Un paio di lavori fa avevo accanto a me tre colleghe, compagne di viaggio, amiche, pettegole e divertenti come le migliori, a tratti pure antipatiche però, con cui ho aperto discussioni insensate, risolte in modi impareggiabili come esploratrici di ruoli con cui vivere una professione che volevamo spingere ai livelli più alti. Perché, dai che lo dico, insieme eravamo brave, una squadra vincente, forse per questo al resto dei colleghi stavamo decisamente sulle scatole, io meno, ma si sa, la sclerosi multipla vale, ti pone in alto, così la pensano gli ignoranti, quelli a cui la sincerità fa timore. Mentre scrivo m’è salito in mente il ricordo di quando la nostra postazione di lavoro, da un giorno all’altro, cambiò collocazione, quella che fino a un certo momento occupava uno spazio centrale, in mezzo ai dialoghi di tutto il resto dell’ufficio e degli altri colleghi, all’improvviso venne inviata, con scrivanie, poltrone, scaffali e armadi, in una zona autonoma e solitaria, staccata da tutto, con una porta che la divideva da ogni dialogo, mentre, noi quattro, indiscutibilmente le più brave, il carro portante che trascinava il lavoro di tutti, venimmo serrate lì, senza conversazioni aperte. Le antipatiche. Giocoforza. A parte io e la mia sclerosi multipla. Vuoi isolarmi? Non sarebbe corretto pensano certi limitati, così qualche parola in più a me veniva ancora rivolta. Ma il nuovo ufficio rimase ai margini, noi quattro lì dentro. Scrivevamo per i giornali free press aziendali che nemmeno ci piacevano, ma tant’è. Il resto dei colleghi (capi compresi) erano presenti dal lunedì al venerdì, noi quattro invece, spesso, molto spesso, anche il sabato, allora mi tocca ridirlo, come quelle necessarie, le più brave, le colonne essenziali per mettere insieme i progetti in campo – e perdonatela la mia continua supponenza. Ma è necessaria, non si spiegherebbe altrimenti perché solo noi quattro venivamo convocate con forza ad esserci: ci fermavamo lì anche per una pausa pranzo al volo, ordinavamo la pizza, la mangiavamo insieme fino a portare a termine una chiacchierata veloce. Ricordo quelle soste con un sorriso di nostalgia, anche se erano piene di ingiustizia, mai una volta che i capi ci abbiano detto qualcosa tipo grazie, stavolta paghiamo noi, o almeno vi offriamo il caffe alla macchinetta aziendale, 0,50 centesimi di euro, sono in effetti un cifrone da investire sulle più brave – attenzione, l’ho riscritto – quelle che passano qui i loro sabati d’estate, da sole, in favore di tutti.
Eravamo quattro amiche al bar
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Quella che prova a farcela
La sclerosi multipla entra nella tua casa senza suonare il campanello, si accomoda dentro spazi che prima appartenevano solo a te e che adesso lei fa propri. Non è facile convivere con questa ospite inattesa ma si può fare. Vedi tutti gli articoli di Quella che prova a farcela