Forcella Aurine, scritta nel cuore

Ieri mi è stata inviata un’immagine piena di ricordi. Me l’ha mandata Simonetta, una vecchia amica, ritrae me e sua sorella Jenny. Credo l’abbia scattata mio fratello Luca. Siamo in montagna, a Forcella Aurine, località del bellunese dove la mia famiglia e la loro, a fine anni Settanta circa, trascorrevano le vacanze di Natale. Eravamo in otto, quattro adulti, quattro ragazzini di varie età. Tutti amici tra noi e per di più vicini di casa, si condivideva lo stesso condominio e lo stesso pianerottolo e molte altre storie di vita. All’epoca, durante il periodo natalizio, si partiva verso questa cittadina delle Dolomiti dove non c’era granché oltre a un piccolo albergo per alloggiare e poche e facili piste da sci adatte per un gruppo di sportivi molto meno che alle prime armi. Come eravamo noi anche se già appassionati alla bellezza di questo sport sulla neve. Tutti. A parte me che ero una vera imbranata, timorosa di ogni mossa. Il maestro, rassegnato, mi faceva fare solo “scaletta”, non so se esista ancora questo esercizio per prendere confidenza con gli sci, so solo che io ne ho fatta tanta prima di tentare una salita con lo skilift di cui avevo cieca paura. Infatti gli inizi con quel mezzo mi sono costati cadute continue, ridicole e spietate. Ma il tempo della vacanza comunque mi piaceva un sacco. Al termine della giornata “sportiva” ci fermavamo tutti nella piccola baita sotto la pista da sci: gli adulti si facevano un drink, una birretta oppure un punch che a loro piaceva un sacco, mentre per noi piccoli c’era la cioccolata calda con la panna montata. Che gioia. E poi via, tutti nelle rispettive camere d’albergo, doccia calda e breve riposino prima di cena. Qui scatta il meglio scritto nei miei ricordi. Una volta scesi verso la sala da pranzo toccava stare in attesa prima di andare a tavola, c’erano divani disponibili per tutti gli ospiti dell’albergo ma la prospettiva per la cena aveva dei caratteri al limite del comico. Dietro il banco della reception stavano fisse tre signore non proprio giovani che gestivano tutto l’andamento e le regole dell’albergo compreso l’avvio del momento di pranzo e cena. Per quello che io ricordi non c’era mai un orario fisso, tutto era stabilito da una scelta arbitraria che credo fosse regolata dagli umori delle tre signore che al momento preferito suonavano con foga una campana che faceva scattare tutti noi clienti verso la sala da pranzo. Comprese ovviamente me, Simonetta, Jenny e le nostre famiglie. Noi tre amiche fin da allora. Figuriamoci adesso che a distanza di un mese abbiamo perso i nostri due amati papà.

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Quella che prova a farcela

La sclerosi multipla entra nella tua casa senza suonare il campanello, si accomoda dentro spazi che prima appartenevano solo a te e che adesso lei fa propri. Non è facile convivere con questa ospite inattesa ma si può fare.

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