Sicché è morto Filippo d’Edimburgo, principe-consorte di Elisabetta II. 99 anni, buon’anima, vissuti anche bene direi, certo sempre all’ombra della sua Lilibeth come la chiamava solo lui, ma comunque nell’insieme pare non abbia dovuto affrontare chissà quali montagne da scalare. Sabato scorso c’è stato il suo funerale alla presenza di sole 30 persone, un po’ causa Covid ma pare anche per sua espressa richiesta, non avrebbe desiderato un numero spropositato di capi di stato – benché fosse marito della regina del Commonwealth – preferendo invece che ci fossero i suoi fidati valletti. E che infatti erano presenti. L’ho visto il funerale, della mia passione per i reali britannici credo di aver già parlato, di Elisabetta II in particolare divenuta regina per caso quando lo zio Edoardo VIII abdicò lasciando il trono al fratello minore, suo padre, mentre lei, ancora principessa, a solo 21 anni, dichiarò che avrebbe dedicato la sua vita, per lunga o breve che fosse stata, al servizio del suo popolo. No, che non abdicherà Elisabetta II, forse farà un passo indietro delegando qualche compito al figlio o magari al nipote ma lasciare il suo trono credo proprio no. Ero bambina quando la regina, con i suoi cappottini colorati e incredibilmente fuori moda e poi le perle, i diamanti delle sue corone, luminosi da rimanere a bocca aperta per la loro bellezza, il suo inglese aperto, scandito, pulito da capirlo pure io e anche quella prima Diana, il suo matrimonio nella fastosa cattedrale di St. Paul’s dove è stato celebrato, mi avevano del tutto conquistata. No, monarchica no che non lo sono, ma sedotta dalla favola inglese questo sì. Vivo al mare, in Veneto e d’estate negli anni Ottanta la mia città si popolava di turisti inglesi, mica perché interessati a spiaggia e abbronzatura, figuriamoci, ma per visitare le belle città venete, Venezia per prima. Si trattava di turisti della piccola borghesia inglese, commoners li chiamano in patria ma visibilmente innamorati della storia nobile del loro Paese, imbevuti di britannicità, gli stessi che vedevo seduti ai tavoli di locali che li attiravano con grande sapienza la mattina prima della gita a gustare il tipico english breakfast, e alle 17.00 pronti per il tea time, mentre la sera nei pub disegnati per loro per servire pinte di birra a volontà. Mi piacevano, mi piaceva il loro stile, la loro lingua, anche se era di seconda serie, non certo il cosiddetto inglese BBC, ma io ancora non lo sapevo quanto gli inglesi, a differenza nostra accidenti a noi, siano così nel giusto da giudicare la classe culturale di appartenenza anche dall’uso della dizione corretta della propria lingua, ma questo è un discorso complesso che va affrontato con calma. E poi c’è il viaggio più che bello che ho fatto proprio a Londra, ospite di due amici che ancora ringrazio. Durante il giorno lavoravano io invece giravo la città seguendo i miei percorsi, a piedi, la sclerosi multipla c’era ma mi illudeva ancora di poter vivere uno straccio di normalità che poi mi ha negato. Quella Londra conosciuta da sola, con una guida in mano e qualche consiglio, mi ha fatta sentire diversa da come sono, più coraggiosa e indipendente capace di muovermi in una capitale europea scoprendo il piacere del bello e accompagnata solo dal mio gusto. Ora grazie alla stronza che stringe il cappio ai miei movimenti non sarebbe più possibile ma che importa, quel momento c’è stato e io lo ricordo con un gran sorriso in viso.
London calling
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Quella che prova a farcela
La sclerosi multipla entra nella tua casa senza suonare il campanello, si accomoda dentro spazi che prima appartenevano solo a te e che adesso lei fa propri. Non è facile convivere con questa ospite inattesa ma si può fare. Vedi tutti gli articoli di Quella che prova a farcela