È il mocassino che parla

Ora che le cose potrebbero essere tornate alla quasi normalità – o almeno così speriamo tutti – anche al lavoro sembra di poter dire che dài forse se ne viene fuori. L’altro giorno, per esempio, ho rivisto un tizio che gira dalle mie parti e con cui sono costretta ad avere a che fare perché è un cliente. Non lo vedevo da mesi, non mi mancava neanche un po’, ma, vabbè, con tutto quello che c’è stato di mezzo meglio ritrovarmelo davanti, anche lui è segno di una quasi ritrovata normalità. Qui dove abito ci conosciamo un po’ tutti, quantomeno di fama, la cittadina è piccola e lui è il marito di una tipa con cui, ahimè, ho dovuto crescere, una vecchia compagna di scuola, di quelle che purtroppo ti tocca sopportare almeno per qualche anno. E ora, guarda la vita, sulla mia strada è capitato lui, un cinquantenne o giù di lì, senza contenuto, vanesio, superbo, arrogante. Uno spasso insomma. Ma con me mai uno scontro, ovvio, c’è una sedia a rotelle di mezzo, non ha idea di come gestirla, tra i suoi talenti non colgo intelligenza dopo tutto. Quando me lo vedo arrivare davanti mi si torce comunque stomaco, perché lo capisci subito com’è un personaggio anche da come si veste e lui, col suo capello inutilmente lungo per nascondere a mala pena una calvizie incipiente, la giacca da manager abbinata alla camicia con collo inamidato, il pantalone a vita alta e gamba corta che mette in vista l’inguardabile mocassino senza calza, è l’ineleganza costruita in poche mosse attorno ad una personalità vuota. L’altro giorno quando ha suonato il campanello l’ho accolto con il consueto sorriso sotto la mascherina, ho ascoltato le sue richieste e mentre io assolvevo ai miei compiti lui parlava, un blablabla sufficientemente vano, commenti vari sugli ultimi mesi finché l’ho sentito dire che abbiamo passato un periodo che ha richiesto grande resilienza a tutti noi. Resilienza. Già. Ho consegnato le carte richieste e ho salutato. Mi serve molta forza per sopportare l’uso della parola resilienza, non perché sia brutta, non perché venga utilizzata in modo scorretto, non perché sia più sgradevole di tante altre. Ma perché è di moda, perché è ripetuta a caso, senza ordine, senza criterio, senza giudizio. Da chiunque. Solo per averla sentita dire. Detta e ridetta a catena, in quantità esagerata, in troppi casi solo per dare l’idea di essere colti, capaci di mettere insieme grandi discorsi per incartarsi subito dopo attorno al verbo giusto. In pochi – e di sicuro non io – possono dirsi certi di parlare perfettamente una lingua complessa come l’italiano, ma quel che è certo è che l’abuso di parole come resilienza non trasforma nessuno in un novello Dante. Figuriamoci un tizio con mocassino senza calza.

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Quella che prova a farcela

La sclerosi multipla entra nella tua casa senza suonare il campanello, si accomoda dentro spazi che prima appartenevano solo a te e che adesso lei fa propri. Non è facile convivere con questa ospite inattesa ma si può fare.

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