Una mamma per amica

Adesso che sono a casa dal lavoro vedo più televisione. Ma, da saputa saputella quale sono, più che guardarla mi fisso a osservare i deboli caratteri con cui è costruita. Chiudo qui. Ho mille e una piattaforma, a pagamento o meno, per vedere serie tv e film. Ma non sono sola, c’è mia mamma con me e noi due non abbiamo nessun gusto in comune. E non mi va di imporle le mie preferenze. A lei le serie tv non piacciano per esempio, creano dipendenza mi dice, va detto che, sinceramente, nemmeno a me danno eccessiva soddisfazione. A parte Una mamma per amica che, chissà per quale ragione, quando la becco, mi ci fermo davanti sempre anche se le puntate le ho guardate, tutte, più e più volte. Ma va da sé. Resta comunque il fatto che quando in casa la televisione è accesa raramente ho il telecomando in mano, certo, all’ora del tg, a pranzo e a cena, ma per il resto più che altro ascolto, con un libro in mano o un giornale. Ovvio comunque che con le orecchie aperte mica è facile estraniarsi del tutto dall’argomento portante che passa sugli schermi e che nel momento attuale si regge per lo più su due temi fissi. Che sono cronaca nera – tanta – e cucina – non da meno. Autentiche linee guida della programmazione: la prima viene proposta direi ossessivamente con termini che riguardano omicidi e via sul tema, senza rispetto per il concetto stesso di giornalismo che qui viene bistrattato, deluso tra grida del tutto ripetute senza regole certe. Non da meno le pagine che seguono la gastronomia, condotte su percorsi culonati per niente armonici, con proposte di piatti ripetuti che fanno uso di ingredienti utilizzati in quantità esagerata dando l’dea di un autentico spreco alimentare, per niente lecito rispetto alle esigenze di ogni epoca. Spero di sbagliare ma eccola la sola tv che c’è in giro. Professionisti che si muovono su queste assi? Mi faccio molte domande. Soprattutto chiedendomi perché non si possa cambiare questi riferimenti. Del tipo: Una mamma per amica, per quel che mi riguarda.

Congiuntivi, coordinate e subordinate e via così

Poco tempo fa ho beccato su un canale tv del digitale nientemeno che Dallas. Piano, piano, un attimo, non la città, non un documentario sul Texas, no, proprio il telefilm che entrò nelle nostre tv negli anni Ottanta, autentica testimonianza che qualche cosa stava cambiando. Eh sì. Era finito l’esclusivo dominio Rai mentre si faceva largo la televisione di Berlusconi che portò nelle nostre case Dallas, la prima pagina di un nuovo linguaggio televisivo. Io, che ero poco più che una bambina, lo guardavo ogni settimana, andava in onda di martedì, su Canale 5, cominciava alle 20.25, orario che serviva ad allontanare il pubblico dalla visione del TG1 cinque minuti prima che finisse. Una scelta studiata per condurre gli spettatori su una nuova rete che aveva bisogno di un pubblico pronto a vederne il palinsesto anche subendo le frequenti pause di pubblicità che interrompevano sistematicamente la messa in onda dei suoi programmi. Mi innamorai fin da subito di Dallas anche se mi chiedo come mai i miei genitori, così fedeli alle buone maniere, me lo facessero guardare, pieno com’era di trame composte di bugie, corna e nessun rispetto per l’educazione. Anche il loro entusiasmo per la novità superava tutto. Lo si vedeva insieme, in soggiorno, tra divano e poltrona, io con la testa poggiata sulla spalla di mamma che poco prima della sigla -“come grande ma come è grande l’America”– arrivava col vassoio che portava il caffè per lei e per papà sedendosi subito dopo. Da poco c’era la tv a colori ma anche i cambiamenti della programmazione che i canali privati si erano portati appresso introducendo un filone del tutto inedito. Ora, per curiosità, ho rivisto qualche puntata di Dallas tanto da riconoscere i segni del nuovo che negli anni Ottanta gli Stati Uniti avevano importato nele nostre tv. Mi sono domandata perché in Italia, che all’epoca racchiudeva caratteri lineari e puliti, questa novità rappresentata dalle puntate di Dallas avesse avuto fin da subito tanto successo. Forse perché in tutti noi  prevaleva il desiderio di uscire dal decennio degli anni di piombo per entrare in un disegno inedito composto di ragionamenti mai conosciuti prima e utili per alleggerire il pensiero. Se però devo aggiungere un dettaglio lo faccio. I dialoghi di Dallas erano pessimi. E poi tradotti in modo molto più che scadente, quello che ignora congiuntivi, coordinate e subordinate un minimo decenti, così  come molto altro ancora. Avevamo bisogno di trovare una nuova leggerezza, forse, di racconti moderni, magari. Ma anche quelle trame, composte di nulla, meritavano almeno un italiano valido.

