L’altra mattina, quando ancora il caldo irrespirabile degli ultimi giorni non si era fatto sentire, ho trascorso qualche ora fuori casa con la mia famiglia fino a trovarci per pranzo davanti a un pezzo significativo della storia di Jesolo: senza nessuna intenzione di andarci, per puro caso, eravamo seduti di fronte alla facciata di un albergo che il prossimo anno compirà cento anni dalla sua apertura. Lo ammetto, non sapevo che Jesolo potesse fondare origini tanto remote, credevo che la sua prima nota risalisse al secondo dopoguerra insieme allo sviluppo e alla crescita di tutto il Veneto orientale, quello che seguiva le tracce di un primo benessere, sobrio, ancora lento, seppure convinto, dettato dalla nuova sicurezza espressa dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale. Quasi cento anni di Jesolo invece: con il racconto di un’apertura alberghiera che mi ha riportato alla mente Mann, la sua La morte a Venezia, quel capolavoro di inizio Novecento che dà luce al Lido di Venezia ed esprime racconti moderni, ricordi, desideri inediti, sconosciuti, mai svelati eppure fondamentali per guardare a un futuro già autentico. Non so se questo nostro albergo jesolano nei suoi cento anni abbia vissuto spezzoni di storia tanto autorevoli o se invece il suo inizio sia portatore di una debole seppure audace idea turistica. So solo che io, guardandolo, mi sono emozionata
Categoria: Cose a caso
Da Cogne in poi
La ricordate la villetta di Cogne? Sì proprio quella che noi pubblico, circa trent’anni fa, abbiamo conosciuto dalla tv, imparando a verificare i suoi spazi esterni e interni in virtù di un celebre plastico che il mondo del giornalismo aveva creato per rappresentarla in versione 3D. La casa vera era stata la scena del delitto di un bimbo ucciso sul letto dei genitori. L’immagine di quella baita valdostana ha girato per settimane (ma forse più) da una trasmissione tv all’altra, da un tg che seguiva il successivo per raccontare un fatto di cronaca nera che all’improvviso aveva travolto l’informazione ma anche la voglia di sapere di noi pubblico. Una vicenda, quella di Cogne, che scatenò un episodio di cronaca nera mosso tra indagini complesse che coinvolsero oltre alla mamma del piccolo accusata di infanticidio, anche i vicini di casa, il papà del bimbo il quale forse copriva la moglie, i nonni desiderosi di stendere silenzio sulla vicenda. Storia di trent’anni fa più o meno appunto, mai arrivata a capo con criterio e serietà ma che, cosa che considero certa, ha cambiato il giornalismo italiano il quale da allora si è appoggiato alla cronaca nera come elemento portante del proprio racconto. Quante villette di Cogne abbiamo conosciuto da allora? Un numero spropositato, valido per riempire pagine di quotidiani e servizi tv costruiti tutti con lo stesso ordine: dare racconti ciechi e poco coerenti al pubblico, con figure, sempre dello stesso tipo, pronte a riportare dettagli mai realmente verificabili, testimonianze superbe eppure allo stesso modo deboli. Perché l’informazione, va detto, non fa indagini legittime, scava a caso, riporta ciò che le sembra di trovare, più niente che altro, parole, certo, ma buttate sul piatto e spesso a vuoto. Aggiungendo poi che tutti, vittime in particolare, sospettati, parenti, vengono chiamati con il nome proprio, senza cognome, come fossero amici di noi pubblico. Poco professionale, mi sembra, come aspetto giornalistico.
