Anni fa, pochi mesi dopo l’inizio del mio attuale lavoro, venni chiamata dalla mia direttrice, voleva informarmi che nei giorni successivi l’azienda mi avrebbe fornita di una divisa da indossare durante l’orario d’ufficio. Mi chiese cosa ne pensavo e ricordo di averle detto di essere d’accordo con la proposta per dare forma e rigore al contesto professionale, aggiungendo con un sorriso che in questo modo avrei speso meno soldi per il mio guardaroba personale, mica male come idea dissi. Per non aggiungere che io sono molto severa nel concepire il modo di presentarsi sul lavoro, forse perché negli anni ho visto un po’ di tutto, come colleghe e colleghi entrare in ufficio seguendo stili assolutamente poco consoni. Sono una vecchia zia lo so, ma dietro a una scrivania credo non ci si debba vestire come sul cubo di una discoteca o magari con abiti talmente dimessi da sembrare vestaglie da casa. Negli anni l’ho sempre desiderata una divisa, fin dai tempi del liceo, come in un college americano, per annullare differenze di sorta. Quindi ho promosso con voti altissimi l’idea, immaginandomi una giacca – meglio blu che nera, per seguire di più i miei gusti – con una camicia sotto, perfetta ho pensato per la reception di una struttura sanitaria come quella dove lavoro. Del resto ne ho viste a mazzi di divise del genere in questi oltre vent’anni di sclerosi multipla invitata come sono stata a frequentare ambulatori di ogni tipo. Ma invece pochi giorni dopo sopra la mia scrivania ho trovato due polo rosse, taglia M, brutte, ma proprio brutte. E poi è passata da me la responsabile del personale che mi ha detto che forse la mia nuova divisa era un po’ troppo grande per me, ma di taglie più piccole non ce n’erano, ecco mi ha detto, questo è un invito a mangiare di più, sei troppo magra, lo vedi che braccia piccoline che hai? Lei ha riso, io anche perché non sapevo cosa replicare, ignoravo del resto quanto quella maglietta rossa, lunga, larga e sbilenca, che da quel momento avrebbe vestito le mie giornate fosse già diventata il contrario di un piccolo grande amore, eppure sempre presente ma visti i tempi meglio così.
Categoria: Cose a caso
Cioccolata calda con la panna
Ieri sera da Fazio c’era Deborah Compagnoni. Quando l’ho vista mi sono fermata per guardarla, pure se la trasmissione del buon Fabio non la seguo più da un bel po’ di tempo, la trovo sempre più infagottata dentro schemi uguali a sé stessi, un anno sabbatico votato al rinnovamento non guasterebbe penso io. Be’ comunque quando ho visto la Compagnoni come fare a non guardarla, m’è venuta fuori quella pagina di anni sportivi popolata di ricordi che vanno da Tomba fino a lei e Isolde Kostner. Emozione al settimo grado. Lo sci a casa mia è sempre stato, mio malgrado, un grande protagonista: le vacanze di Natale si facevano sempre in montagna, nello splendido Cadore, mentre durante le domeniche invernali le gite per sciare mancavano di rado, si partiva tutti e quattro pronti verso skilift e seggiovie. Risultato: tre felicissimi di quelle levatacce verso le piste da sci, bianche, freddissime e ripide, una, io, già pronta al mio inguardabile spazzaneve, svogliato e lento. Mollata l’età delle gite con la famiglia le piste da sci non m’hanno più vista, almeno in diretta. Ma quando si è aperta la pagina dei successi sportivi di Tomba-Compagnoni-Kostner è stato un gioco facile accendermi ed esaltarmi, loro erano straordinari e io un po’ ne capivo, li vedevo scendere e giù e la loro uscita dal cancelletto mi diceva già molto di come sarebbe andata la gara. Fatto salvo per certi imprevedibili miracoli che sapevano fare in pista, cose tipo sbandare a metà slalom, quasi cadere e poi in piedi di nuovo, senza saltare una porta fino ad arrivare giù col miglior tempo e magari vincere con un solo centesimo di secondo di vantaggio, perché se sei programmato per danzare sugli sci il gioco è presto fatto. Vedendoli sciare e vincere non ho mai rimpianto tutte le salite a scaletta che ho fatto incapace com’ero di imparare anche un decente spazzaneve, no, non avrei mai voluto diventare come loro e mettermi al collo tutte quelle medaglie. Quando ero piccola il premio perfetto per la mia giornata sulla neve era la cioccolata calda con la panna da gustare seduta ai tavoli di una baita, di più non volevo, oltre a togliere scarponi e sci. Anche se, pensandoci bene avrei potuto diventare la prima campionessa olimpica che poi si è beccata la sclerosi multipla. Ma mi sarebbe toccato passare da Fazio ieri sera, sai la gioia.