Resilienza, Ciaone, Avvocata

Il modo di parlare la lingua italiana si è riempito di sostantivi che mi accendono di fastidio. Non mi piacciono e per mille e una ragione. Tutto è cominciato anni fa, lavoravo in un ufficio e credo che a farmelo notare sia stato il capo di allora. Il giorno in cui compiva gli anni il suo telefono si riempiva di wapp, tutti uguali, che recitavano, come un coro storpiato, un viaggio composto dalla parola Auguroni. Per giunta associata da una sequenza di emoticon anche questi di fatto sovrapponibili tra loro. Lui, bella penna, girava tra le scrivanie bofonchiando la qualunque, il tutto con termini poco favorevoli e per niente pieni di contentezza. Da allora, ad ogni suo compleanno, da parte mia tutto si risolveva con un sonante Auguroni, bello e vivace sperando che nel momento in cui riceveva il mio wapp la sua risposta si caricasse di nervosismo anche se in gran parte ilare, visto il suo carattere. Poi gli anni sono passati e io ho scoperto anche in me qualche sintomo simile al suo, quella certa difficoltà nell’accettare il valore del nuovo parlare comune. Quando il Covid ci travolse e la sensazione dominante fu quella di un barcollare comune da destra a sinistra in cerca di qualche valida direzione ogni forma di resistenza, a partire dalla stampa, divenne all’improvviso Resilienza. Ohi, ohi, ohi. Che fastidio. Per il Covid ovvio ma anche per questo sostantivo salito agli albori del successo senza un perché plausibile. E poi si va avanti ancora: che dire di Ciaone, altra parola di gran moda che mi fa venire l’orticaria mentre trafigge la nostra lingua che cambia. Sono I giovani che stanno carburando un nuovo italiano con un lessico nuovo. Loro fanno il loro certo ma non con Ciaone che è parte del dialogo di noi adulti, quelli che trent’anni si sono formati leggendo I Promessi Sposi, non so e mi spiego. Da non credere proprio. Poi arriva Avvocata, e il lavoro che porta alla forzata femminilizzazione di un sacco di sostantivi maschili perché sembra che altrimenti la donna perda valore professionale rispetto a quello dell’uomo. Mah, in cambio di parole dal suono oggettivamente brutto. Ministra, assessora, architettata, chirurga. Mi si dice che negando questi sostantivi si sminuisce il ruolo che la donna ha sui banchi del lavoro. E aggiungendo l’articolo femminile al sostantivo maschile la si trova una soluzione? La sindaco, la avvocato, la ministro, la assessore, la architetto, la chirurgo. Una via questa che non mi fa inorridire. Ci può stare?

Le tre C del caffè

Anni fa – stavo un po’ meglio di salute rispetto ad oggi – la domenica mattina insieme ai miei genitori si andava sempre in spiaggia: ombrellone prenotato, tre lettini a nostra disposizione, arietta fresca per darci il benvenuto, un bel libro in mano per me, il Gazzettino per papà, Le Settimana Enigmistica per mamma. Un ottimo programma che, verso metà mattina, si interrompeva per la pausa caffè, imperdibile e tanto attesa anche perché portava con sé una brioche per una seconda colazione gradita da tutti e tre. Quando si va al mare con una certa abitudine è semplice stringere legami con i vicini di ombrellone, soprattutto se sono sempre gli stessi, e così dal normale “buongiorno” dell’inizio è facile passare allo scambio di quattro chiacchiere che poco alla volta diventano molto piacevoli e pure attese. Quell’anno i nostri vicini erano una coppia di signori napoletani che oltre a essere molto cortesi avevano intuito – senza fare nessuna domanda – la vera natura del mio problema aiutandomi e non poco per giunta. A metà mattina, ogni domenica si andava tutti e cinque al chiosco dove io e mia mamma ordinavamo il nostro solito “caffè macchiato caldo”. Passò poco tempo fino a quando la signora ci chiese se avessimo mai sentito parlare delle tre C del caffè napoletano, scuotemmo la testa incuriosite, lei proseguì e con estrema gentilezza ce le spiegò. Il caffè che segue i canoni napoletani fa capo a tre C: deve essere Caldo, Corto, Comodo. E quindi va consumato bollente mentre sprigiona i suoi autentici profumi, in tazza piccola per assaporarne subito il gusto intenso e carico e poi va preso da seduti, facendo una chiacchierata in compagnia anche meglio, a discapito di altro perché il suo piacere va oltre a tutto il resto. Non ho mai dimenticato la lezione delle tre C, anche se continuo a prendere il mio macchiato caldo, ricordo molto bene quelle parole. Infatti  io lo bevo sempre comoda. Da seduta. E ora ti devo anche ringraziare Sclerosi Multipla dei miei stivali? Guarda, bella stronza, che con il mio “macchiato caldo” mi sarei seduta anche da sola se lo vuoi proprio sapere.

