Eccomi qui a sollevare il velo, a mostrare il mio volto autentico, a scoprire le carte di tutto quello che si nasconde dietro la mia veste da finta colta. Per carità, negli anni qualcosa ho sistemato dentro la cassa della mia zucchetta però resta il fatto che certe notizie non proprio da intellettuale mi catturano comunque, cose tipo l’arresto del fratello del Re del Regno Unito Carlo III. E saranno in molti gli amici che leggendomi sorrideranno, o magari saranno pronti a ridere, eccola la nostra Cinzia diranno, di nuovo e ancora una volta qui a parlare dei reali inglesi, gli stessi che dal matrimonio di Diana in poi motivi e ragioni per stare sulle prime pagine dei giornali più leggeri non ne hanno perse mai. Tuttavia il tema oggi va ben oltre a foto, immagini, racconti di corna, liti, tradimenti, soldi, eredità e discussioni che compongono quella cronaca rosa che la monarchia britannica nel tempo ha fatto cosa sua portandola ai livelli massimi. Stavolta si parla di accuse pesanti maturate contro il fratello del Re inglese: abusi d’ufficio, cattiva condotta nell’esercizio delle funzioni pubbliche, reati che hanno portato per la prima volta, nella storia recente della famiglia reale, a un arresto terminato dopo una giornata intera di interrogatori. “Che la giustizia faccia il suo corso” ha commentato seccamente il re Carlo III davanti alla notizia, allo stesso modo il Principe William. Pensando forse a denti stretti e con tanta fiducia “God Save the King”.
Categoria: Cose a caso
Milano-Cortina 2026
Poche righe questa mattina e veloci, alle 11.00 c’è la gara di discesa libera maschile sulla pista dello Stelvio che vale per una medaglia Olimpica e che ho molta ansia di vedere. Ieri sera in tv c’è stato l’evento firmato Marco Balich che ha condotto all’apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026. Ben riuscito? Ma chi può dirlo, sovrastato come è dalle parole continue, perlopiù inutili e fuori tono dei telecronisti Rai che non hanno taciuto mai. Per l’accensione dei cinque cerchi si sono parlati addosso cercando di ricavare più spazio dei colleghi senza che ce ne fosse bisogno visto quanto era bello il momento: Gustav Thoeni, il maestro della valanga azzurra che con la torcia in mano camminava lungo corso Italia a Cortina, quasi commosso per l’emozione, affidando poi il tesoro luminoso alla campionessa di slalom Sofia Goggia mentre a Milano, contemporaneamente, davanti all’Arco della Pace, Enrico Fabris passava la torcia ad Alberto Tomba visibilmente emozionato e a Deborah Compagnoni sorridente e garbata come sa essere solo lei: Milano e Cortina hanno dato il via ai giochi olimpici invernali 2026 accendendo il braciere insieme. Adesso vado a godermi la libera dallo Stelvio, pista tra le più impegnative e brusche, quasi cattive dell’arco alpino.
Fiera dell’Alto Adriatico
È cominciata l’esposizione turistica delle spiagge venete, Fiera dell’Alto Adriatico la chiamano, è la vetrina che apre le porte a ciò che rappresenta la migliore ospitalità alberghiera dell’estate 2026. Conta più di cinquant’anni di storia riassunti su pagine composte di idee, espressioni, cambiamenti, comunicazioni, progetti, modelli. Era diversa un tempo, si svolgeva a Jesolo, si chiamava semplicemente Fiera alberghiera pur essendo aperta non solo ai professionisti della ricezione, ma a tutti, a chiunque volesse conoscere i meccanismi della stagione turistica che di lì a poco sarebbe salita di quota. Aggiungo qualche indiscrezione: l’albergatore a Jesolo si è sempre considerato il principe di una classe sociale superiore, nobile addirittura, quella che ha fatto nascere e crescere Jesolo, il gran maestro di una categoria eminente, con caratteristiche brillanti, più elevate, soprattutto dal punto di vista economico. Ecco da dove arriva la sequenza di ingresso alla Fiera alberghiera di ieri: la domenica il popolo, i fuori titolo rispetto alla proprietà alberghiera, gli altri, i titolari di quelle strutture che d’estate a Jesolo davano casa al bene prezioso rappresentato dal turismo, invece, il lunedì. Io e la mia famiglia ci andavamo la domenica, nel loro primo passato professionale i sogni di mamma e papà erano stati quelli di gestire un albergo insieme, eppure, malgrado l’impegno, il desiderio si era dissolto conducendoli comunque a mettersi in campo attorno ad attività commerciali