Bravi, ma non da oggi

In queste giornate disgraziate, il filo conduttore di ogni discussione è retto – al netto di bilanci, mascherine da indossare, igienizzanti che mancano ma anche no, polemiche inutili e chissà che altro ancora – dalla più che doverosa celebrazione per chi lavora dentro gli ospedali, in prima linea, quelli che all’improvviso, senza avvertimento, come con tutte le cose che travolgono quando meno te l’aspetti, si è trovato davanti alla botta Coronavirus da contrastare. E poi ti accadano quelle cose che accendono il pensiero. Stamattina, per esempio, parlavo con un’amica, il suo ultimo periodo mica è stato facile, si è trovata davanti a una battaglia autoritaria, di quelle che ti lasciano senza capelli, seminando paure e tanto dolore. Corazzata di tutto punto, grazie alle armi fornite da un personale medico di ogni rispetto ce l’ha fatta, la guerra è sopita e la frontiera pare finalmente sgombra da nemici. Era felice, e parlandomi mi ha detto di aver incontrato sulla sua strada medici eccezionali, infermieri molto più che attenti e sempre presenti. È qui che ho cominciato a pensare alla mia onorata, ventennale, carriera di paziente in prima linea, occupata sempre su crinali impegnativi, a contatto diretto con vette ospedaliere di prim’ordine, frenetiche, impegnate, mai ferme, sotto continua pressione, ma un centro che si occupa solo dello studio contro la sclerosi multipla è così, diverso non potrebbe essere. Eppure malgrado questo, mai incontrato, se non in rarissimi e sporadici e isolati casi, un medico o un infermiere che non meritasse almeno un grazie. Caratteri ruvidi forse, timidezze malcelate magari, stanchezze ovvie anche, ma sempre ottime professionalità, riconosciute ben oltre l’evidente. Anni fa facevo una terapia mensile: una mattinata intera da passare con una fleboclisi attaccata al braccio, sai la gioia, per una come me poi che ha paura degli aghi, quelli ficcati nel braccio poi non ne parliamo, che anche solo un prelievo del sangue getta dentro un vortice di crisi che fino a qualche decennio fa la faceva crollare a terra. Il giorno del mio debutto con la nuova terapia ho annunciato il mio limite, senza nessuna pretesa si sa, spiegando però che avevo paura, lo dissi alla caposala, Elena, che non rispose, sembrava poco disposta al dialogo e la sua faccia poi non era per nulla incoraggiante. Finì ancor prima che io mi accorgessi di qualcosa. Le sorrisi, si allontanò senza cenni di intesa. Ho continuato con quella terapia per anni, non c’è stata volta in cui Elena, la scontrosa, non si sia occupata di me e anche quando qualche sua collega mi veniva vicino lei le passava accanto e le diceva di andare oltre, ero diventata roba sua, come se avesse adottato le mie ansie. Elena è solo un esempio, dei favori ricevuti, dei sorrisi scambiati, degli incoraggiamenti spesso senza parole percepiti, di quei rapporti che negli anni sono cresciuti, che certo di amicizia non sono, ma nel tempo mi sono diventati necessari per farmi sentire in buone mani. Credo di avere ogni strumento valido per condividere appieno il plauso nei confronti di una categoria che senza preavviso e senza bussole di sorta si è trovata catapultata dove mai avrebbe pensato di andare perché non credeva potessero esistere certi confini. Ma non ti muovi, e bene, dentro un tale disastro se alle tue spalle non hai scuola, metodo e competenze. Bravi, ma non solo da oggi.

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Quella che prova a farcela

La sclerosi multipla entra nella tua casa senza suonare il campanello, si accomoda dentro spazi che prima appartenevano solo a te e che adesso lei fa propri. Non è facile convivere con questa ospite inattesa ma si può fare.

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