Care ragazze, cari ragazzi – IX

Estate 1992. Troppo lontana per far parte di voi che nemmeno c’eravate. Ma fondamentale per capire la storia del nostro Paese. Due sono i nomi centrali di quell’estate: Giovanni Falcone (Palermo, 18 maggio 1939 – Palermo 23 maggio 1992), Paolo Borsellino (Palermo, 19 gennaio 1940 – Palermo19 luglio 1992). L’avete notato l’anno di morte? Lo stesso. A pochi mesi di distanza. E la città di morte: la stessa. Professione? Magistrati, entrambi capofila del team antimafia, tutti e due protagonisti della lotta contro la criminalità organizzata. Ragione della morte: uguale, strage di mafia avvenuta a pochi mesi l’una dall’altra e che ha ucciso anche le rispettive scorte. Non c’è persona che in quell’estate 1992 dopo quegli eventi oggi non ricordi i sentimenti provati quando la notizia gli è arrivata addosso, che non abbia scritte dentro di sé le pagine di quei frammenti storici, che non riviva il sapore di quel dramma. Io avevo vent’anni allora, sabato 23 maggio 1992 ero seduta sul gradino d’entrata del negozio dei miei genitori quando all’improvviso mio fratello che stava vedendo la tv ci disse cosa stava accadendo a Capaci, sul tratto di autostrada che conduce a Palermo. Giovanni Falcone, la moglie e la loro scorta erano stati appena massacrati dalle bombe mafiose; con la mia famiglia siamo corsi per guardare anche noi la diretta di quelle immagini. Domenica 19 luglio 1992 mi raggiunge al telefono la mia amica Federica per farmi sapere che a Palermo in via D’Amelio la stessa sorte è accaduta al giudice Paolo Borsellino: con la scorta era stato ucciso davanti alla casa della mamma. Ancora alla tv con la mia famiglia e mentre guardiamo il tg proviamo tutti la stessa paura di poche settimane prima. Chiedete ai vostri genitori se ricordano dove erano in quei due momenti e senza aspettare troppo riceverete la risposta affermativa. Ieri pomeriggio su Rai Storia ho visto il docufilm Essendo Stato con Roberto Cappuccio che racconta uno spaccato di vita di Paolo Borsellino dove il ricordo di Giovanni Falcone non manca. Cercatelo sul web, ne siete in grado, è un pezzo di storia che non potete perdere, vi arricchirà di sapere e cultura, quella che siete in grado di capire perché siete intelligenti.

Ci piace così a noi

A Jesolo, ieri, è morto l’albergatore più famoso della città. Un sovrano direi, vista la divisione sociale ben netta che questi professionisti hanno disegnato – a tratti imposto – sul litorale dove vivo. È una storia ben radicata quella che i gestori degli alberghi hanno creato a Jesolo, nasce da lontano, dall’immediato secondo dopoguerra quando i primi di loro, quelli con più soldi, coraggio, intuito o addirittura sventatezza, hanno scelto di mettere in atto inventandosi addirittura una professione lungo le rive di un mare, l’Adriatico, poggiato sulla spiaggia dorata formata dalla sabbia in arrivo dalle Dolomiti. Perché – e questo va detto – prima di altri hanno avuto l’intuito di intravedere il desiderio di molti abitanti dell’immediato entroterra veneto di godersi il mare e di fermarsi qui, all’inizio anche solo per mangiare – che loro pronti hanno offerto – e poi magari per trascorrere anche una sola notte di piccola vacanza offrendo cosi lo spazio per farlo in comodità. È vero, la storia economica di Jesolo è nata in questo modo ma poi, poco alla volta, si è sviluppata ampliandosi sulla via di un progresso che le ha fatto imboccare strade diverse che hanno dato opportunità di lavoro a molte persone che ben presto hanno aperto negozi, bar, gelaterie, ristoranti, pizzerie, attività di attrazione e quant’altro. Ma, ma e poi ma e ancora ma dice l’albergatore di Jesolo, resta lui il centro di questo universo dell’accoglienza, lo sostiene con vigore e ambizione, lui costituisce una classe sociale in vetta, come parlassimo di re e duchi, molto più di marchesi o conti sia chiaro. Anche se in Italia nel 1946 un Referendum ha negato la sopravvivenza della monarchia, a Jesolo non sembra essere andata in questo modo. Evidentemente a noi ci piace così.

