Continuo a guardare la trasmissione della Benini con le sue interviste a scrittori italiani. Diversi non li conosco e mi è venuta voglia di leggerli, di alcuni so a sufficienza per essere certa che non sfoglierò pagina, di altri ancora ho letto e con molta soddisfazione non dico tutto ma abbastanza. Quel che mi basta è che la trasmissione mi piace molto, mi rilassa, mi fa venir voglia di stare coi libri, elementi sufficienti per farmi vivere bene in questi giorni di triste, forzata quarantena. Guardando queste interviste, seppur diverse tra loro, una cosa ho notato in modo evidente: esiste una sorta di filo conduttore che accomuna questi scrittori che malgrado le loro diversità raccontano di aver vissuto un’infanzia e un’adolescenza solitaria, strana la definiscono, non infelice ma comunque isolata dai coetanei, una solitudine cercata, addirittura desiderata. Sono tornata indietro nel tempo e mi sono rivista. Guarda un po’, eccomi, che con gli altri andavo d’accordo ma solo a determinate condizioni, in certi momenti ma non sempre e non con tutti e spesso per scelta mia. Piano un attimo però, che non ne esca il ritratto della piccola fiammiferaia, ai margini del mondo, abbandonata al proprio destino. Ma no che non era così, cercavo di andare d’accordo con tutti e mi riusciva abbastanza direi, diciamo che spesso qualche cosa non funzionava, ero un’attenta selezionatrice, ecco cos’ero, se non sentivo un valore comune preferivo stare da sola. Va pure detto che nessuno mi inseguiva comunque, se io non volevo condividere rapporti con tutti mica avevo la fila dietro la porta di gente che implorava la mia presenza, questo proprio no. Ricordo i tre anni di scuola media con l’orrore di un incubo. L’adolescenza non perdona. In aggiunta ero pure un po’ bruttina e vestivo in modo anonimo, le regole della moda, queste sconosciute. Erano gli anni Ottanta poi, quelli in cui l’abbigliamento all’improvviso cominciava a costare troppo, i miei genitori non erano troppo disposti a spendere a caso, a una ragazza che sta crescendo durano due mesi quelle scarpe, diceva mamma, per non parlare del fatto che sono brutte, e chiudeva lì il discorso. Ma attorno a me avevo due smorfiosette – per essere elegante – in piena competizione tra loro che la mattina sfilavano tra i banchi vestite di tutto punto, si invidiavano reciprocamente ma erano entrambe ammirate oltre ogni limite da tutte noi ragazze che le avevamo prese a modello anche perché tutti ragazzi volevano loro e solo loro. Io come tutte le mie compagne di classe le guardavamo da lontano, erano la traccia inarrivabile, di stile, moda e bellezza. La via d’uscita che sceglievo era stare in disparte il più possibile. Fino a quel giorno di primavera in cui entrai in classe vestita con una camicia rossa e una gonna rosa, non mi sembrava grave. Ma le due tizie non erano della stessa opinione, sei vestita di rosso e rosa, dissero ridendo come pazze. Evidentemente non si poteva. Le vedo ancora di tanto in tanto, sono ancora amiche tra loro, chissà se si imvidiano ancora. Ma oggi è bello incontrarle. Sfrutto la mia sedia a rotelle. Le investo? Macché. Le guardo in faccia con la precisa idea di non dargli scampo, non le aiuto a gestire un comprensibile imbarazzo, non vado loro incontro per favorirle, non do suggerimenti, non le agevolo, le mollo alle loro domande. È probabile che sappiamo tutto ma non le guido a condurre il momento dell’incontro, faccio finta di niente, saluto, sorrido e me ne vado. In fondo io resto ancora quella vestita di rosso e rosa messa all’angolo dalla loro superbia perché dovrei comportarmi in altro modo. Aggiungo una cosa doverosa. Il fatto che io da piccola amassi stare da sola non fa di me una scrittrice, sottolinea piuttosto che avevo poco in comune con certe stronzette. Comunque non mi sembra poco come titolo da attribuirmi.
Rosso e rosa
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Quella che prova a farcela
La sclerosi multipla entra nella tua casa senza suonare il campanello, si accomoda dentro spazi che prima appartenevano solo a te e che adesso lei fa propri. Non è facile convivere con questa ospite inattesa ma si può fare. Vedi tutti gli articoli di Quella che prova a farcela