stagionali che di fatto li aveva resi due ottimi protagonisti del turismo jesolano anche se non alberghiero. La domenica andavamo comunque alla Fiera alberghiera e io mi aprivo di gioia. Perché gli addetti ai lavori che il lunedì avrebbero presentato la loro proposta agli albergatori e forse, non ricordo bene, anche ai ristoratori, erano già lì proponendo tutte le novità del mercato: macchine per fare il gelato – che offrivano a tutti su coppette in degustazione -, forni per fare la pizza – distribuita in piccoli tranci -, dolcetti – i migliori erano quelli al cioccolato -, piccoli panini – con il salame in guarnizione che non mancava. Con queste delizie in assaggio subivo anche tutto il resto: esposizioni di piatti, pentole, elettrodomestici vari, arredi, biancheria che belli o brutti che fossero portavano comunque addosso il tono dell’estate. Tornata a casa, con la pancia piena, mentre giocavo con quei gadget guadagnati qua e là, mi fermavo a riflettere sul fatto che, come ogni anno, la Fiera alberghiera portava con sé un significato forte: l’estate era lì, poche settimane di attesa ancora e, mentre le giornate si facevano più lunghe, sarebbe arrivata e io, ieri come allora, non ero troppo entusiasta del fatto. Caro amato inverno, resta con me ancora un po’.
Calgary, 1988
Al termine di questa settimana cominciano le Olimpiadi invernali 2026, che spettacolo aggiungo, lo penso da sempre, queste poi sono in Italia, ma che importa vorrei aggiungere, perché è comunque lo sport espresso ai livelli massimi a dare il vero significato a tutto. Certo poi che quando sul podio d’oro sale un italiano è tutto ancora meglio, con lui si alza il tricolore e si accendono le note dell’Inno di Mameli, l’emozione si gonfia di tremito acceso, anche la mia, che di sport ne ho sempre praticato poco e ancora meno ne conosco. Però poi mi fermo, lo devo fare, perché c’è un’Olimpiade invernale, quella del febbraio 1988 a essere ben incisa nel mio ricordo per i fremiti indimenticabili che mi ha dato: Canada, Calgary, due ori, un nome, Alberto Tomba. Era lui il campione del momento, tutta l’Italia lo sapeva e infatti riponeva nelle sue indiscutibili capacità, ampiamente dimostrate nei mesi precedenti durante le gare di Coppa del mondo di sci, la speranza del podio più alto, sia tra le porte larghe dello slalom Gigante che in quelle piu strette dello Speciale. Stendo un piano: prima gara, giovedì 25 febbraio, pomeriggio, a casa mia eravamo tutti con le orecchie tese e gli occhi ben aperti davanti alla tv, pieno silenzio, nessuna distrazione, la telecronaca seguita non era quella della Rai, ci piaceva Bruno Gattai, giornalista dell’allora Telemontecarlo, che aggiungeva alle parole tensione viva, frenesia accesa che si buttava sempre verso un’eccitazione impossibile da contenere. Prima manche, Tomba scende tra le porte con pieno controllo del tracciato, è primo, in casa si respira positività che nel tardo pomeriggio viene confermata da una splendida medaglia d’oro vinta in completa scioltezza, è lui il migliore, il tricolore sventola, l’inno suona. Sabato 27 febbraio, tardo pomeriggio, prima manche dello Slalom Speciale su un tracciato ostico, duro, spigoloso, lo descrive così Bruno Gattai che pone dei dubbi anche sulle possibilità di Tomba, potrebbero venir traviate da oggettive difficoltà. Prima manche, il nostro campione arriva terzo, va bene anche così è davanti a nomi di primissimo valore, ma vorremmo tutti raggiungesse il massimo, che accadrà? Su Raiuno c’è Sanremo che addirittura si interrompe per trasmettere la seconda manche: in casa invece si gira canale, Gattai comincia la sua di telecronaca, Tomba fa una discesa buona, chiude in testa, vediamo che accadrà. Spazio adesso ai due campioni davanti a lui. Il cancelletto tocca all’atleta in seconda posizione che non supera una bandierina, esce, Tomba al momento è argento. Parte quindi l’avversario numero uno dopo la manche inziale: il cronometro gira, i centesimi passano, poco alla volta si arriva al traguardo, la misura si ferma: Tomba è medaglia d’oro anche nello Slalom speciale, Indimenticabile Calgary, il tripudio esplode, l’Olimpiade è ancora sua, anche dal Teatro Ariston di Sanremo si alza un applauso inatteso e rumoroso. Le Olimpiadi mi piacciono, sempre e tutte, ma in quel 1988 sono scolpiti i miei ricordi sportivi più belli.