Strega/Campiello

Domani annunceranno la cinquina dei finalisti dello Strega 2024, il più importante premio letterario italiano; ogni anno il romanzo che vince sale per mesi in cima alla classifica dei meglio venduti nel nostro Paese e, diciamo pure che sistema definitamente le tasche personali dell’autore, e siccome in Italia non si legge oppure si legge poco è un bel punto a suo favore. Stamattina ho dato uno sguardo all’ultima decina dei titoli tra cui la giuria dello Strega sceglierà i finalisti. Non ne conosco uno. Qualche autore, questo sì (due, scrittrici per meglio specificare, Donatella Di Pietrantonio, Chiara Valerio) e poi il vuoto assoluto. Be’, dai, quindi a voler voltare le carte in tavola a mio favore potrei avere buone ragioni per scoprire una penna nuova quest’anno dal momento che il vincitore dello Strega lo leggo sempre. Tenendo conto che a luglio a brindare col liquore che dà il nome al Premio non siano proprio Di Pietrantonio o Valerio. Ma in fondo mi basta che la giuria dello Strega getti sul campo un buon titolo – quello che fa ogni anno e questo va detto – quindi a luglio vedremo come andranno le cose. Dal momento che ero in ballo sono andata a sbirciare anche la cinquina del Campiello, ho cercato e la questione non si è risolta meglio: nessuna differenza rispetto allo Strega, nessun titolo noto, solo un autore, Emanuel Trevi. Speravo di essere mano ignorante almeno sul fronte letterario e invece no: cara ragazza, mi sono detta, è meglio che ti smuovi e lasci sul tavolo quella pigrizia che sta mangiando tutto di te, ogni possibilità, tutti quei margini di sviluppo e crescita che hai sotterrato attribuendo le colpe a ogni cosa meno che a te stessa. Stai sbagliano Cinzia e lo sai e in questo momento storico della tua vita ancora di più. Trova il modo per venire fuori.

Ruota di scorta

Ora si parla solo di questo, in tv, sui giornali, ovunque. Ovvero di Spare il libro che restituisce la testimonianza in prima persona di Harry Windsor, il secondogenito di Carlo e Diana, con il suo racconto di una vita vissuta nel ruolo di garante alla discendenza reale ma di fatto più o meno inutile. In Spare Harry ha messo la mamma, la sua morte, la moglie mal digerita dal trono, il fratello, la nuora e tutte quelle rogne comuni a tante famiglie ma nella sua un po’ di più qui, in un libro dove le racconta a partire da destra fino a sinistra. In Italia se ne sta parlando da giorni e giorni, il libro è uscito l’altro ieri in Gran Bretagna dove però sembra che l’interesse rispetto a casa nostra sia addirittura minore, dovrei chiedere a Donatella la mia amica che abita a Londra ma so a priori che l’argomento non le interessa, anzi si sta certamente domandando perché tanta curiosità per il nulla che sta attorno all’evento, in un oggi ben travagliato da altro per giunta. E ha ragione. Invece io mi sono lasciata un po’ sedurre soprattutto perché dietro le quinte di Spare c’è la penna di J.R. Moehringer, premio Pulitzer ma anche curatore di Open la biografia dell’ex tennista Andre Agassi. Il capitolo introduttivo di Open è perfetto, emozionante, letterario e ricercato sia per struttura narrativa che linguistica poi scende di livello forse perché ha curarne la stesura non è Moehringer in diretta ma l’equipe del suo studio, così credo almeno. E Spare? L’ho comprato. Ebbene sì. Per mia mamma ho detto ma forse non è vero e infatti l’ho già preso in mano ma posso assicurare che non vale la pena spendere soldi per averlo. È noioso e ripetitivo, è scritto male, troppo banale per valere i soldi di copertina. E poi il titolo? In italiano è rimasto Spare come in inglese ovvero il modo in cui viene chiamato il secondogenito al trono. Ma in italiano è poco chiaro, direi per nulla. Ieri sera leggevo un tweet di Tegamini-Francesca Crescentini, fa la traduttrice e prima ha lavorato per Einaudi, non so se mi spiego. Faceva sorridere proprio per i ragionamenti fatti sulla scelta di mantenere il titolo Spare anche in italiano, da professionista non criticava la decisione ma buttava sul piatto un’altra idea: Ruota di scorta, a indicare il ruolo dei secondogeniti reali, sempre presenti ma lì dietro. Sono dettagli? In letteratura no.

