Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo

Stanotte è morto Paolo Rossi, il mio eroe del calcio. Perché avevo dieci anni nel 1982. Avevo dieci anni e l’Italia vinceva il mondiale di Spagna. Avevo dieci anni in un luglio sorprendente e bellissimo esploso tra le mani di tutti gli italiani. Dieci anni e la scoperta di un’emozione nuova, impossibile da scordare. Il linguaggio del calcio non è mai stato parlato a casa mia, era rigoroso il tg invece, che mi annoiava molto ma toccava guardarlo e pure in silenzio – ma va detto che se molti pezzi di storia mi sono rimastati incollati sulla pelle lo devo proprio a questa abitudine – ed è anche per questo che quello dell’82 è stato il primo mondiale vissuto da spettatrice abbastanza consapevole. Avevo dieci anni e se non altro avevo capito di cosa si parlasse, sapevo che sarebbe stato importante vincere ma sapevo anche che l’Italia partiva dalle retrovie. In squadra c’era anche un certo Paolo Rossi che chissà cosa avrebbe potuto combinare perché arrivava da un periodo difficile e poi il suo nome veniva associato a roba tipo calcio scommesse che qualunque cosa significasse non mi sembrava niente di buono. Le prime partite di quel mondiale andarono come andarono, molto deludenti e avevano portato l’Italia dentro a un girone di fuoco: Argentina-Brasile. Con i più brutti presagi della vigilia arriva però la vittoria contro l’Argentina, è un caso dicono i bene informati, il Brasile ci straccerà e Paolo Rossi poi non ha ancora combinato niente. Ma quando arriva il Brasile nessuno ancora immagina che sarà la vittoria del secolo. La ricordo tutta la tensione di quel pomeriggio, i gol, le urla e tutta quell’incredulità: è sempre l’Italia a correre in avanti mentre il Brasile del gran calcio, la squadra regina che danza con il pallone, quella di Zico e Falcao, quella che costruisce il gioco imbambolando gli avversari alla fine viene costretta ad arrendersi e a mollare la presa sotto i gol di un Paolo Rossi finalmente ritrovato. Un grido all’unisono di gioia fortissima, in dieci anni di vita mai sentito così alto, apre il cielo. La semifinale contro la Polonia è una passeggiata, In finale ci tocca la Germania, si chiama ancora Repubblica Federale di Germania, tanto per sottolineare il corso che prenderà la storia. Quella partita è fissa dentro una cornice: il rigore sbagliato del Bell’Antonio Cabrini nel primo tempo, la paura di non farcela, ma poi Rossi, ancora lui che segna e trascina di nuovo i nostri, arriva Tardelli con un gol che gli fa lanciare in aria quell’urlo memorabile e poi Altobelli, giovanissimo e spudorato. Indimenticabili quei campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo.

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Quella che prova a farcela

La sclerosi multipla entra nella tua casa senza suonare il campanello, si accomoda dentro spazi che prima appartenevano solo a te e che adesso lei fa propri. Non è facile convivere con questa ospite inattesa ma si può fare.

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