Ieri ho rivisto per caso la tipa a cui avevo chiesto i contatti per arrivare all’azienda dove ho comprato la mia sedia a rotelle, modello super moderno, leggero, ridotto nelle misure, comodo e via su questa strada. Lei ci è arrivata prima di me, causa grave incidente stradale che le ha spezzato la spina dorsale con conseguenze facili da immaginare. Donna di grande coraggio, temeraria e risoluta ha affrontato la vicenda che le ha stravolto l’esistenza in modo del tutto diverso dal mio. Tanto io cerco solitudine e riservatezza, tanto lei si butta dentro la vita con carica ed energia, tanto io chiudo cardini e stringo nodi, tanto lei cerca legami e connessioni verso l’esterno. Siamo diverse, ma lo saremmo state anche senza sedia a rotelle. La tizia l’ho conosciuta sul mio precedente posto di lavoro, nel giornaletto per il quale scrivevo mi venne affidata una rubrica nella quale lei raccontava la sua esperienza di vita da disabile: storie, racconti, aneddoti e curiosità che la vedevano protagonista, mettendo in luce, anche in chiave simpatica, episodi di vita. Lei mi inviava il suo racconto, io lo mettevo un po’ in ordine secondo il mio stile, lei lo rileggeva per l’approvazione definitiva che molto immodestamente non mi sembra sia mai mancata. Poi quel lavoro è finito con un licenziamento di cui ho scritto e riscritto mentre quella rubrica c’è ancora, non so in che termini e in che modi. Sopravvive comunque il nome della tipa, ma anche l’occhiello che introduce la rubrica: quello che ho scritto io, nell’estate del 2017. Di tempo ne è passato tanto, nel frattempo sono accadute molte cose come quando, a inizio primavera 2018, ho deciso che i tempi erano diventati maturi per far virare la mia vita verso una sedia a rotelle e ho chiamato lei per ricevere consigli. Fu una lunga telefonata la nostra, a breve ci fu un appuntamento nelle sale dell’azienda dove ho fatto uno degli acquisti più importanti della mia vita, poi anche un caffè bevuto insieme nel quale commentammo la fighezza del commesso che mi aveva seguita. Ma non ci fu nessun accenno ad altro, una cosa sul tipo, sai, mi hanno chiamata dalla redazione, continua la rubrica, mi spiace non lavorare più con te. Stai tranquilla avrei detto, non c’è nessun problema, era proprio quello che pensavo allora e che penso oggi. Perché poi, pur ricordando molto bene quella dolorosa pedata sul sedere che mi hanno tirato per liberarsi di me, con quella ciurma di incapaci non vorrei lavorare più. Gente che non si è nemmeno accorta che tracce della mia penna sopravvivono ancora sulle pagine di quel fottuto giornale.