The Crown/4
Ho finito di guardare la quarta serie di The Crown, quella con Diana, quella attesa da mesi per un piano promozionale largamente costruito attorno alle vicende del triangolo matrimoniale più noto del Novecento. Quindi tutti lì, telecomando in mano per capire cosa c’era da sapere di più sulla giovane principessa che fa il suo ingresso a Buckingham Palace, sui suoi sbandamenti, sulle entrate a gamba tesa di Carlo e di Camilla dentro il matrimonio e su tutto quell’insieme che a ben vedere rende la trama ben più che prevedibile. Quello che c’era da aspettare invece era la sceneggiatura, le scelte artistiche su come sarebbero state raccontate vicende così vicine alla memoria storica di molti di noi, sulla parte che sarebbe stata affidata alla monarchia britannica di fronte a passaggi delicati, sulla forma che il racconto avrebbe restituito ad un passato così discusso. E invece quello che ti aspetti c’è ma in forma minore rispetto ad altro. Diana è presente, timida e fuori luogo ma solo all’inizio, Carlo anche, costretto dalla Ditta a sposarla, ovvio poi che c’è Camilla e sappiamo tutti chi è, ma è da un sipario inatteso che spunta la vera protagonista della serie: Margaret Thatcher, primo ministro britannico dal ’79 al ‘90, la Lady di Ferro che traccia un segno inequivocabile sulla quarta serie di The Crown. Diana, Carlo, e Camilla viaggiano quasi come comprimari di un copione ben scritto ma secondario perché è quando la Thatcher compare sulla scena che si alza di livello della serie. Il racconto delle sue discusse scelte politiche che stringono duramente l’economia interna del Regno Unito con il proposito di salvarlo da un grave declino economico in campo internazionale mette i brividi, la resa dei suoi confronti duri e serrati con Elisabetta II sono epici e quasi al limite del credibile, così come la scelta di bombardare le Isole Falkland per dare nuovo vigore alla storia coloniale britannica. Netflix con queste puntate ha fatto una scelta inaspettata, ma chissà, forse non disprezzata nemmeno da Elisabetta II che con la Thatcher non andava d’accordo – lo dicono i libri di storia non i giornali di gossip – ma va anche aggiunto che la Regina non partecipa mai ai funerali dei suoi primi ministri lo ha fatto solo per quello di Winston Churchill e della Lady di Ferro. Qualcosa vorrà pur dire. Mentre a noi resta la consapevolezza che di quel matrimonio molto affollato sappiamo anche troppo.
Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo
Stanotte è morto Paolo Rossi, il mio eroe del calcio. Perché avevo dieci anni nel 1982. Avevo dieci anni e l’Italia vinceva il mondiale di Spagna. Avevo dieci anni in un luglio sorprendente e bellissimo esploso tra le mani di tutti gli italiani. Dieci anni e la scoperta di un’emozione nuova, impossibile da scordare. Il linguaggio del calcio non è mai stato parlato a casa mia, era rigoroso il tg invece, che mi annoiava molto ma toccava guardarlo e pure in silenzio – ma va detto che se molti pezzi di storia mi sono rimastati incollati sulla pelle lo devo proprio a questa abitudine – ed è anche per questo che quello dell’82 è stato il primo mondiale vissuto da spettatrice abbastanza consapevole. Avevo dieci anni e se non altro avevo capito di cosa si parlasse, sapevo che sarebbe stato importante vincere ma sapevo anche che l’Italia partiva dalle retrovie. In squadra c’era anche un certo Paolo Rossi che chissà cosa avrebbe potuto combinare perché arrivava da un periodo difficile e poi il suo nome veniva associato a roba tipo calcio scommesse che qualunque cosa significasse non mi sembrava niente di buono. Le prime partite di quel mondiale andarono come andarono, molto deludenti e avevano portato l’Italia dentro a un girone di fuoco: Argentina-Brasile. Con i più brutti presagi della vigilia arriva però la vittoria contro l’Argentina, è un caso dicono i bene informati, il Brasile ci straccerà e Paolo Rossi poi non ha ancora combinato niente. Ma quando arriva il Brasile nessuno ancora immagina che sarà la vittoria del secolo. La ricordo tutta la tensione di quel pomeriggio, i gol, le urla e tutta quell’incredulità: è sempre l’Italia a correre in avanti mentre il Brasile del gran calcio, la squadra regina che danza con il pallone, quella di Zico e Falcao, quella che costruisce il gioco imbambolando gli avversari alla fine viene costretta ad arrendersi e a mollare la presa sotto i gol di un Paolo Rossi finalmente ritrovato. Un grido all’unisono di gioia fortissima, in dieci anni di vita mai sentito così alto, apre il cielo. La semifinale contro la Polonia è una passeggiata, In finale ci tocca la Germania, si chiama ancora Repubblica Federale di Germania, tanto per sottolineare il corso che prenderà la storia. Quella partita è fissa dentro una cornice: il rigore sbagliato del Bell’Antonio Cabrini nel primo tempo, la paura di non farcela, ma poi Rossi, ancora lui che segna e trascina di nuovo i nostri, arriva Tardelli con un gol che gli fa lanciare in aria quell’urlo memorabile e poi Altobelli, giovanissimo e spudorato. Indimenticabili quei campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo.
365 giorni a Natale
Anche il Natale rallenta causa-Covid. Più che corrette le raccomandazioni in arrivo dall’alto, pranzi famigliari in versione smilza, nonni a casa loro lontani dai nipoti che scartano regali in arrivo via Amazon, messa di Natale anticipata di qualche ora, e via sul tono. Accadrà questo? Certo che no. Le tavolate si riempiranno e senza mascherine, in fondo si sta mangiando, dall’aperitivo al panettone poi, vuoi non farlo. Ci sarà tempo dopo per i rimorsi, come a Ferragosto. Lo spirito pubblicitario sta invece assecondando la misura dei toni con spot sui pandori in clamoroso ritardo rispetto al passato che li faceva partire addirittura da fine ottobre, perché Natale è Natale. Panettoni? Pochi. Idee regalo? Quasi nulle e comunque travestite da qualcosa d’altro: smartphone di nuova generazione, pc, tablet o magari gioielleria, cosmetici, profumeria e via dicendo ma il tutto senza carte luccicanti e fiocchi colorati da scartare. I bimbi? Trascuratissimi dagli spot. Tanto loro non hanno bisogno di suggerimenti. La fiera del regalo sottotono per un Natale che così dovrà essere insomma. Per buttarmi lontanissimo dalla preoccupazione Covid cerco di ricordare un passato di mille e più mille anni fa, quello di una me ragazzina che sulla data di inizio della programmazione pubblicitaria del periodo natalizio ha imparato un bel po’ di cose. Ogni anno con la mia famiglia si partiva per fare le vacanze di Natale nello splendido Cadore, a tutti – tranne che a me, dubbi? – piaceva sciare e quindi via, valigie in auto per raggiungere l’albergo, lo stesso per anni, giornate da trascorrere sulle piste che si concludevano con una cioccolata calda – quella sì molto gradita – e poi dopo cena tra di noi tornei di Monopoli o con carte da gioco in mano. Fino a quel dicembre in cui faccio amicizia con una ragazza di Ferrara con cui poco alla volta riusciamo a scambiare due vaghe parole con un gruppo di ragazzi che rappresentano la migliore gioventù di quell’albergo. Passiamo le serate di quel Natale anche con loro ma non so se della nostra presenza si siano mai accorti, della mia di certo no, so di aver aperto molto poco la bocca di fronte a quei ragazzi, mentre dentro la mia di testolina i pensieri volavano a gonfiare una cotta per tal Alberto, così si chiamava. Quante cose può fare un solo “ciao”, ovvero la gran parte di quello di che ci siamo detti se non ricordo male, sufficiente per accendere il mio cuore comunque. Poi quelle vacanze sono finite, valigie in auto e uno alla volta si è tornati a casa mentre io scrivevo un patto firmato solo dalla mia nuova amica di Ferrara: qui e ora il prossimo anno. Alberto ha firmato per procura, la mia. In quel momento però cominciavano poco meno di 365 giorni al Natale successivo, duri a passare anche per il più forte degli amori. Fino alla fine di ottobre dell’anno dopo quando di botto in tv compare il primo spot di un pandoro: è fatta, è di nuovo Natale, si va in Cadore, diventa meno dura anche l’idea di prendere uno ski lift tanto c’è la cioccolata calda dopo e in serata le chiacchiere con la mia amica di Ferrara, Alberto e il resto della compagnia. Che però non viene. Patto stracciato, procura fallita. Però da allora mi è rimasta una certezza che mi fa sorridere ogni anno: i panettoni in tv da fine ottobre. Stronzo di un Covid, anche il minimo sindacale ti sei preso.