Repliche servite in quantità
Non guardo molta tv eppure la vedo. Ritorno indietro, non guardo la televisione con piacere, eccola la precisazione, la subisco diciamola tutta. Ora più che mai perché mi sono accorta che in questo periodo Festivo il palinsesto si moltiplica di repliche. Possibile mi chiedo? Sì. I personaggi che la costruiscono sono in Ferie, loro, perlopiù strapagati, arricchitisi attorno a un benessere spesso privo di autentico talento, se ne stanno in vacanza per alcune settimane, queste insomma, mentre le loro trasmissioni sono comunque in onda, un accordo di repliche dei mesi scorsi, appoggiato su un ripiano di già visto che sa infastidire e basta, rivolto a un pubblico che boccheggia di noia. Mi innervosisce il concetto stesso. La scorsa primavera uno di questi personaggi quasi a giustificare la pausa estiva che stava per intraprendere disse come i mesi di stacco che gli stavano davanti fossero necessari per tornare in onda in autunno con nuove idee che già sentiva battergli in testa. Da settembre non ho visto nessuna novità. Ora batte in testa qualcosa a me: scrivere alle direzioni che mettono in onda questo bagaglio di repliche per dire la mia maturata in questi giorni di fastidiosa tv, su questo insieme natalizio insipido, già visto, inutile, privo di significato e valore e che non ha contenuti accettabili. Anche io la subisco la tv ma so tollerarne i limiti, ho pure altro da fare per riempire i miei spazi ma rifletto su chi ha reale bisogno di una programmazione inedita: gli anziani, per esempio, che sono un popolo che ha necessità di cose nuove, inedite e di vivaci attenzioni. Se mi salta il matto scriverò due giustificate righe da inviare alle direzioni di certi canali tv.
Noi veneti che non siamo altro
La mia sensazione è che il Veneto, i veneti, il loro modo di pensare, esprimersi, sintonizzare il proprio volto sul pensiero generale appaia orientato su caratteri poco accolti e non recepiti dal resto del paese Italia. Veneti, ovvero popolo caratterizzato da un fondo ben netto di ignoranza, cultura accordata ai minimi termini, cattiveria pura nel complesso, analfabetismo di ritorno quello con cui ne viene disegnato il profilo, né più né meno che in questo modo. Antipatici anche, arroccati attorno a quell’abbondante benessere economico che punge perché non viene nascosto, anzi, fieramente esibito fino a suscitare quella patina di invidia bruma che dà fastidio, allontanata dalla vista positiva dell’intelletto come caratteristica suprema e superiore rispetto a tutto il resto. Da veneta fremo, ma che dire d’altro, condividere? Arrabbiarsi? Sentirsi travolgere da un afflitto senso di inferiorità autentica? Noi veneti eccome se li conosciamo certi limiti culturali di cui siamo corrieri, ma il tono con cui l’informazione ci racconta è parziale? Inadatto a restituirci il vero volto mi chiedo sempre? Stiamo davvero antipatici tanto quanto sembra? Non lo so, ma l’immagine generale che da veneta mi sento dipinta addosso mi sembra questa. E chissà poi cos’altro.
