto sedere anche io per ascoltare in diretta i loro pareri. I quotidiani in passato dedicavano paginate intere a Sanremo piene di interviste, immagini, giudizi, retroscena, scandali a piovere, era il Festival delle meraviglie, oggi gli accenti si sono ridotti ma forse va bene così visto quanto accade nel nostro mondo, pianeta che ovvio necessita maggiore attenzione rispetto al nostro Festival. La serata di ieri l’ho vista in gran parte, al di là di quanto prevedessi, ero in attesa che la lavatrice terminasse il suo ciclo, quindi a bordo della mia sedia a rotelle non stavo troppo comoda per affrontare con qualità la solita dormita sul divano. E quindi ho ascoltato molte canzoni, per quel ho sentito mi sono piaciuti Sayf e Fibonacci, mai sentiti prima di ieri sera, ma che in ogni caso io e la mia senilità abbiamo approvato.
Gloria Campaner
Ieri sera c’è stata la cerimonia che ha celebrato la conclusione ufficiale delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026, le stesse che tutta la stampa di casa nostra ha celebrato con un 30 e lode attribuito alla nostra squadra che ha messo da parte un bottino di allori pronto a fare storia tra podi sventolanti bandiere tricolore, medaglie al collo dei nostri atleti, inni suonanti e sempre cantanti anche dal pubblico spesso sotto esuberanti nevicate. Mi mancheranno queste gare, pur non essendo una sportiva, hanno comunque regalato momenti di emozione, ghiacciati e bianchiche hanno riempito di bello ogni giornata. E poi ieri sera, dall’Arena di Verona, si è spenta, lentamente la fiamma olimpica sulle note del pianoforte di Gloria Campaner, la musicista jesolana famosa in tutto il mondo. La conosco. Tantissimi anni fa, quando lavoravo per un giornaletto di poco conto della nostra città e lei era giovane e ancora iscritta al Conservatorio, la intervistai. Fu una bella chiacchierata anche se io di musica classica – ieri come oggi – conosco meno di nulla, eppure lei mi venne incontro, con modi cortesi e garbati, raccontandomi quali fossero i suoi desideri, di come individuava quei traguardi professionali che inseriva nel suo domani e che vestiva di un’ambizione forte e robusta. Oggi gira il mondo portando con sé quel talento brillante e acclamato che molti anni fa mi è piaciuto raccontare. Poi lo aggiungo, è pure la moglie di Alessandro Baricco, non so se mi spiego.
Modello riviere
Un numero imprecisato di anni fa, credo meno di dieci, di sicuro il primo gennaio, il giorno del mio compleanno, mamma e papà, insieme, mi vennero a svegliare, ebbi modo di salire sulla carrozzina ferma accanto al letto, dare un bacio a tutti e due, e andare in cucina per la colazione. Quando entrai sentii profumo di brodo, si mangiano tortellini per pranzo pensai, il mio piatto preferito, una volta a tavola vidi un piccolo pacchettino, già mi lacrimavano gli occhi. L’invito caldo fu di aprirlo prima di piangere, che ne sapevo di cosa c’eta dentro sostenevano, magari qualcosa che non mi piaceva diceva mamma: era una piccola scatola, che conteneva un anello, oro bianco, modello riviere, con piccoli brillantini, perfetto per la mia mano. Ora sì che cominciai a piangere davvero, ancora prima di indossarlo, di vedere come mi stava, di sapere se era adatto a me, se mostrava ciò che ero. Li abbracciai, li ringraziai mentre l’anello occhieggiava ancora dalla scatola, non l’avevo ancora staccato da lì, mi bastava stringerli a me e che capissero quanto mi avevano resa felice, come sempre papà lacrimava di nascosto, mamma mi convinse invece a infilarlo all’anulare come per un fidanzamento, una volta fatto troneggiava di una bellezza imperante. Da allora e sempre. Fino a che, poche settimane fa, ho perso un brillante. È stata Federica, la mia grande amica, ha farmi il piacere di andare dal gioielliere dove mamma e papà l’avevano comprato per chiedere di risolvere il problema, si può fare ha detto e lo farò seguendo un costo non economico, ma quell’anello è una traccia di mamma e di papà incisa sul mio cuore.
