Repliche servite in quantità

Non guardo molta tv eppure la vedo. Ritorno indietro, non guardo la televisione con piacere, eccola la precisazione, la subisco diciamola tutta. Ora più che mai perché mi sono accorta che in questo periodo Festivo il palinsesto si moltiplica di repliche. Possibile mi chiedo? Sì. I personaggi che la costruiscono sono in Ferie, loro, perlopiù strapagati, arricchitisi attorno a un benessere spesso privo di autentico talento, se ne stanno in vacanza per alcune settimane, queste insomma, mentre le loro trasmissioni sono comunque in onda, un accordo di repliche dei mesi scorsi, appoggiato su un ripiano di già visto che sa infastidire e basta, rivolto a un pubblico che boccheggia di noia. Mi innervosisce il concetto stesso. La scorsa primavera uno di questi personaggi quasi a giustificare la pausa estiva che stava per intraprendere disse come i mesi di stacco che gli stavano davanti fossero necessari per tornare in onda in autunno con nuove idee che già sentiva battergli in testa. Da settembre non ho visto nessuna novità. Ora batte in testa qualcosa a me: scrivere alle direzioni che mettono in onda questo bagaglio di repliche per dire la mia maturata in questi giorni di fastidiosa tv, su questo insieme natalizio insipido, già visto, inutile, privo di significato e valore e che non ha contenuti accettabili. Anche io la subisco la tv ma so tollerarne i limiti, ho pure altro da fare per riempire i miei spazi ma rifletto su chi ha reale bisogno di una programmazione inedita: gli anziani, per esempio, che sono un popolo che ha necessità di cose nuove, inedite e di vivaci attenzioni. Se mi salta il matto scriverò due giustificate righe da inviare alle direzioni di certi canali tv.

Noi veneti che non siamo altro

La mia sensazione è che il Veneto, i veneti, il loro modo di pensare, esprimersi, sintonizzare il proprio volto sul pensiero generale appaia orientato su caratteri poco accolti e non recepiti dal resto del paese Italia. Veneti, ovvero popolo caratterizzato da un fondo ben netto di ignoranza, cultura accordata ai minimi termini, cattiveria pura nel complesso, analfabetismo di ritorno quello con cui ne viene disegnato il profilo, né più né meno che in questo modo. Antipatici anche, arroccati attorno a quell’abbondante benessere economico che punge perché non viene nascosto, anzi, fieramente esibito fino a suscitare quella patina di invidia bruma che dà fastidio, allontanata dalla vista positiva dell’intelletto come caratteristica suprema e superiore rispetto a tutto il resto. Da veneta fremo, ma che dire d’altro, condividere? Arrabbiarsi? Sentirsi travolgere da un afflitto senso di inferiorità autentica? Noi veneti eccome se li conosciamo certi limiti culturali di cui siamo corrieri, ma il tono con cui l’informazione ci racconta è parziale? Inadatto a restituirci il vero volto mi chiedo sempre? Stiamo davvero antipatici tanto quanto sembra? Non lo so, ma l’immagine generale che da veneta mi sento dipinta addosso mi sembra questa. E chissà poi cos’altro.

Prima serata

Va così, ogni sera, cena finita, pigiama già indossato, denti lavati, crema sul viso ben spalmata, direzione divano, copertina stesa sulle gambe, telecomando in mano sintonizzato sul canale scelto per trascorrere qualche ora, la famosa prima serata, quella con film, puntata della serie tv che più amo o chissà cos’altro. Sì, ecco appunto, vacci cauta con l’amore, tanto prima di te c’è circa un’ora di attesa, come quegli appuntamenti di decenni fa trascorsi aspettando, davanti alla finestra, l’auto del fidanzato che ti passava a prendere, lui, sempre in ritardo, perché prima di te chissà che aveva da fare di più interessante. È come se andasse così anche adesso, nessun fidanzato da aspettare ma comunque tempo sprecato per mettersi in fila per quella che viene definita la prima serata televisiva, quella che apre lo schermo non prima delle ventidue però, mentre io sono lì quasi addormenta ben prima che lei prenda avvio, prima deve passare oltre a giochi e giochetti di terzo grado che prolungano la sbobba a caccia di ascolti. Ero piccola e mi viene in mente quando c’era la Rai, al termine del TG, quello delle 20.00, cominciava lei, nota come la prima serata, me ne veniva consentita la visione fino alle ventuno e trenta, poi a nanna, non discutevo, figuriamoci. Fino a quando arrivarono i canali privati, senza canone, nessun vincolo, a beneficio di tutti, con una programmazione nuova, inedita, inconsueta rispetto al passato, sconosciuta per ciò a cui eravamo abituati, ignoravamo anche fosse l’inizio di un percorso da mettere in carica. Anche l’avvio della prima serata si trasformò: 20.25, cinque minuti prima che terminasse il Telegiornale della Rai, ecco quando cominciava e, a discapito dell’informazione, si cambiava per andare diretti a Dallas, per esempio, a seguire le gesta di J.R. Ewing e della sua famiglia di petrolieri che trasportavano in Texas milioni di spettatori su Canale 5.  Sì, robetta ignorante, ma si dormiva almeno.

