È stato un pomeriggio un po’ strano quello di ieri, risultato di un caffè fra persone che insieme hanno condiviso un’esperienza lavorativa lunga e conclusa in modo burrascoso proprio un anno fa. L’incontro l’avevamo cercato, ciascuno di noi sapeva che avrebbe potuto essere pesante ma avevamo detto tutti sì, per ragioni diverse ma abbiamo accettato, consapevoli in cuor nostro che c’era un groppo da sciogliere perché sul piatto erano rimaste troppe domande irrisolte. Ci siamo ritrovati seduti allo stesso tavolo, davanti ad un caffè buttato giù in fretta, con lo stesso imbarazzo dei primi appuntamenti abbiamo cominciato a parlare di ciò che poteva essere e non è stato, muovendoci a caso con le parole, facendo balzi all’indietro e poi in avanti, mescolando il passato con il presente senza una direzione, liberandoci di parole di cui conoscevamo ogni senso ma senza dare nessuna risposta. Ne saremmo stati capaci del resto? Ci siamo guardati in volto e abbiamo visto le nuove rughe di un anno difficile, tutti diversi o forse inchiodati ancora lì dove eravamo un anno fa. Mi sono chiesta se l’incontro di ieri ha almeno pulito le nostre spalle dalla polvere che si è accumulata in un anno di silenzi. No, è stata la risposta. A quel tavolo c’era solo amarezza e nostalgia nascosta sotto un tentativo mal riuscito di deviare le carte, di spostare le assi della verità per trovare un senso diverso a tutto soprattutto al futuro. E ancora una volta mi sono vista diversa dagli altri. Abituata come sono a non guardare mai al futuro e a non voltarmi con rimpianto al passato, in questo anno, poco alla volta ma non senza fatica, mi sono lavata via tutto, mi sono data un tempo massimo per astio, delusione e rabbia e prima che mi facessero più male del necessario ho chiuso la partita. Non ho bei ricordi che escono da lì e quelli che ci sono me li sono portata fuori, non appartengono più a quel posto.