Stamattina sono andata al lavoro e mi è stata immediatamente consegnata una mascherina, indossala mi ha detto la direttrice, nuove disposizioni, inderogabili, ha concluso. Mi sono passata tra le mani il gel per igienizzarle, l’ho messa e via, ho cominciato la giornata con questa novità a coprire naso e bocca che mi ha sacrificato respiro e voglia di sorridere per ore. Eh già, proprio così, una decisione giustificata dal fatto che l’ambiente dove lavoro è decisamente affollato e anche se è stato vietato in modo fermo l’ingresso di visitatori e clienti questa scelta mi sembra ovvio che sia più che legittima. Io poi ho accolto l’obbligo con un certo favore. Perché tutto torna sempre al punto di partenza, quel mio bagaglio personale dove c’è una nota stronza che allunga le mani anche addosso al sistema immunitario rendendolo debole, a tratti inutile. Quindi io in due mezzi minuti potrei beccarmi la qualunque, pure ‘sta roba nuova, quella che al momento non ha né capo né coda. Bingo, direi. Ma non ci voglio nemmeno pensare. Sabato avrei dovuto andare ad un concerto, Venditti, perfetto per un carico di lacrime valido a coprire almeno trent’anni di ricordi, saltato, poco da fare. Ci tenevo un bel po’, stavo dietro da settimane ai biglietti, mi ero presa il giorno libero scombinando la tabella dei turni di tutti i colleghi senza prima nemmeno informarli, chissene, si trattava di ascoltare dal vivo roba come Giulio Cesare o Compagno di scuola e tornare a quel certo passato fatto di anni ingenui e bellissimi. A questo punto dovrei essere arrabbiata per la mancata serata e invece resto solo preoccupata. E non sono tanto egoista da pensare solo a me.