Settembre mi dirai quanti amori porterai

E settembre, il mio mese preferito, mi è passato tra le dita senza quasi sapere dove sono andate le giornate. E venerdì 23 comincerà l’autunno, la stagione più bella che ci sia secondo me, e se la data sembra non tornare è per quella storia della precessione degli Equinozi che non chiedetemi cosa sia di preciso perché so solo che per una questione astronomica di anno in anno varia il principio dei miei tre mesi del cuore. Ma nella mia testa però l’inizio dell’autunno per quanto amato ha il difetto di portarsi in spalla una fine troppo veloce quella che in pochi mesi trasporta dentro l’inverno e butta in mezzo al vortice creato dal Solstizio di dicembre, buio e freddo come piace a me certo ma, accidenti a lui, capace di cambiare il volto già da inizio gennaio quando le giornate diventano più lunghe e più luminose. Il fatto è che i due mesi successivi a Natale siano i più freddi dell’anno è un dato positivo per i miei gusti ma in troppa rapida sequenza poi si arriva a marzo che si porta appresso l’altro Equinozio con la primavera che non dà fastidio questo no, anzi direi piacere perché di suo sarebbe anche una bella stagione, se non fosse che poi dietro l’angolo si affaccia lei: l’estate. Il Solstizio del mio dramma, quello che disegna la stagione dai tratti infiniti, sempre più infuocati, pesanti, caldi, afosi, pieni di un’umidità che picchia come un bastone insopportabile ogni giorno, ogni notte sulla testa, sul corpo, sulle ossa, sempre presente a mostrare i suoi pugni violenti contro la mia sclerosi multipla. Maledizione a me che mi sono persa quasi del tutto l’amatissimo settembre e non ho goduto a fondo del piacere del mio mese preferito. Qui mi fermo dico basta ché devo smettere di fare la lamentosa a oltranza, non posso mica compiangermi di tutto insomma. Parliamo di cose serie: benvenuto autunno, dammi tutta la gioia e la freschezza delle temperature incoraggianti di cui sei capace.

The Queen’s Speach, secondo me

Scuro in volto, occhi fissi sulla corona poggiata su un cuscino accanto al trono imperiale, Carlo. Sguardo irritato, l’arroganza del primo della classe destituito senza capirne la ragione, William. Eccoti, Donatella, cara, carissima amica mia fin dai tempi del liceo, che vivi a Londra da tanti anni e che ora, se mi leggi, stai facendo un salto sulla sedia. Ma come? Ti stai dicendo, un pezzo così middle-class, che parla dei Windsor, tu, amica mia, che secondo me non sai nemmeno come si chiamano, concentrata come sei su ben altro e ben più in alto. Invece io no, cara, carissima amica mia, te lo dico ma in fondo lo sai, i Reali e la nobiltà inglese mi affascinano, Downton Abbey è o non è una delle mie serie tv preferite? Quindi ecco spiegata la ragione per cui scrivo di un argomento che parte così dal basso, del Queen’s Speach senza regina, assente per motivi di salute e sporadici problemi di mobilità come dichiarato da Palazzo. Le immagini passate in tv mi hanno molto incuriosita soprattutto perché mi sono soffermata a osservare i due rami di successione reali seduti uno accanto all’altro. Ho visto Carlo con il viso diroccato, forse preoccupato per l’assenza della regina che sta male, ma anche per aver capito che l’aria sta cambiando, che la mamma ha terminato di risolvergli ogni problema, che le serate serene con un brandy in mano insieme a Camilla sono terminate, che il bridge con gli amici è passato in second’ordine perché il gioco tra poco sarà quello di reggere le fila di una monarchia. E poi William molto teso, con i denti digrignati, la nonna è sempre la nonna, è preoccupato per la sua salute? O forse per la voglia crescente di sedersi al più presto sul trono?  Lui ha fatto tutto per bene, ha scelto la moglie giusta, una che scarseggia solo di nobiltà ma i soldi li ha e quelli servono sempre, non manca nemmeno la nidiata, ha messo in campo ogni carta corretta per diventare re, ma non ha tempo da perdere, ha fatto fuori anche il fratello, c’è solo da smuovere i tempi. Se papà abdicasse tutto rientrerebbe nei tuoi progetti, William, ma sporcherebbe la monarchia, la faccia di Carlo che guarda la corona sullo scranno reale lo dice chiaro e tondo, non è tempo per fare mosse ridicole. Te lo direbbe anche mamma Diana. E tu Donatella, porta pazienza per questa pagina molto borghese!