Allora, che ho cambiato lavoro da poco l’ho detto, pure che ho un sacco di colleghi nuovi se è per questo, che i meccanismi quotidiani sono diventati cosa abbastanza nota anche, poi ci sono tanti aspetti ancora taciuti questo è vero, ma senza cattiveria è che proprio non mi interessano. Sono quelli legati alla vita di gruppo in un ambiente di lavoro, quegli strani intrecci in continuo movimento che generano simpatie e insofferenze, amicizie vere o più spesso di comodo, gesti di solidarietà ma anche sgambetti col sorriso, tutta roba che in passato ho già visto e che, fatte salve poche preziose tracce, mi hanno lasciato in mano un po’ troppe delusioni e molto amaro in bocca. Ora si gira pagina mi sono detta entrando per la prima volta dentro questa nuova porta, con la precisa intenzione di non creare legami; infatti vado più o meno d’accordo con tutti, mi stanno più o meno simpatici tutti, stimo più o meno tutti, ma la storia finisce qui, senza coinvolgimenti di sorta. Poi c’è la questione sedia a rotelle che io vivo benissimo ma che mi accorgo essere un piccolo muro per gli altri: se ho bisogno io chiedo senza remore, nei modi sanciti dall’educazione ovvio, quelli del per cortesia – grazie – prego – tornerò, ma se non ho bisogno io sono ben lieta di arrangiarmi, invece vedo molto imbarazzo negli occhi di chi mi circonda, quando mi muovo è tutto un corrermi addosso per aprirmi porte, per spostare ostacoli inesistenti, per porgermi oggetti del tutto alla mia portata e via sul tema. Mica mi arrabbio, come potrei, ovvio che ringrazio, ma io ho davvero un senso della misura molto sviluppato, a chi mi chiede con occhi compassionevoli come sto io rispondo bene, e non mento, io sto bene, punto e a capo. Spesso non basta, lascio correre, un po’ capisco, vorrei altro certo, ma mi adeguo, mi metto dentro i panni degli altri e non apro discussioni. Ma c’è anche un giovane collega che mi ha stupita e del tutto conquistata, perché poco alla volta, non certo da subito, quasi ci avesse prima pensato, ha cominciato a buttare giù quel famoso muro cominciando a prendere in giro la mia sedia a rotelle, afferrando la prima occasione utile per mettere in scena un siparietto sarcastico per ridere di lei insieme a me. Poteva andargli male, potevo arrabbiarmi, che ne sa lui di me in fondo, non poteva nemmeno immaginare che l’ironia facesse parte del mio linguaggio, ma ci ha provato lo stesso e ha vinto, questo è il modo con cui volevo fosse superato valico e sono contenta l’abbia fatto lui. Che è pure molto carino, che fatti due conti potrebbe essere mio figlio e che se lo fosse ne sarei orgogliosa, perché ne avrei cresciuto uno di intelligente.
Lo vedi quello? È mio figlio
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Quella che prova a farcela
La sclerosi multipla entra nella tua casa senza suonare il campanello, si accomoda dentro spazi che prima appartenevano solo a te e che adesso lei fa propri. Non è facile convivere con questa ospite inattesa ma si può fare. Vedi tutti gli articoli di Quella che prova a farcela