Prima serata
Va così, ogni sera, cena finita, pigiama già indossato, denti lavati, crema sul viso ben spalmata, direzione divano, copertina stesa sulle gambe, telecomando in mano sintonizzato sul canale scelto per trascorrere qualche ora, la famosa prima serata, quella con film, puntata della serie tv che più amo o chissà cos’altro. Sì, ecco appunto, vacci cauta con l’amore, tanto prima di te c’è circa un’ora di attesa, come quegli appuntamenti di decenni fa trascorsi aspettando, davanti alla finestra, l’auto del fidanzato che ti passava a prendere, lui, sempre in ritardo, perché prima di te chissà che aveva da fare di più interessante. È come se andasse così anche adesso, nessun fidanzato da aspettare ma comunque tempo sprecato per mettersi in fila per quella che viene definita la prima serata televisiva, quella che apre lo schermo non prima delle ventidue però, mentre io sono lì quasi addormenta ben prima che lei prenda avvio, prima deve passare oltre a giochi e giochetti di terzo grado che prolungano la sbobba a caccia di ascolti. Ero piccola e mi viene in mente quando c’era la Rai, al termine del TG, quello delle 20.00, cominciava lei, nota come la prima serata, me ne veniva consentita la visione fino alle ventuno e trenta, poi a nanna, non discutevo, figuriamoci. Fino a quando arrivarono i canali privati, senza canone, nessun vincolo, a beneficio di tutti, con una programmazione nuova, inedita, inconsueta rispetto al passato, sconosciuta per ciò a cui eravamo abituati, ignoravamo anche fosse l’inizio di un percorso da mettere in carica. Anche l’avvio della prima serata si trasformò: 20.25, cinque minuti prima che terminasse il Telegiornale della Rai, ecco quando cominciava e, a discapito dell’informazione, si cambiava per andare diretti a Dallas, per esempio, a seguire le gesta di J.R. Ewing e della sua famiglia di petrolieri che trasportavano in Texas milioni di spettatori su Canale 5. Sì, robetta ignorante, ma si dormiva almeno.
Quella domenica di fine agosto
Tazza di latte in mano, direzione forno a microonde, scatola corn flakes sulla tavola, telecomando afferrato per andare incontro, con gli occhi ancora assonnati, al primo tg del mattino nel momento in cui, con mia sorpresa, passa la ben nota sigla delle Edizioni straordinarie. Mi dà la scossa, cosa è successo di tanto grave mi chiedo? Parigi, incidente d’auto, è morto Dodi al Fayed, raccontano, fidanzato di Diana, la mamma del prossimo re di Inghilterra, anche lei era a bordo, poco dopo morirà, i due stavano scappando dai fotografi che da giorni li braccavano in cerca chissà poi di cosa. La notizia sembra ghiotta da quel che appare, i collegamenti si intrecciano tra i vari canali, le redazioni italiane, inglesi, francesi, statunitensi moltiplicano i servizi che si muovono con immagini importanti in arrivo in diretta, raccontano, dicono, parlano, presumono, non hanno certezze ma tanti se e tanti ma da sciorinare, un po’ dritti, un po’ a caso, si percepisce. Faccio la doccia, mi vesto, mi preparo, è l’ultima domenica d’agosto, ho sonno perché la sera prima ho fatto tardi ma ora devo andare al lavoro, nel negozio dei miei, e mentre indosso le scarpe la tv, ancora accesa, è ferma sullo stesso argomento, sbircio qualcosa e ascolto. Quando comincio a lavorare accendo la radio, cerco musica ma non ce n’è, Diana eccome, Diana ovunque, chiamata così, per nome, come fosse un’amica personale, compagna di stanza, autentica protagonista del quotidiano di ciascuno. Arriva l’ora di pranzo, chiude il negozio, rientra tutta la famiglia e attorno alla tavola, come sempre, mentre si mangia c’è il tg sullo schermo, alla mia sinistra siede papà, che sbuffa mentre comincia a cambiare canale in cerca d’altro, ma l’argomento non concede tregue, si muove sulla stessa linea ovunque, Diana su Diana, sarà questo per un’intera settimana, fino al suo funerale che, me lo ricordo, prende quota tra una folla in preda al pianto più cupo e di fatto poco giustificato dal momento che nessuno dei presenti, ammassati lungo il viale che accompagna il feretro verso Westminster Abbey, l’abbazia anglicana dove verrà celebrato, la conosceva. No, non dico di essere passata sopra ai tanti servizi di quei giorni, ammetto, ne ho guardati, parole su parole, sempre le stesse, ma forse per questo impossibili da evitare. Il funerale poi, con Elisabetta II che china il capo davanti alla bara, Elton John che canta al pianoforte una versione rimaneggiata per lei di Candle in the Wind, i racconti giornalistici che mettono in mostra una Londra che restituisce un sentimento potente, pesante, chiuso, stretto da caratteri poco britannici. Ho chiesto informazioni su questo a Donatella e Giorgio, i miei cari amici che vivono a Londra, mi hanno sempre detto che quella narrazione non appartiene all’accaduto, gli autentici londinesi, mi hanno ripetuto, hanno risposto all’avvenimento con relativa freddezza e assenza di partecipazione. Pochi anni fa ho letto un articolo sul tema firmato dalla scrittrice Susanna Agnello Hornby, siciliana d’origine e residente a Londra, che raccontava come, il giorno del funerale della Principessa, si trovasse, per caso e non per scelta, a passeggio lungo il viale dove si muoveva il feretro scoprendo quanto non riconoscesse i segnali espressi della folla assiepata lungo quella via perché era evidente come non fosse composta dal vero popolo inglese, priva com’era della sua pulizia dei modi, delle forme e nelle maniere espressive. Donatella, Giorgio, Susanna Agnello Hornby. Non metto in discussione le ragioni di Elton John, certo. Discuto piuttosto il modus della stampa che, in quella settimana di fine estate, a ferie appena concluse, forse ha trovato il gancio a cui appendersi per mettere da parte l’inizio del lavoro autentico. Con buona pace anche per la madre del futuro Re.