Historia magistra vitae
Quasi tutte le sere, poco dopo cena, in tv c’è un programma che parla di storia, ogni puntata apre un capitolo diverso: in studio c’è un docente universitario che riferisce attorno al proprio ambito di studio presentando una lezione che segue l’argomento in questione basandosi esclusivamente sulla sua specializzazione. Per quante puntate ho visto rare volte ho riconosciuto lo stesso docente e nel caso trattava il medesimo ramo storico, per argomento o epoca. Perché l’onniscienza non esiste, men che meno all’università. Chi è sempre lo stesso invece è il conduttore: Paolo Mieli, giornalista, curriculum ben quotato, molto richiesto e via parlando, quindi niente di male se è stata affidata a lui una trasmissione sul genere. Quello che mi stupisce è l’atteggiamento di assoluta conoscenza che mette in campo lui davanti a qualunque pagina di storia si parli, che sia la Rivoluzione francese o Ottaviano Augusto, le cinque giornate di Milano o la guerra di Sparta contro i persiani oppure i Borboni, il Basso Medioevo, Carlo Martello o gli Asburgo e si potrebbe continuare per ore tanto ce n’è da dire in mille e più mille secoli di storia che abbiamo dietro. Ma se i docenti giustamente cambiano per ogni argomento, Mieli no e soprattutto la sua capacità di reggere il dibattito con i migliori professori universitari. Complimenti. Ora, appare evidente che Mieli ha alle spalle il supporto di un’ottima redazione, che con ogni probabilità ci siano anche taciti accordi con gli stessi docenti per garantire atteggiamenti di collaborazione conciliante, che ogni puntata sia composta da sapienti taglia e incolla della regia, ma su tutto prevale comunque l’atteggiamento ben studiato di Mieli, compresa una certa ed estrema sicurezza di sé che spesso scivola via verso la supponenza. Mentre lo guardo, simpatia o meno che provi per lui, lo invidio, non tanto per il lavoro che fa quanto per i referenti con cui si misura. E in gran parte per il fatto che io ultimamente mi sono arrugginita molto invece, mai stata un prof da cattedra universitaria di sicuro, ma vagamente più raffinata questo sì, ora invece sento di aver perso certi dettagli che non so nemmeno più dove sono finiti. Esempio. Sono veneta, regione in cui il dialetto impera, toglie le doppie con l’accetta senza riguardi e senza rispetto, e io pur non parlandolo mai – se non per certe espressioni di carattere gioviale che è un delitto scansare – ultimamente mi ritrovo a pronunciare parole in italiano rimuovendone più di qualcuna. Proprio io che all’università ho fatto un esame di fonetica e fonologia che mi ha insegnato la dizione corretta di gran parte del vocabolario e che con grande fierezza mi ha fatto rompere le scatole a chiunque dopo aver rintracciato pronunce sbagliate. Paolo Mieli, ti prego dimmi tu come si fa a rimettere in moto tutto quello che si è imparato e magari a confrontarsi con qualcosa di nuovo che male non fa.
