Capo chino e stetoscopio

Medicina, passi distesi lungo i corridoi dei reparti, testa bassa, stetoscopio attorno al collo, sguardo pensoso rivolto al pavimento, riflessioni in corso forse, finte o presunte, eppure continue, incessanti, prolungate: ci si laurea solo dopo aver chiarito che il proprio futuro non potrà che avere questo aspetto? Tutte le volte che varco le porte di una clinica li vedo così i medici, se si muovono fuori dagli ambulatori evitano con alterigia (?) lo sguardo, spesso insistente, dei pazienti seduti lì in attesa della loro visita, dell’esame o sai cosa. Camminano tutti così i dottori, con gli occhi giù, al pavimento, bassi puntati al vuoto, evitano, io credo, richieste mosse solo da uno sfogo pieno di domande, spesso intimorite, se non disperate, fin troppo ricche di paure, irrisolte. Mi escludo da questi canoni, mica per educazione ma per autentica paura, di loro, delle loro risposte, delle avanzate violenze, senza pietà nate sotto il segno della sclerosi multipla. Ricordo, infatti, che dopo la diagnosi, nei primi tempi, a ogni visita di controllo partivo da casa con un mazzo di libri e giornali che leggevo mentre aspettavo il mio momento, avevano lo scopo di autoescludermi da ogni contatto col resto che mi stava attorno, niente volevo vedere, ascoltare, tantomeno raccontare. Poi il tempo è passate, io seguo ancora le direttive del mio silenzio, osservo di più forse, come i dottori, il loro capo chino che li allontana dalla sala d’attesa dove sostiamo noi pazienti. Vorrei tranquillizzarli, mi vedete lì ma statene certi, potete alzare il capo su di me, non vi fermerò, o forse solo per chiedervi se a questo modus che mettete tutti in pratica siete stati introdotti dai tempi dell’università.

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Quella che prova a farcela

La sclerosi multipla entra nella tua casa senza suonare il campanello, si accomoda dentro spazi che prima appartenevano solo a te e che adesso lei fa propri. Non è facile convivere con questa ospite inattesa ma si può fare.

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