Anche il Natale rallenta causa-Covid. Più che corrette le raccomandazioni in arrivo dall’alto, pranzi famigliari in versione smilza, nonni a casa loro lontani dai nipoti che scartano regali in arrivo via Amazon, messa di Natale anticipata di qualche ora, e via sul tono. Accadrà questo? Certo che no. Le tavolate si riempiranno e senza mascherine, in fondo si sta mangiando, dall’aperitivo al panettone poi, vuoi non farlo. Ci sarà tempo dopo per i rimorsi, come a Ferragosto. Lo spirito pubblicitario sta invece assecondando la misura dei toni con spot sui pandori in clamoroso ritardo rispetto al passato che li faceva partire addirittura da fine ottobre, perché Natale è Natale. Panettoni? Pochi. Idee regalo? Quasi nulle e comunque travestite da qualcosa d’altro: smartphone di nuova generazione, pc, tablet o magari gioielleria, cosmetici, profumeria e via dicendo ma il tutto senza carte luccicanti e fiocchi colorati da scartare. I bimbi? Trascuratissimi dagli spot. Tanto loro non hanno bisogno di suggerimenti. La fiera del regalo sottotono per un Natale che così dovrà essere insomma. Per buttarmi lontanissimo dalla preoccupazione Covid cerco di ricordare un passato di mille e più mille anni fa, quello di una me ragazzina che sulla data di inizio della programmazione pubblicitaria del periodo natalizio ha imparato un bel po’ di cose. Ogni anno con la mia famiglia si partiva per fare le vacanze di Natale nello splendido Cadore, a tutti – tranne che a me, dubbi? – piaceva sciare e quindi via, valigie in auto per raggiungere l’albergo, lo stesso per anni, giornate da trascorrere sulle piste che si concludevano con una cioccolata calda – quella sì molto gradita – e poi dopo cena tra di noi tornei di Monopoli o con carte da gioco in mano. Fino a quel dicembre in cui faccio amicizia con una ragazza di Ferrara con cui poco alla volta riusciamo a scambiare due vaghe parole con un gruppo di ragazzi che rappresentano la migliore gioventù di quell’albergo. Passiamo le serate di quel Natale anche con loro ma non so se della nostra presenza si siano mai accorti, della mia di certo no, so di aver aperto molto poco la bocca di fronte a quei ragazzi, mentre dentro la mia di testolina i pensieri volavano a gonfiare una cotta per tal Alberto, così si chiamava. Quante cose può fare un solo “ciao”, ovvero la gran parte di quello di che ci siamo detti se non ricordo male, sufficiente per accendere il mio cuore comunque. Poi quelle vacanze sono finite, valigie in auto e uno alla volta si è tornati a casa mentre io scrivevo un patto firmato solo dalla mia nuova amica di Ferrara: qui e ora il prossimo anno. Alberto ha firmato per procura, la mia. In quel momento però cominciavano poco meno di 365 giorni al Natale successivo, duri a passare anche per il più forte degli amori. Fino alla fine di ottobre dell’anno dopo quando di botto in tv compare il primo spot di un pandoro: è fatta, è di nuovo Natale, si va in Cadore, diventa meno dura anche l’idea di prendere uno ski lift tanto c’è la cioccolata calda dopo e in serata le chiacchiere con la mia amica di Ferrara, Alberto e il resto della compagnia. Che però non viene. Patto stracciato, procura fallita. Però da allora mi è rimasta una certezza che mi fa sorridere ogni anno: i panettoni in tv da fine ottobre. Stronzo di un Covid, anche il minimo sindacale ti sei preso.
365 giorni a Natale
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Quella che prova a farcela
La sclerosi multipla entra nella tua casa senza suonare il campanello, si accomoda dentro spazi che prima appartenevano solo a te e che adesso lei fa propri. Non è facile convivere con questa ospite inattesa ma si può fare. Vedi tutti gli articoli di Quella che prova a farcela