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Quel ramo del lago di Como
Trump, sua moglie e poi Berlusconi, Flavio Briatore, Zingaretti ma anche Boris Johnson e Bolsonaro. Sono solo i primi nomi che ora mi vengono in mente pensando a persone importanti o anche solo famose prese di mira dal Covid-19. Questa primavera, quando sospiravamo di dolore e paura guardando i mezzi funebri che partivano da Bergamo per portare le vittime fuori città perché i cimiteri erano tutti pieni abbiamo pensato a Manzoni, ai monatti, al popolo che moriva. Credo che a nessuno di noi sia venuto in mente la possibilità che anche i Don Rodrigo si potessero trasformare in vittime, e chissà mai perché. Eppure niente più della malattia sa essere democratica, si muove a caso, fa il suo nido dove preferisce, non dove sembra ovvio e facile fermarsi ma solo dove trova uno spazio di suo gradimento e che le fa piacere guastare, basso o alto che sia. Come la sclerosi multipla per esempio, che è sbucata dentro di me, ma poteva scegliere un’altra, più ricca, più celebre e popolare. E di certo lo fa. Si chiama democrazia che regola la malattia, un po’ qui, un po’ lì, a caso, senza una legge precisa. E infatti io non frigno, è andata in questo modo per me, cerco di venirne a capo in qualche modo che è meglio di ogni inutile lamento. E se la malattia va e viene senza pianificare nulla è da questa mattina che penso alla strana casualità che sta esprimendo il Covid. Mi stupisce quello che sta succedendo, soprattutto perché ora come ora non sembra poi tanto imprevedibile il suo andamento, studiato direi, come durante una partita a Risiko: d’un botto ha colpito con una mitragliata un piccolo repertorio di potenti negazionisti e per di più sul finale di una delle campagne elettorali più importanti del mondo. Serve di nuovo Manzoni a dire la sua. E direbbe di metterla quella cacchio di mascherina.
Renatino mio e la Betty
Sono emozionata da settimane pensando alla doppietta televisiva che mi aspetta tra oggi e domani. Stasera tocca al live di Renato Zero per celebrare i suoi 70 anni in attesa di Alberto Angela che domani mi farà una puntata speciale sulla storia di Elisabetta II, la grande regina. Oh che gioia, oh che felicità! Con la musica di Renato Zero sono cresciuta, anche se quando ero bambina non sapevo nemmeno dove collocarlo, se fosse o meno bravo, ricordo bene però che ogni estate quando usciva con la nuova canzone mi si spalancava il cuore perché certi versi mi entravano dentro e sembravano scritti proprio per farsi urlare a tutta gola. Strano era strano, con quei capelli lunghi e certi abiti mai visti prima, addosso ad un uomo almeno, e infatti il mondo degli adulti non era generoso con lui, ma io lo ascoltavo lo stesso, solo per radio però, mai chiesto di avere un suo disco, mica stupida io, ero certa che non me lo avrebbero comprato. Domandavo Riccardo Fogli, che arrivava a casa infatti, ma lui stava in giacca e cravatta era più facile. Però Renato mi portava lontano, era altro rispetto a tutto il resto e per mille ragioni, impossibile resistergli. Poi arrivò un Sanremo di molti anni fa, lui si presentò tutto vestito di nero, senza trucco colorato e con i capelli dritti e a toccare le spalle, cantava quel capolavoro di Spalle al muro, la vecchiaia che arriva, quando non vieni calcolato più, quando altri dettano le regole, anche alla tua di vita per quell’andamento naturale del tempo che passa e aggiunge il dolore della fine che incombe. Ero una giovane donna quando l’ascoltati ma piansi per un’esibizione già incorniciata come un capolavoro. Chi sono certa non senta le spalle al muro malgrado l’età è certamente Elisabetta II che domani sera mi racconterà Alberto Angela. Direi che visti i suoi eredi mal cresciuti ha altri pensieri: che fine farà la sua preziosa corona conservata fino ad oggi con estremo talento e stile? Per quel che mi riguarda invece ho la certezza che, viste le mie ridicole capacità di restare sveglia davanti alla tv, io Renatino mio e la Betty non li vedrò né stasera né domani sera. Siano benedetti Mediasetplay e Raiplay per i due indimenticabili pomeriggi che mi regaleranno.