Pausa caffè
La mattina qui da me con mamma ci celebra una pausa per il caffè, quello casalingo a suon di moka, lo approvo certo, anche se preferirei berlo al bar, mi piace di più, ma va bene anche così. Mi chiedo spesso com’è il gusto di quello delle macchinette casalinghe, devo averlo anche provato da qualcuno che conosco, non ricordo la sensazione che mi ha dato, forse mediocre. Sono certa di aver sempre gradito, invece, il sapore di quello in arrivo dai sistemi allestiti nei luoghi pubblici: scuole, ospedali e spazi di lavoro. L’ho provato quasi sempre insieme alle colleghe con le quali ho trascorso le pause dal lavoro, quelle che rinfrancavano le mente tra una pratica e l’altra. All’inizio, quasi trent’anni fa, quando la sclerosi multipla era ancora solo roba mia, un segreto che mi sembrava, l’illusa, di mantenere silenzioso tra me e me, con la mia collega del tempo scendevo al piano inferiore, in ascensore, e davanti alla macchinetta, giorno dopo giorno, ci si beveva il nostro caffè, tra chiacchiere, risate, consigli. Segue un cambio professionale, altro ufficio, nuove colleghe, per andare alle macchinette del caffè adesso serve un braccio fermo cui poggiarsi, perché i passi si sono fatti incerti, la sclerosi multipla punge, tutto traballa, resta buona solo la pausa con le amiche. Nuova pagina ancora, il lavoro adesso si fa sopra una sar, il caffè segue le sue ruote per raggiungere la macchinetta, arrivata faccio qualche discorso coi colleghi che incontro, quando lo finisco volto direzione e raggiungo la scrivania, si comincia col lavoro. Fino a oggi: tutte le mattine con mamma c’è quello della moka che si fa piacere lo stesso, è un momento solo nostro uno spazio per recuperare tempo e ricordi.
Noblesse oblige
Ma s’è visto quanto si sono allungate le giornate? Il pomeriggio termina ben oltre le 18.00, è la primavera che fa capolino, maledizione a lei che si porterà in groppa la temibile estate, calda, soffocante, afosa, irrespirabile, per raccontarla al suo meglio. Che poi negli ultimi anni a Jesolo si registra poca differenza tra le stagioni, il mio amato autunno ha cambiato sembianze, non più scuro e vuoto ma animato da uno spirito inedito che non posso nemmeno accusare, passano più soldi tra le varie attività in questo modo, mi sembra ingiusto e ingrato chiedere il contrario, ah beata modernità, vai capita e accettata. Anni fa, quando lavoravo per un giornaletto della saga free press mi chiesero di intervistare un imprenditore jesolano, celebre figlio di una famiglia di albergatori, attività professionale che nella mia città assume le forme di una classe sociale auto dichiaratasi nobiltà. Mi raccontò come era nata la posizione della sua famiglia: disse che negli anni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale erano diverse le persone in arrivo dalle più vicine terre venete che si avventuravano alla scoperta del nostro litorale anche solo per una giornata. La sua famiglia, così come altre per la verità, prendendo le misure con questo movimento inedito, ebbe la lungimiranza di aprire al pubblico la cucina di casa offrendo una gastronomia semplice che comunque colpiva il piacere dei primi ospiti. Poco alla volta, vennero allestiti anche spazi per permettere soggiorni durante la notte, non ancora gli alberghi che conosciamo oggi, piccole locande piuttosto nelle quali i nuovi visitatori, quelli quasi benestanti probabilmente, scoprirono la possibilità di dormire da noi anche solo per una notte, vedere il mare all’alba, passeggiare lungo la spiaggia, consumare pranzi nelle strutture allestite sempre meglio in una nuova Jesolo che prendeva forma, pronta a mostrare una natura inedita che forniva spunti che già profumavano di vacanza. Seguendo questo pensiero imprenditoriale, coraggioso e sempre più completo, in molti, decennio dopo decennio, hanno contribuito a costruite una nuova industria che ha trascinato a sé tutte gli esercizi commerciali che sono Jesolo. La città dove sono cresciuta, vissuta e che con le sue potenzialità mi ha fatta migliorare, studiare, lavorare, imparare. Amo l’autunno, persisto nel dichiarare che l’estate mi sta sulle scatole (pure alla sclerosi multipla che col caldo trascende) ma che ci posso fare? Jesolo è la mia città e direi che è il caso di dirlo: per fortuna!