È passato un mese da quando ho iniziato un nuovo lavoro, una nuova vita, nuove abitudini. Come va? Come mi trovo? Mi piace? Sono le domande che in questo mese mi sono sentita rivolgere sempre più spesso, forse anche perché amplificate dalle mie riposte poco più che evasive. Non ce la faccio a dire di più di quanto dico, parole misurate e sempre ben tese sul filo dell’equilibrio, affermative perlopiù ma senza lasciare spazio a nessuna replica. I ceffoni questo fanno. Mettono paura. Quando capisci che un alito di brezza può rovesciare anche un libro pesante, altro che muovere solo una pagina, impari a mettere zavorre ben fisse nella tua testa ripetendoti che oggi è questo, domani chi lo sa. Il lavoro di prima sembrava una cosa certa, per quello che era, per come lo facevo, per lo spazio che avevo, e invece, senza capire nemmeno quando tutto ha cominciato a finire, sbam, la porta mi si è chiusa sul naso lasciando molto più che un livido. Quindi adesso che tutto è diverso e terribilmente nuovo, che le prospettive future dio-solo-sa quali potrebbero essere, quando mi viene chiesto qualcosa scatto subito sulla difensiva, forse mi devo preoccupare penso subito, forse non sarò in grado di gestire il tutto mi dico, o peggio ancora, magari ho già fallito. E quindi taccio, come il mio solito, sai la novità. Però in realtà posso dirlo di non trovarmi male, il lavoro è diverso e in molti momenti va imparato, in altri ancora quasi inventato, va cercata una soluzione nel bagaglio delle cose che si sanno e alla fine quando la si trova resta pure l’occasione per dirsi va be’ dai, forse non sta andando del tutto male.