“Pronto, come posso aiutarla?” “Mi spiace, la linea dell’interno è occupata, se mi dà il suo numero la faccio richiamare”. “Mi permetta il tempo per una fotocopia, quindi le chiederò una firma in calce al documento e la pratica comincerà”. “Grazie”. Prego”. “A presto”. Il lavoro che facevo fino a poco meno di due anni fa si componeva in gran parte di queste battute che non mi spiaceva intrattenere, non mi davano l’idea di sminurmi, era una piccola responsabilità ma valeva comunque la pena. Poi, quando è morto papà, tra mille pensieri arroccati in testa, che non riguardavano il fatto che l’occupazione che svolgevo fosse troppo poco rispetto a ciò che ero in grado di fare, ho avanzato le mie dimissioni, andandomene con gli occhi densi di dolore per l’addio a papà, carichi di quella sofferenza improvvisa scoppiatami nei sentimenti e accompagnata da autentica paura per il domani senza di lui. A tratti mi è spiaciuto andare via di lì, era un bell’ambiente, ci stavo in bene a parte qualche limite che il lavoro comunque dà, ma troppe cose erano finite l’una sopra l’altra, sentivo il bisogno di prendere il largo. Pochi mesi dopo, per Natale la direzione mi invitò per lo scambio degli auguri tra colleghi, è accaduto anche quest’anno, il direttore mi ha chiesto di nuovo di partecipare a una pizzata, mi ha scritto con un wapp molto caloroso a voler sottolineare l’occasione per salutarci e vederci ancora. Ci andrò, se il meteo lo permetterà, un’oretta per salutare, ringraziare del pensiero avuto, ricordando anche certe belle giornate di lavoro trascorse insieme.
Una pizzata coi colleghi di ieri
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Quella che prova a farcela
La sclerosi multipla entra nella tua casa senza suonare il campanello, si accomoda dentro spazi che prima appartenevano solo a te e che adesso lei fa propri. Non è facile convivere con questa ospite inattesa ma si può fare. Vedi tutti gli articoli di Quella che prova a farcela