Quella domenica di fine agosto

Tazza di latte in mano, direzione forno a microonde, scatola corn flakes sulla tavola, telecomando afferrato per andare incontro, con gli occhi ancora assonnati, al primo tg del mattino nel momento in cui, con mia sorpresa, passa la ben nota sigla delle Edizioni straordinarie. Mi dà la scossa, cosa è successo di tanto grave mi chiedo? Parigi, incidente d’auto, è morto Dodi al Fayed, raccontano, fidanzato di Diana, la mamma del prossimo re di Inghilterra, anche lei era a bordo, poco dopo morirà, i due stavano scappando dai fotografi che da giorni li braccavano in cerca chissà poi di cosa. La notizia sembra ghiotta da quel che appare, i collegamenti si intrecciano tra i vari canali, le redazioni italiane, inglesi, francesi, statunitensi moltiplicano i servizi che si muovono con immagini importanti in arrivo in diretta, raccontano, dicono, parlano, presumono, non hanno certezze ma tanti se e tanti ma da sciorinare, un po’ dritti, un po’ a caso, si percepisce. Faccio la doccia, mi vesto, mi preparo, è l’ultima domenica d’agosto, ho sonno perché la sera prima ho fatto tardi ma ora devo andare al lavoro, nel negozio dei miei, e mentre indosso le scarpe la tv, ancora accesa, è ferma sullo stesso argomento, sbircio qualcosa e ascolto. Quando comincio a lavorare accendo la radio, cerco musica ma non ce n’è, Diana eccome, Diana ovunque, chiamata così, per nome, come fosse un’amica personale, compagna di stanza, autentica protagonista del quotidiano di ciascuno. Arriva l’ora di pranzo, chiude il negozio, rientra tutta la famiglia e attorno alla tavola, come sempre, mentre si mangia c’è il tg sullo schermo, alla mia sinistra siede papà, che sbuffa mentre comincia a cambiare canale in cerca d’altro, ma l’argomento non concede tregue, si muove sulla stessa linea ovunque, Diana su Diana, sarà questo per un’intera settimana, fino al suo funerale che, me lo ricordo, prende quota tra una folla in preda al pianto più cupo e di fatto poco giustificato dal momento che nessuno dei presenti, ammassati lungo il viale che accompagna il feretro verso Westminster Abbey, l’abbazia anglicana dove verrà celebrato, la conosceva. No, non dico di essere passata sopra ai tanti servizi di quei giorni, ammetto, ne ho guardati, parole su parole, sempre le stesse, ma forse per questo impossibili da evitare. Il funerale poi, con Elisabetta II che china il capo davanti alla bara, Elton John che canta al pianoforte una versione rimaneggiata per lei di Candle in the Wind, i racconti giornalistici che mettono in mostra una Londra che restituisce un sentimento potente, pesante, chiuso, stretto da caratteri poco britannici. Ho chiesto informazioni su questo a Donatella e Giorgio, i miei cari amici che vivono a Londra, mi hanno sempre detto che quella narrazione non appartiene all’accaduto, gli autentici londinesi, mi hanno ripetuto, hanno risposto all’avvenimento con relativa freddezza e assenza di partecipazione. Pochi anni fa ho letto un articolo sul tema firmato dalla scrittrice Susanna Agnello Hornby, siciliana d’origine e residente a Londra, che raccontava come, il giorno del funerale della Principessa, si trovasse, per caso e non per scelta, a passeggio lungo il viale dove si muoveva il feretro scoprendo quanto non riconoscesse i segnali espressi della folla assiepata lungo quella via perché era evidente come non fosse composta dal vero popolo inglese, priva com’era della sua pulizia dei modi, delle forme e nelle maniere espressive. Donatella, Giorgio, Susanna Agnello Hornby. Non metto in discussione le ragioni di Elton John, certo. Discuto piuttosto il modus della stampa che, in quella settimana di fine estate, a ferie appena concluse, forse ha trovato il gancio a cui appendersi per mettere da parte l’inizio del lavoro autentico. Con buona pace anche per la madre del futuro Re.