Gloria e Vinted
Parlavo con la mia mia amica Gloria l’altro giorno. Lei è la donna con l’armadio a quattro ante più ricco che io conosca. Dentro non manca nulla, niente, ma proprio niente. Ogni dettaglio che rivela la moda lì c’è. Anche le altre mie amiche non sono da meno, ma lei di più. Quella diversa sono io: non possiedo sapere nella scelta dell’abito giusto e questo è un dettaglio importante da segnalare, sono disinformata sul tema, conosco ben poco i filoni della tendenza non trascuriamo poi che seduta sulla mia sedia mica posso sfoggiare sai che. Ma la verità è che è proprio la ricercatezza per il buon gusto espressa dalla moda a mancarmi. Non è così per Gloria che invece sa sempre dove guardare in cerca del bello. E trovarlo. Mi è capitato spesso di seguirla mentre guardava qualche vetrina e vedere il suo volto trasformarsi, illuminato, rapito in prossimità di un abito, un paio di scarpe, una camicia o chissà che altro. Mentre, io, posati i miei occhi qua e là, dopo solo dieci secondi fremo per la voglia di passare oltre. L’altro giorno, non so in che conversazione, Gloria mi ha detto che non gira più per negozi, non ha smesso con lo shopping, sia mai, il suo guardaroba comprende ancora tutto quanto fa tendenza, ma il traguardo del suo piacere ha semplicemente virato direzione: si trova immerso sotto il segno di Vinted, la community dell’acquisto online. Mentre me lo diceva almeno sapevo di cosa stesse parlando, anche se non ero mai entrata nel portale, l’argomento, stranamente, non mi era sconosciuto. Ma ho voluto andare più a fondo alla questione e, seguendo il suo suggerimento, ho cercato le pagine targate Vinted scoprendo davanti a me un cosmo sconfinato, ricco di ambiti diversi tra loro ma nello stesso tempo uguali perché ricchi, sovrapponibili fino ad apparire uniti da un unico filo conduttore: la voglia di possedere il meglio dentro il proprio guardaroba. E io? Che fatica girarsi dentro a quel portale. Mi muovo a caso anche in un negozio Oviesse qualunque, figuriamoci trascinata all’interno della marea che crea Vinted, spazio talmente ricco e prestigioso da farmi desiderare di uscirne in fretta. Vuoi vedere che Vinted non ha un’entrata per disabili mi sono chiesta, per me che, seduta su una sedia a rotelle, so sfoggiare solo la mia sclerosi multipla e da lì non mi schiodo? Gloria, aiuto.
God save the King

Carlo III e la moglie, la regina Camilla, proprio ieri hanno terminato il loro breve viaggio in Italia e sono ritornati, tra ali di folla festante, in Gran Bretagna. Spacciata come l’occasione per celebrare i loro vent’anni di matrimonio, questa sosta nel nostro Paese non so perché ma mi ha dato altre idee, tipo un sistema per sganciare il loro Paese dalla Brexit avvicinando invece il pensiero britannico all’Europa. Non vado oltre. Passo avanti e dico solo che li ho invidiati. Perché hanno scelto di visitare percorsi artistici tra più belli, tipo ieri a Ravenna, dove, evidentemente indirizzati da ottimi uffici di promozione turistica, si sono divisi alla scoperta del meglio che la cittadina propone. Dicono che Re e Regina siano colti, perfettamente in linea tra loro, capaci di intendersi al volo così come sembra sia la Regina Camilla il ramo che indirizza il volo che la coppia deve prendere. Non mi interessa molto sapere del loro matrimonio, figuriamoci. Poi se ci penso mi viene in mente la famosa estate in cui morì la prima moglie del futuro Re. Come dimenticare del resto quella ininterrotta settimana di tg che parlavano solo di lei e delle tante beghe nate attorno alla sua scomparsa. Compreso quel suo lunghissimo funerale trasmesso per intero su tutte le tv che totalizzò l’informazione, compresa l’immagine della Regina Elisabetta addirittura costretta a chinare il capo di fronte al passaggio del feretro della nuora forse nemmeno mai amata. Ecco, sarebbe stato meglio se Carlo e Camilla si fossero decisi a sposarsi prima. Ma anche qui chissenefrega è andata così e affari loro. Sai che c’è invece? Anche io vorrei andare a Ravenna per visitare la tomba di Dante, non ha barriere architettoniche ho scoperto, è accessibile a tutti, anche a me e alla mia sclerosi multipla. E allora, Sua Maestà, grazie per avermelo fatto scoprire.
