Ottanta centesimi

Una mattina di due estati fa mi chiama mio fratello: è dentro una libreria – in una di quelle catene senza anima ma tanti sconti – ha raggiunto quota venti euro di spesa che gli dà il diritto alla scelta di un libro compreso in un catalogo fatto da loro, può portarne a casa uno a soli ottanta centesimi. Fai tu mi dice, e comincia ad elencarmi i titoli messi in palio, perlopiù classici che ho già in casa, altro che non mi interessa, e poi una serie di romanzi che so quasi per certo di aver poca voglia di leggere. Mio fratello mi mette fretta, non ho troppo tempo per scegliere quello che mi sembra il meno peggio, e così dico un titolo a caso tra quelli che mi elenca, quello di un romanzo che sono anni che ho scelto di non leggere, per ragioni stupide se vogliamo, ma coi libri è così, o li ami da subito o li metti da parte e basta. Quello che è successo con questo. Conoscevo un tizio anni fa che parlava sempre di questo libro, metteva su una faccia da intellettuale e per la sua diligente sponsorizzazione ripeteva sempre le stesse cose, il dubbio che avesse letto solo questo non mancava. Se c’è una cosa poi che mi annoia è quando mi si raccontano le trame, smetto proprio di ascoltare, annuisco a caso e penso ad altro. E mentre ‘sto tizio parlava e parlava il livello della mia attenzione si inabissava ogni volta che mi capitava di incrociarlo. L’esposizione dettagliata della trama poi, stile interrogazione, non mi interessa per niente, come nascono o finiscono libri, film, o serie tv sono dettagli del tutto secondari per me e nel caso voglia sapere qualcosa in più chiedo, faccio domande specifiche che mi servono a disegnare un’idea, se poi ho voglia di andare oltre lo faccio. Finché si arriva alla telefonata di mio fratello, a una scelta da fare al volo per un affare da ottanta centesimi che non mi va di perdere, sia quel sia mi dico, e scelgo il cavallo di battaglia di quel tizio, Cecità, Saramago. Eccoci poi a queste settimane, vado nello scaffale della mia libreria dove ci sono quei titoli ancora da leggere e lo prendo in mano, chissà perché poi, sono decenni che lo rifiuto, ma mi dico vabbe’ dài, visto che è qui, proviamo. Il primo capitolo. Un brivido freddo lungo la schiena. Il secondo. L’incredulità più pura. E avanti così, pagina dopo pagina. Mi trovo davanti al racconto di una pestilenza improvvisa che colpisce poco alla volta gli uomini e le donne che abitano una cittadina non ben precisata, è la storia un contagio totale e ignoto che procura una strana forma di cecità assoluta. Lo evito da anni questo romanzo, senza ragione, oltre alla seccatura che mi dava quel tizio mai ascoltato, non sapevo di cosa parlasse e mi ritrovo a leggerlo proprio in questi giorni di insopportabile quarantena. Una casualità che fa quasi ridere. Aggiungendo però che, molto al di là della trama, Cecità è un romanzo perfetto, che inserisce un tratteggio di argomentazioni dense dentro una costruzione linguistica tra le migliori mai lette, con un uso della terza persona narrativa che sembra trasformarsi al bisogno in prima persona grazie a una forma di dialogo diretto introdotto solo da virgole e maiuscole, sta al lettore orientarsi nel testo, aumentandone così la soddisfazione. Un assoluto capolavoro – mi tocca pure dar ragione a quel tizio – che mi piace aver letto adesso, per mia scelta, senza aver conosciuto prima la trama, che si mantiene comunque secondaria rispetto a tutto il resto, sono solo queste giornate a farla venire a galla. Certo che aver passato uno spicchio di quarantena con Saramago in mano non è stato per niente male. E a solo ottanta centesimi. Che credo abbia pagato mio fratello.

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La sclerosi multipla entra nella tua casa senza suonare il campanello, si accomoda dentro spazi che prima appartenevano solo a te e che adesso lei fa propri. Non è facile convivere con questa ospite inattesa ma si può fare.

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