Potente gioventù

Qualche anno fa, nella palazzina dove abito,  ha preso casa una famiglia che scende a Jesolo solo per trascorrere periodi di vacanza estiva, quando è arrivata i figli erano perlopiù ragazzini, ora qualcuno di loro è cresciuto da essere oggi molto più che adolescente e in questi giorni ferragostani è qui, senza genitori, accompagnato da alcuni amici con i quali sta occupando l’appartamento di mamma e papà. Sono rumorosi, pieni di idee mi sembra, pure di risate grasse e rumorose che dimostrano abbondante voglia di splendere, buttandosi dentro i movimenti più energici della loro beata gioventù. Ovviamente la mattina fanno grandi e silenziose ronfante, dal primo pomeriggio in poi cominciano ad animarsi pranzando in terrazza tra risate e racconti rumorosi, fino a quando decidono altro, scompaiono dalla mia vista e dalle mie orecchie, credo si muovano verso la spiaggia, sotto al sole cocente del primo pomeriggio che dà significato al resto di quello che accadrà loro. Appena rientrano il silenzio scompare, mettono in moto musica che non conosco, segnale che mi disturba, posso essere tanto vecchia da non cogliere le note in linea coi gusti di un ventenne? Ebbene sì. Continuano così fino a tarda, tardissima notte, l’ora in cui penso escano a caccia dei ritmi trionfanti della bella vita jesolana. Quando ritornano sono io però che non li sento, evidente, a quell’ora dormo di profondo incollata al mio letto di cinquantenne che non ha niente da ridire sulla loro rumorosa bella vita di ventenni, solo una solenne invidia, ragazzi. Perciò vi auguro il meglio che c’è, da stasera fino a data da destinarsi.

Abbiamo noi il nostro Re

Ne ho già parlato di Sinner su queste pagine, vero? Non mi sbaglio, mi sembra, perché il fatto è questo: la mia passione per lo sport nasce e finisce sulla base delle vittorie tricolori, al meglio quelle clamorose, quelle degli atleti italiani, da Tomba che ferma Sanremo per vincere l’Oro alle Olimpiadi di Calgary, passando dal calcio, come quelle dei campionati Mondiali vinti dall’Italia o senti un po’ qui il Milan, che rifila cinque bombe dentro la rete del Real Madrid finendo poi per vincere quella che all’epoca si chiamava Coppa dei Campioni e gioendo allo stesso modo per l’Inter e il suo Triplte agguantato con Mourinho in panchina, a casa mia si tifa solo quando si è certi di vincere, furbastra come so essere. Perché le competenze per il vero sport stanno fuori dalla mia finestra, è bello solo agguantare la vittoria per miei gusti, tipo che ieri pomeriggio mi sono cuccata credo tre ore di battute di racchetta tifando per Sinner, l’altoatesino rosso di chioma che al di là di tutto mi sembra davvero un bravo ragazzo, senza capire niente del suo sport comunque, quello che lo ha portato a trionfare sull’erba verde di Wimbledon, un risultato che mi dicono essere qualcosa di simile al match della vita. Dicevo, e non a torto, io che di tennis capisco meno di nulla: le regole, il significato di quelle righe sul campo, come si assegnano i punti, quelli che fanno vincere o le battute perse e che danno invece il valore all’avversario, so solo che ieri sera Sinner ha portato a casa un risultato unico, spettacolare, emozionante, trionfando di fronte a una platea composta da gran parte dei reali europei – oltre a quelli inglesi, ovvio – mentre sugli spalti sedevano molti personaggi che compongono il bel mondo della ricchezza mondiale. Di rappresentanti dello sport o della politica italiana non c’era nessuno, temevamo che Sinner non ce la facesse mi chiedo oggi, vuoi fare un viaggio addirittura a Londra per niente? Sia mai.