Una mamma per amica
Adesso che sono a casa dal lavoro vedo più televisione. Ma, da saputa saputella quale sono, più che guardarla mi fisso a osservare i deboli caratteri con cui è costruita. Chiudo qui. Ho mille e una piattaforma, a pagamento o meno, per vedere serie tv e film. Ma non sono sola, c’è mia mamma con me e noi due non abbiamo nessun gusto in comune. E non mi va di imporle le mie preferenze. A lei le serie tv non piacciano per esempio, creano dipendenza mi dice, va detto che, sinceramente, nemmeno a me danno eccessiva soddisfazione. A parte Una mamma per amica che, chissà per quale ragione, quando la becco, mi ci fermo davanti sempre anche se le puntate le ho guardate, tutte, più e più volte. Ma va da sé. Resta comunque il fatto che quando in casa la televisione è accesa raramente ho il telecomando in mano, certo, all’ora del tg, a pranzo e a cena, ma per il resto più che altro ascolto, con un libro in mano o un giornale. Ovvio comunque che con le orecchie aperte mica è facile estraniarsi del tutto dall’argomento portante che passa sugli schermi e che nel momento attuale si regge per lo più su due temi fissi. Che sono cronaca nera – tanta – e cucina – non da meno. Autentiche linee guida della programmazione: la prima viene proposta direi ossessivamente con termini che riguardano omicidi e via sul tema, senza rispetto per il concetto stesso di giornalismo che qui viene bistrattato, deluso tra grida del tutto ripetute senza regole certe. Non da meno le pagine che seguono la gastronomia, condotte su percorsi culonati per niente armonici, con proposte di piatti ripetuti che fanno uso di ingredienti utilizzati in quantità esagerata dando l’dea di un autentico spreco alimentare, per niente lecito rispetto alle esigenze di ogni epoca. Spero di sbagliare ma eccola la sola tv che c’è in giro. Professionisti che si muovono su queste assi? Mi faccio molte domande. Soprattutto chiedendomi perché non si possa cambiare questi riferimenti. Del tipo: Una mamma per amica, per quel che mi riguarda.
Congiuntivi, coordinate e subordinate e via così
Poco tempo fa ho beccato su un canale tv del digitale nientemeno che Dallas. Piano, piano, un attimo, non la città, non un documentario sul Texas, no, proprio il telefilm che entrò nelle nostre tv negli anni Ottanta, autentica testimonianza che qualche cosa stava cambiando. Eh sì. Era finito l’esclusivo dominio Rai mentre si faceva largo la televisione di Berlusconi che portò nelle nostre case Dallas, la prima pagina di un nuovo linguaggio televisivo. Io, che ero poco più che una bambina, lo guardavo ogni settimana, andava in onda di martedì, su Canale 5, cominciava alle 20.25, orario che serviva ad allontanare il pubblico dalla visione del TG1 cinque minuti prima che finisse. Una scelta studiata per condurre gli spettatori su una nuova rete che aveva bisogno di un pubblico pronto a vederne il palinsesto anche subendo le frequenti pause di pubblicità che interrompevano sistematicamente la messa in onda dei suoi programmi. Mi innamorai fin da subito di Dallas anche se mi chiedo come mai i miei genitori, così fedeli alle buone maniere, me lo facessero guardare, pieno com’era di trame composte di bugie, corna e nessun rispetto per l’educazione. Anche il loro entusiasmo per la novità superava tutto. Lo si vedeva insieme, in soggiorno, tra divano e poltrona, io con la testa poggiata sulla spalla di mamma che poco prima della sigla -“come grande ma come è grande l’America”– arrivava col vassoio che portava il caffè per lei e per papà sedendosi subito dopo. Da poco c’era la tv a colori ma anche i cambiamenti della programmazione che i canali privati si erano portati appresso introducendo un filone del tutto inedito. Ora, per curiosità, ho rivisto qualche puntata di Dallas tanto da riconoscere i segni del nuovo che negli anni Ottanta gli Stati Uniti avevano importato nele nostre tv. Mi sono domandata perché in Italia, che all’epoca racchiudeva caratteri lineari e puliti, questa novità rappresentata dalle puntate di Dallas avesse avuto fin da subito tanto successo. Forse perché in tutti noi prevaleva il desiderio di uscire dal decennio degli anni di piombo per entrare in un disegno inedito composto di ragionamenti mai conosciuti prima e utili per alleggerire il pensiero. Se però devo aggiungere un dettaglio lo faccio. I dialoghi di Dallas erano pessimi. E poi tradotti in modo molto più che scadente, quello che ignora congiuntivi, coordinate e subordinate un minimo decenti, così come molto altro ancora. Avevamo bisogno di trovare una nuova leggerezza, forse, di racconti moderni, magari. Ma anche quelle trame, composte di nulla, meritavano almeno un italiano valido.
