The cat is still on the table

“Sorry for my english”. Per un’intera, piacevolissima serata è stato questo il mio unico contributo alla conversazione. Ero stata invitata a cena da un’amica per salutare la sorella tornata per trascorrere qualche giorno a casa: vive fuori da sempre, a 25 anni ha scelto di seguire il suo talento lavorando all’estero praticamente ovunque scalando le vette di una carriere brillante e del tutto meritata. Non credo che il suo caso vada inserito nella lista dei numerosi cervelli costretti alla fuga, per quanto le sue capacità siano certamente al di sopra della media, dopo la laurea ha deliberatamente scelto di andare via dall’Italia pur essendo quelli anni in cui questo paese qualche speranza ancora la dava. Quando torna fa base dalla sorella, ci vediamo sempre, molto spesso viene raggiunta da amici e amiche, colleghi di lavoro o fidanzati, questa volta con lei c’era Aimi, nata a Tokio con residenza a New York e numerose esperienze professionali tra Europa e Nord America. Ebbene durante la cena s’è mangiato, s’è bevuto e s’è parlato. O meglio durante la cena anche io ho mangiato, anche io ho bevuto ma solo io non ho parlato se non per dire “Sorry for my english”. Io e l’inglese abbiamo un blocco, mi do un tono e lo chiamo rispetto per la lingua che mi porta a non abusare di bruttissime traduzioni letterali con l’utilizzo esclusivo del simple present. Diciamo che me la racconto così ma la verità è un’altra. Io l’inglese non lo so. Lo capisco un pochetto forse, ma solo se chi lo parla si esprime con lo splendido, pulito e chiaro inglese BBC che Aimi ha usato al meglio permettendomi di comprendere una parte significativa di quanto ha detto. Come quando al mio ennesimo “Sorry for my english” mi ha sorriso dicendo “My italian is terrible” per poi aggiungere che è come se il suo cervello fosse diviso in due porte: nella prima convivono in perfetto accordo l’inglese e il giapponese che non interferiscono mai tra loro e quando decide di parlarne una lo fa senza che l’altra di intrometta; dentro l’altra porta ci sono lo spagnolo e il francese che lei conosce ma che vanno meno d’accordo tra loro, le capita spesso che mentre ne utilizza una faccia capolino una parola dell’altra, sa molto bene che se imparasse nuove lingue finirebbero dentro questa seconda porta. Aimi non capisce il perché. Io ho pensato al mio di cervello, all’unico portone che c’è, bello chiuso a doppia mandata sulla sola lingua che conosco. Nel mio caso la ragione è fin troppo ovvia e si può evitare di dirla. Meno male perché per spiegarla ad  Aimi avrei dovuto tirare fuori un altro “Sorry for may english”.

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Quella che prova a farcela

La sclerosi multipla entra nella tua casa senza suonare il campanello, si accomoda dentro spazi che prima appartenevano solo a te e che adesso lei fa propri. Non è facile convivere con questa ospite inattesa ma si può fare.

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