Cento anni di storia jesolana

L’altra mattina, quando ancora il caldo irrespirabile degli ultimi giorni non si era fatto sentire, ho trascorso qualche ora fuori casa con la mia famiglia fino a trovarci per pranzo davanti a un pezzo significativo della storia di Jesolo: senza nessuna intenzione di andarci, per puro caso, eravamo seduti di fronte alla facciata di un albergo che il prossimo anno compirà cento anni dalla sua apertura. Lo ammetto, non sapevo che Jesolo potesse fondare origini tanto remote, credevo che la sua prima nota risalisse al secondo dopoguerra insieme allo sviluppo e alla crescita di tutto il Veneto orientale, quello che seguiva le tracce di un primo benessere, sobrio, ancora lento, seppure convinto, dettato dalla nuova sicurezza espressa dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale. Quasi cento anni di Jesolo invece: con il racconto di un’apertura alberghiera che mi ha riportato alla mente Mann, la sua La morte a Venezia, quel capolavoro di inizio Novecento che dà luce al Lido di Venezia ed esprime racconti moderni, ricordi, desideri inediti, sconosciuti, mai svelati eppure fondamentali per guardare a un futuro già autentico. Non so se questo nostro albergo jesolano nei suoi cento anni abbia vissuto spezzoni di storia tanto autorevoli o se invece il suo inizio sia portatore di una debole seppure audace idea turistica. So solo che io, guardandolo, mi sono emozionata

Da Cogne in poi

La ricordate la villetta di Cogne? Sì proprio quella che noi pubblico, circa trent’anni fa,  abbiamo conosciuto dalla tv, imparando a verificare i suoi spazi esterni e interni in virtù di un celebre plastico che il mondo del giornalismo aveva creato per rappresentarla in versione 3D. La casa vera era stata la scena del delitto di un bimbo ucciso sul letto dei genitori. L’immagine di quella baita valdostana ha girato per settimane (ma forse più) da una trasmissione tv all’altra, da un tg che seguiva il successivo per raccontare un fatto di cronaca nera che all’improvviso aveva travolto l’informazione ma anche la voglia di sapere di noi pubblico. Una vicenda, quella di Cogne, che scatenò un episodio di cronaca nera mosso tra indagini complesse che coinvolsero oltre alla mamma del piccolo accusata di infanticidio, anche i vicini di casa, il papà del bimbo il quale forse copriva la moglie, i nonni desiderosi di stendere silenzio sulla vicenda. Storia di trent’anni fa più o meno appunto, mai arrivata a capo con criterio e serietà ma che, cosa che considero certa, ha cambiato il giornalismo italiano il quale da allora si è appoggiato alla cronaca nera come elemento portante del proprio racconto. Quante villette di Cogne abbiamo conosciuto da allora? Un numero spropositato, valido per riempire pagine di quotidiani e servizi tv costruiti tutti con lo stesso ordine: dare racconti ciechi e poco coerenti al pubblico, con figure, sempre dello stesso tipo, pronte a riportare dettagli mai realmente verificabili, testimonianze superbe eppure allo stesso modo deboli. Perché l’informazione, va detto, non fa indagini legittime, scava a caso, riporta ciò che le sembra di trovare, più niente che altro, parole, certo, ma buttate sul piatto e spesso a vuoto. Aggiungendo poi che tutti, vittime in particolare, sospettati, parenti, vengono chiamati con il nome proprio, senza cognome, come fossero amici di noi pubblico. Poco professionale, mi sembra, come aspetto giornalistico.