Resilienza, Ciaone, Avvocata
Il modo di parlare la lingua italiana si è riempito di sostantivi che mi accendono di fastidio. Non mi piacciono e per mille e una ragione. Tutto è cominciato anni fa, lavoravo in un ufficio e credo che a farmelo notare sia stato il capo di allora. Il giorno in cui compiva gli anni il suo telefono si riempiva di wapp, tutti uguali, che recitavano, come un coro storpiato, un viaggio composto dalla parola Auguroni. Per giunta associata da una sequenza di emoticon anche questi di fatto sovrapponibili tra loro. Lui, bella penna, girava tra le scrivanie bofonchiando la qualunque, il tutto con termini poco favorevoli e per niente pieni di contentezza. Da allora, ad ogni suo compleanno, da parte mia tutto si risolveva con un sonante Auguroni, bello e vivace sperando che nel momento in cui riceveva il mio wapp la sua risposta si caricasse di nervosismo anche se in gran parte ilare, visto il suo carattere. Poi gli anni sono passati e io ho scoperto anche in me qualche sintomo simile al suo, quella certa difficoltà nell’accettare il valore del nuovo parlare comune. Quando il Covid ci travolse e la sensazione dominante fu quella di un barcollare comune da destra a sinistra in cerca di qualche valida direzione ogni forma di resistenza, a partire dalla stampa, divenne all’improvviso Resilienza. Ohi, ohi, ohi. Che fastidio. Per il Covid ovvio ma anche per questo sostantivo salito agli albori del successo senza un perché plausibile. E poi si va avanti ancora: che dire di Ciaone, altra parola di gran moda che mi fa venire l’orticaria mentre trafigge la nostra lingua che cambia. Sono I giovani che stanno carburando un nuovo italiano con un lessico nuovo. Loro fanno il loro certo ma non con Ciaone che è parte del dialogo di noi adulti, quelli che trent’anni si sono formati leggendo I Promessi Sposi, non so e mi spiego. Da non credere proprio. Poi arriva Avvocata, e il lavoro che porta alla forzata femminilizzazione di un sacco di sostantivi maschili perché sembra che altrimenti la donna perda valore professionale rispetto a quello dell’uomo. Mah, in cambio di parole dal suono oggettivamente brutto. Ministra, assessora, architettata, chirurga. Mi si dice che negando questi sostantivi si sminuisce il ruolo che la donna ha sui banchi del lavoro. E aggiungendo l’articolo femminile al sostantivo maschile la si trova una soluzione? La sindaco, la avvocato, la ministro, la assessore, la architetto, la chirurgo. Una via questa che non mi fa inorridire. Ci può stare?
Le tre C del caffè
Anni fa – stavo un po’ meglio di salute rispetto ad oggi – la domenica mattina insieme ai miei genitori si andava sempre in spiaggia: ombrellone prenotato, tre lettini a nostra disposizione, arietta fresca per darci il benvenuto, un bel libro in mano per me, il Gazzettino per papà, Le Settimana Enigmistica per mamma. Un ottimo programma che, verso metà mattina, si interrompeva per la pausa caffè, imperdibile e tanto attesa anche perché portava con sé una brioche per una seconda colazione gradita da tutti e tre. Quando si va al mare con una certa abitudine è semplice stringere legami con i vicini di ombrellone, soprattutto se sono sempre gli stessi, e così dal normale “buongiorno” dell’inizio è facile passare allo scambio di quattro chiacchiere che poco alla volta diventano molto piacevoli e pure attese. Quell’anno i nostri vicini erano una coppia di signori napoletani che oltre a essere molto cortesi avevano intuito – senza fare nessuna domanda – la vera natura del mio problema aiutandomi e non poco per giunta. A metà mattina, ogni domenica si andava tutti e cinque al chiosco dove io e mia mamma ordinavamo il nostro solito “caffè macchiato caldo”. Passò poco tempo fino a quando la signora ci chiese se avessimo mai sentito parlare delle tre C del caffè napoletano, scuotemmo la testa incuriosite, lei proseguì e con estrema gentilezza ce le spiegò. Il caffè che segue i canoni napoletani fa capo a tre C: deve essere Caldo, Corto, Comodo. E quindi va consumato bollente mentre sprigiona i suoi autentici profumi, in tazza piccola per assaporarne subito il gusto intenso e carico e poi va preso da seduti, facendo una chiacchierata in compagnia anche meglio, a discapito di altro perché il suo piacere va oltre a tutto il resto. Non ho mai dimenticato la lezione delle tre C, anche se continuo a prendere il mio macchiato caldo, ricordo molto bene quelle parole. Infatti io lo bevo sempre comoda. Da seduta. E ora ti devo anche ringraziare Sclerosi Multipla dei miei stivali? Guarda, bella stronza, che con il mio “macchiato caldo” mi sarei seduta anche da sola se lo vuoi proprio sapere.