Mea culpa
Disintossicata. E come è stato facile uscirne poi. Riassumiamo, quest’estate tornata casa dal lavoro, mentre mangiavo, mi incollavo davanti alla tv per guardare, con una certa soddisfazione per giunta, una roba che con i toni suadenti di oggi si chiama serie tv. Ambientata a Istambul, ma soprattutto con un figaccione di dimensioni epiche come protagonista. E questo ha avuto un ruolo fondamentale per mantenere alta la mia fascinazione estiva, va detto. Anche se, ogni giorno, quando lo vedevo comparire sulla scena due punti di domanda mi si disegnavano sulla faccia perché diciamo che se le sue qualità estetiche non le potevo mettere in discussione anzi, il suo modo di vestire al contrario era sintonizzato sull’asse contraria dei miei gusti. Camicie sbottonate fino a metà torace, collane e collanine lunghe a toccare la cintola, polsi ricoperti di bracciali con perle e perline, pantaloni infilati dentro stivaletti malmessi, uno che nella vita di tutti i giorni mi provocherebbero quanto meno l’orticaria. Ma, metti che fosse perché lui malgrado il pacchetto orrido che lo avvolgeva restava un figo di grande categoria, metti perché ovviamente di mezzo c’era una bella storia d’amore da cui era impossibile sopravvivere immuni, eccomi tutti i pomeriggi davanti alla tv. Ma non da sola evidentemente, perché gli ascolti sono stati così alti da convincere la rete a cambiarne la programmazione, la serie tv turca è passata da quotidiana a settimanale, non più pomeridiana ma serale. Promozione completa per quel gran figo quindi a cui tocca il debutto in prima serata, quella roba che comincia quasi alle 22.00 però, l’ora in cui io sono stesa a letto da un bel po’ e se non dormo di già è solo per un bel caso. E così prima puntata ovviamente persa. E nel frattempo passa una settimana senza quel figo da vedere tutti i giorni ma bene aggiungere: nessuna nostalgia. Finché succede che ieri pomeriggio, e pure senza troppo entusiasmo, decido di guardare su una piattaforma online quel serale mai visto e… la noia. Perché è noto che quando manca uno studio adeguato del plot mezz’ora la reggi, 50 minuti no, anche se il protagonista è quel figo che è. Resta il fatto che io le ho tutte le colpe per il tempo perduto e la droga ingurgitata: al di là di ogni fatto un uomo con la camicia aperta oltre il primo bottone è quantomeno indecente, quindi non può essere troppo diverso per la serie tv che interpreta. Arrivarci prima, testona.
Fuori tema
Sto leggendo un libro bellissimo. In linea con molte delle letture fatte in questi mesi di 2020 se è per questo. Ecco che sono già fuori tema, sto dicendo che leggo tanto, mamma mia, sempre con un libro in mano io, e via di foto su Ig con copertina di premio Pulitzer sul tavolo e tazza di caffè accanto. Il contrario di quello che intendevo in pratica. Leggo quel che leggo e sono pur sempre fatti miei, sono una lettrice lentissima oltretutto, un’attenta selezionatrice di titoli piuttosto, ma non credo che nessuno che mi conosce veramente, né tantomeno chi è solo una figura che mi sfiora, possa dire di avermi mai sentita dire “Io leggo tantissimo”. Forse perché lo faccio molto meno di quello che vorrei. Ma sono ancora fuori dal tracciato che mi ero data. Dicevo che sto leggendo un libro bellissimo, eppure non sto rallentando la lettura per terminarlo il più tardi possibile, per prolungare il piacere di averlo con me, o via sul genere, cose che ho sentito dire molto spesso o che magari ho letto, sui social in particolare. Tra poco lo finirò invece, forse già stasera, farò la mia piccola breve recensione a personale futura memoria e poi lo riporrò in libreria nel suo spazio. È un Einaudi, starà tra gli altri bianchi, accanto al precedente titolo della sua autrice. Subito dopo ne comincerò un altro come faccio sempre, “io non leggo tantissimo” ma ho il tempo e la voglia per avere sempre un libro sopra il comodino. Ecco che adesso rientro nello svolgimento che mi ero data. A chi potrebbe interessare tutto ciò? A nessuno. Eppure gli andamenti letterari di un paese che legge statisticamente molto poco trasformano il libro in argomento per fugaci confronti tra socialité. Non partecipo, grazie per l’invito. Io quest’estate ho fatto un acquisto, l’unico, una T-shirt che ho visto sul web e che mi ha scatenato la voglia di averla per quello che c’era scritto: Mai sottovalutare una donna che ama leggere ed è nata a gennaio. Sono io mi sono detta e l’ho ordinata e in un attimo, fuori tema.