Ieri sera mentre guardavo la tv e ascoltavo un attore che è pure doppiatore, non ho potuto che notare la sua ottima dizione, l’intonazione calcolata, l’attenzione per l’uso di un dialogo dall’accordatura esemplare, la pronuncia pulita, priva di sbavature, composta da un insieme di fattori sufficienti per farmi andare indietro con la mente a ben trent’anni fa, poco più, poco meno, ai tempi dell’università, lettere e filosofia (più lettere che filosofia per quel che mi riguarda) e a un corso di studi che mi ha davvero arricchito la vita. Avevo l’obbligo di completare il piano di studi di quel semestre con un esame che doveva comprendere una materia di linguistica italiana, non sapevo come muovermi, ma da lì non potevo scappare, anche cercando non trovai niente oltre a quello di Fonetica e Fonologia che non sapevo nemmeno cosa fosse ma mi serviva, e così mi buttai, i tempi lo richiedevano. L’aula era arrampicata sopra una scala – che grazie al cielo allora potevo ancora fare –, piccola, pochi i banchi a disposizione, una decina di colleghi presenti, tra loro, già seduto, Massimo, ex compagno di liceo, con il quale in cinque anni avevo scambiato dalle dieci alle venti parole, dopo un rapido saluto mi accomodai infatti lontano da lui, poco alla volta però il corso conquistò entrambi tanto da diventare inseparabili amici di studio. Imparammo che la lingua italiana non è solo letteratura e bella pagina scritta ma anche parola che si compone di voce, tonalità, suono, inflessione corretta, valori che sull’onda dell’accento richiesto cambiano il significato alle parole. Quel corso mi ha arricchita di un valore che nemmeno sapevo esistesse, un punto fermo sulla nostra bella lingua che, per esempio, trova l’inizio dalla conoscenza che le vocali non sono solo cinque ma sette (a, è, é, i, ò, ó, u), giusto per partire dal principio, e poi via su una strada complessa che purtroppo non so praticare per intero ma almeno riconoscere. La ricordo quella scala ripida, quasi con affetto, soprattutto perché non mi ha chiuso le porte di uno studio fondamentale che non sapevo nemmeno esistesse. E la sclerosi multipla che, già c’era questo è sicuro, almeno non mi ha impedito di salire quei gradini per farmi buttare via la possibilità di comprendere quanto sa essere perfetta la lingua italiana.