Care ragazze, cari ragazzi – IX
Estate 1992. Troppo lontana per far parte di voi che nemmeno c’eravate. Ma fondamentale per capire la storia del nostro Paese. Due sono i nomi centrali di quell’estate: Giovanni Falcone (Palermo, 18 maggio 1939 – Palermo 23 maggio 1992), Paolo Borsellino (Palermo, 19 gennaio 1940 – Palermo, 19 luglio 1992). L’avete notato l’anno di morte? Lo stesso. A pochi mesi di distanza. E la città di morte: la stessa. Professione? Magistrati, entrambi capofila del team antimafia, tutti e due protagonisti della lotta contro la criminalità organizzata. Ragione della morte: uguale, strage di mafia avvenuta a pochi mesi l’una dall’altra e che ha ucciso anche le rispettive scorte. Non c’è persona che in quell’estate 1992 dopo quegli eventi oggi non ricordi i sentimenti provati quando la notizia gli è arrivata addosso, che non abbia scritte dentro di sé le pagine di quei frammenti storici, che non riviva il sapore di quel dramma. Io avevo vent’anni allora, sabato 23 maggio 1992 ero seduta sul gradino d’entrata del negozio dei miei genitori quando all’improvviso mio fratello che stava vedendo la tv ci disse cosa stava accadendo a Capaci, sul tratto di autostrada che conduce a Palermo. Giovanni Falcone, la moglie e la loro scorta erano stati appena massacrati dalle bombe mafiose; con la mia famiglia siamo corsi per guardare anche noi la diretta di quelle immagini. Domenica 19 luglio 1992 mi raggiunge al telefono la mia amica Federica per farmi sapere che a Palermo in via D’Amelio la stessa sorte è accaduta al giudice Paolo Borsellino: con la scorta era stato ucciso davanti alla casa della mamma. Ancora alla tv con la mia famiglia e mentre guardiamo il tg proviamo tutti la stessa paura di poche settimane prima. Chiedete ai vostri genitori se ricordano dove erano in quei due momenti e senza aspettare troppo riceverete la risposta affermativa. Ieri pomeriggio su Rai Storia ho visto il docufilm Essendo Stato con Roberto Cappuccio che racconta uno spaccato di vita di Paolo Borsellino dove il ricordo di Giovanni Falcone non manca. Cercatelo sul web, ne siete in grado, è un pezzo di storia che non potete perdere, vi arricchirà di sapere e cultura, quella che siete in grado di capire perché siete intelligenti.
Ci piace così a noi
A Jesolo, ieri, è morto l’albergatore più famoso della città. Un sovrano direi, vista la divisione sociale ben netta che questi professionisti hanno disegnato – a tratti imposto – sul litorale dove vivo. È una storia ben radicata quella che i gestori degli alberghi hanno creato a Jesolo, nasce da lontano, dall’immediato secondo dopoguerra quando i primi di loro, quelli con più soldi, coraggio, intuito o addirittura sventatezza, hanno scelto di mettere in atto inventandosi addirittura una professione lungo le rive di un mare, l’Adriatico, poggiato sulla spiaggia dorata formata dalla sabbia in arrivo dalle Dolomiti. Perché – e questo va detto – prima di altri hanno avuto l’intuito di intravedere il desiderio di molti abitanti dell’immediato entroterra veneto di godersi il mare e di fermarsi qui, all’inizio anche solo per mangiare – che loro pronti hanno offerto – e poi magari per trascorrere anche una sola notte di piccola vacanza offrendo cosi lo spazio per farlo in comodità. È vero, la storia economica di Jesolo è nata in questo modo ma poi, poco alla volta, si è sviluppata ampliandosi sulla via di un progresso che le ha fatto imboccare strade diverse che hanno dato opportunità di lavoro a molte persone che ben presto hanno aperto negozi, bar, gelaterie, ristoranti, pizzerie, attività di attrazione e quant’altro. Ma, ma e poi ma e ancora ma dice l’albergatore di Jesolo, resta lui il centro di questo universo dell’accoglienza, lo sostiene con vigore e ambizione, lui costituisce una classe sociale in vetta, come parlassimo di re e duchi, molto più di marchesi o conti sia chiaro. Anche se in Italia nel 1946 un Referendum ha negato la sopravvivenza della monarchia, a Jesolo non sembra essere andata in questo modo. Evidentemente a noi ci piace così.