Gloria e Vinted

Parlavo con la mia mia amica Gloria l’altro giorno. Lei è la donna con l’armadio a quattro ante più ricco che io conosca. Dentro non manca nulla, niente, ma proprio niente. Ogni dettaglio che rivela la moda lì c’è. Anche le altre mie amiche non sono da meno, ma lei di più. Quella diversa sono io: non possiedo sapere nella scelta dell’abito giusto e questo è un dettaglio importante da segnalare, sono disinformata sul tema, conosco ben poco i filoni della tendenza non trascuriamo poi che seduta sulla mia sedia mica posso sfoggiare sai che. Ma la verità è che è proprio la ricercatezza per il buon gusto espressa dalla moda a mancarmi. Non è così per Gloria che invece sa sempre dove guardare in cerca del bello. E trovarlo. Mi è capitato spesso di seguirla mentre guardava qualche vetrina e vedere il suo volto trasformarsi, illuminato, rapito in prossimità di un abito, un paio di scarpe, una camicia o chissà che altro. Mentre, io, posati i miei occhi qua e là, dopo solo dieci secondi fremo per la voglia di passare oltre. L’altro giorno, non so in che conversazione, Gloria mi ha detto che non gira più per negozi, non ha smesso con lo shopping, sia mai, il suo guardaroba comprende ancora tutto quanto fa tendenza, ma il traguardo del suo piacere ha semplicemente virato direzione: si trova immerso sotto il segno di Vinted, la community dell’acquisto online. Mentre me lo diceva almeno sapevo di cosa stesse parlando, anche se non ero mai entrata nel portale, l’argomento, stranamente, non mi era sconosciuto. Ma ho voluto andare più a fondo alla questione e, seguendo il suo suggerimento, ho cercato le pagine targate Vinted scoprendo davanti a me un cosmo sconfinato, ricco di ambiti diversi tra loro ma nello stesso tempo uguali perché ricchi, sovrapponibili fino ad apparire uniti da un unico filo conduttore: la voglia di possedere il meglio dentro il proprio guardaroba. E io? Che fatica girarsi dentro a quel portale. Mi muovo a caso anche in un negozio Oviesse qualunque, figuriamoci trascinata all’interno della marea che crea Vinted, spazio talmente ricco e prestigioso da farmi desiderare di uscirne in fretta. Vuoi vedere che Vinted non ha un’entrata per disabili mi sono chiesta, per me che, seduta su una sedia a rotelle, so sfoggiare solo la mia sclerosi multipla e da lì non mi schiodo? Gloria, aiuto.

God save the King

Carlo III e la moglie, la regina Camilla, proprio ieri hanno terminato il loro breve viaggio in Italia e sono ritornati, tra ali di folla festante, in Gran Bretagna. Spacciata come l’occasione per celebrare i loro vent’anni di matrimonio, questa sosta nel nostro Paese non so perché ma mi ha dato altre idee, tipo un sistema per sganciare il loro Paese dalla Brexit avvicinando invece il pensiero britannico all’Europa. Non vado oltre. Passo avanti e dico solo che li ho invidiati. Perché hanno scelto di visitare percorsi artistici tra più belli, tipo ieri a Ravenna, dove, evidentemente indirizzati da ottimi uffici di promozione turistica, si sono divisi alla scoperta del meglio che la cittadina propone. Dicono che Re e Regina siano colti, perfettamente in linea tra loro, capaci di intendersi al volo così come sembra sia la Regina Camilla il ramo che indirizza il volo che la coppia deve prendere. Non mi interessa molto sapere del loro matrimonio, figuriamoci. Poi se ci penso mi viene in mente la famosa estate in cui morì la prima moglie del futuro Re. Come dimenticare del resto quella ininterrotta settimana di tg che parlavano solo di lei e delle tante beghe nate attorno alla sua scomparsa. Compreso quel suo lunghissimo funerale trasmesso per intero su tutte le tv che totalizzò l’informazione, compresa l’immagine della Regina Elisabetta addirittura costretta a chinare il capo di fronte al passaggio del feretro della nuora forse nemmeno mai amata. Ecco, sarebbe stato meglio se Carlo e Camilla si fossero decisi a sposarsi prima. Ma anche qui chissenefrega è andata così e affari loro. Sai che c’è invece? Anche io vorrei andare a Ravenna per visitare la tomba di Dante, non ha barriere architettoniche ho scoperto, è accessibile a tutti, anche a me e alla mia sclerosi multipla. E allora, Sua Maestà, grazie per avermelo fatto scoprire.