Potente gioventù
Qualche anno fa, nella palazzina dove abito, ha preso casa una famiglia che scende a Jesolo solo per trascorrere periodi di vacanza estiva, quando è arrivata i figli erano perlopiù ragazzini, ora qualcuno di loro è cresciuto da essere oggi molto più che adolescente e in questi giorni ferragostani è qui, senza genitori, accompagnato da alcuni amici con i quali sta occupando l’appartamento di mamma e papà. Sono rumorosi, pieni di idee mi sembra, pure di risate grasse e rumorose che dimostrano abbondante voglia di splendere, buttandosi dentro i movimenti più energici della loro beata gioventù. Ovviamente la mattina fanno grandi e silenziose ronfante, dal primo pomeriggio in poi cominciano ad animarsi pranzando in terrazza tra risate e racconti rumorosi, fino a quando decidono altro, scompaiono dalla mia vista e dalle mie orecchie, credo si muovano verso la spiaggia, sotto al sole cocente del primo pomeriggio che dà significato al resto di quello che accadrà loro. Appena rientrano il silenzio scompare, mettono in moto musica che non conosco, segnale che mi disturba, posso essere tanto vecchia da non cogliere le note in linea coi gusti di un ventenne? Ebbene sì. Continuano così fino a tarda, tardissima notte, l’ora in cui penso escano a caccia dei ritmi trionfanti della bella vita jesolana. Quando ritornano sono io però che non li sento, evidente, a quell’ora dormo di profondo incollata al mio letto di cinquantenne che non ha niente da ridire sulla loro rumorosa bella vita di ventenni, solo una solenne invidia, ragazzi. Perciò vi auguro il meglio che c’è, da stasera fino a data da destinarsi.
Abbiamo noi il nostro Re
Ne ho già parlato di Sinner su queste pagine, vero? Non mi sbaglio, mi sembra, perché il fatto è questo: la mia passione per lo sport nasce e finisce sulla base delle vittorie tricolori, al meglio quelle clamorose, quelle degli atleti italiani, da Tomba che ferma Sanremo per vincere l’Oro alle Olimpiadi di Calgary, passando dal calcio, come quelle dei campionati Mondiali vinti dall’Italia o senti un po’ qui il Milan, che rifila cinque bombe dentro la rete del Real Madrid finendo poi per vincere quella che all’epoca si chiamava Coppa dei Campioni e gioendo allo stesso modo per l’Inter e il suo Triplte agguantato con Mourinho in panchina, a casa mia si tifa solo quando si è certi di vincere, furbastra come so essere. Perché le competenze per il vero sport stanno fuori dalla mia finestra, è bello solo agguantare la vittoria per miei gusti, tipo che ieri pomeriggio mi sono cuccata credo tre ore di battute di racchetta tifando per Sinner, l’altoatesino rosso di chioma che al di là di tutto mi sembra davvero un bravo ragazzo, senza capire niente del suo sport comunque, quello che lo ha portato a trionfare sull’erba verde di Wimbledon, un risultato che mi dicono essere qualcosa di simile al match della vita. Dicevo, e non a torto, io che di tennis capisco meno di nulla: le regole, il significato di quelle righe sul campo, come si assegnano i punti, quelli che fanno vincere o le battute perse e che danno invece il valore all’avversario, so solo che ieri sera Sinner ha portato a casa un risultato unico, spettacolare, emozionante, trionfando di fronte a una platea composta da gran parte dei reali europei – oltre a quelli inglesi, ovvio – mentre sugli spalti sedevano molti personaggi che compongono il bel mondo della ricchezza mondiale. Di rappresentanti dello sport o della politica italiana non c’era nessuno, temevamo che Sinner non ce la facesse mi chiedo oggi, vuoi fare un viaggio addirittura a Londra per niente? Sia mai.