Quel ramo del lago di Como

Trump, sua moglie e poi Berlusconi, Flavio Briatore, Zingaretti ma anche Boris Johnson e Bolsonaro. Sono solo i primi nomi che ora mi vengono in mente pensando a persone importanti o anche solo famose prese di mira dal Covid-19. Questa primavera, quando sospiravamo di dolore e paura guardando i mezzi funebri che partivano da Bergamo per portare le vittime fuori città perché i cimiteri erano tutti pieni abbiamo pensato a Manzoni, ai monatti, al popolo che moriva. Credo che a nessuno di noi sia venuto in mente la possibilità che anche i Don Rodrigo si potessero trasformare in vittime, e chissà mai perché. Eppure niente più della malattia sa essere democratica, si muove a caso, fa il suo nido dove preferisce, non dove sembra ovvio e facile fermarsi ma solo dove trova uno spazio di suo gradimento e che le fa piacere guastare, basso o alto che sia. Come la sclerosi multipla per esempio, che è sbucata dentro di me, ma poteva scegliere un’altra, più ricca, più celebre e popolare. E di certo lo fa. Si chiama democrazia che regola la malattia, un po’ qui, un po’ lì, a caso, senza una legge precisa. E infatti io non frigno, è andata in questo modo per me, cerco di venirne a capo in qualche modo che è meglio di ogni inutile lamento. E se la malattia va e viene senza pianificare nulla è da questa mattina che penso alla strana casualità che sta esprimendo il Covid. Mi stupisce quello che sta succedendo, soprattutto perché ora come ora non sembra poi tanto imprevedibile il suo andamento, studiato direi, come durante una partita a Risiko: d’un botto ha colpito con una mitragliata un piccolo repertorio di potenti negazionisti e per di più sul finale di una delle campagne elettorali più importanti del mondo. Serve di nuovo Manzoni a dire la sua. E direbbe di metterla quella cacchio di mascherina.

Renatino mio e la Betty

Sono emozionata da settimane pensando alla doppietta televisiva che mi aspetta tra oggi e domani. Stasera tocca al live di Renato Zero per celebrare i suoi 70 anni in attesa di Alberto Angela che domani mi farà una puntata speciale sulla storia di Elisabetta II, la grande regina. Oh che gioia, oh che felicità! Con la musica di Renato Zero sono cresciuta, anche se quando ero bambina non sapevo nemmeno dove collocarlo, se fosse o meno bravo, ricordo bene però che ogni estate quando usciva con la nuova canzone mi si spalancava il cuore perché certi versi mi entravano dentro e sembravano scritti proprio per farsi urlare a tutta gola. Strano era strano, con quei capelli lunghi e certi abiti mai visti prima, addosso ad un uomo almeno, e infatti il mondo degli adulti non era generoso con lui, ma io lo ascoltavo lo stesso, solo per radio però, mai chiesto di avere un suo disco, mica stupida io, ero certa che non me lo avrebbero comprato. Domandavo Riccardo Fogli, che arrivava a casa infatti, ma lui stava in giacca e cravatta era più facile. Però Renato mi portava lontano, era altro rispetto a tutto il resto e per mille ragioni, impossibile resistergli. Poi arrivò un Sanremo di molti anni fa, lui si presentò tutto vestito di nero, senza trucco colorato e con i capelli dritti e a toccare le spalle, cantava quel capolavoro di Spalle al muro, la vecchiaia che arriva, quando non vieni calcolato più, quando altri dettano le regole, anche alla tua di vita per quell’andamento naturale del tempo che passa e aggiunge il dolore della fine che incombe. Ero una giovane donna quando l’ascoltati ma piansi per un’esibizione già incorniciata come un capolavoro. Chi sono certa non senta le spalle al muro malgrado l’età è certamente Elisabetta II che domani sera mi racconterà Alberto Angela. Direi che visti i suoi eredi mal cresciuti ha altri pensieri: che fine farà la sua preziosa corona conservata fino ad oggi con estremo talento e stile? Per quel che mi riguarda invece ho la certezza che, viste le mie ridicole capacità di restare sveglia davanti alla tv, io Renatino mio e la Betty non li vedrò né stasera né domani sera. Siano benedetti Mediasetplay e Raiplay per i due indimenticabili pomeriggi che mi regaleranno.

Mea culpa

Disintossicata. E come è stato facile uscirne poi. Riassumiamo, quest’estate tornata casa dal lavoro, mentre mangiavo, mi incollavo davanti alla tv per guardare, con una certa soddisfazione per giunta, una roba che con i toni suadenti di oggi si chiama serie tv. Ambientata a Istambul, ma soprattutto con un figaccione di dimensioni epiche come protagonista. E questo ha avuto un ruolo fondamentale per mantenere alta la mia fascinazione estiva, va detto. Anche se, ogni giorno, quando lo vedevo comparire sulla scena due punti di domanda mi si disegnavano sulla faccia perché diciamo che se le sue qualità estetiche non le potevo mettere in discussione anzi, il suo modo di vestire al contrario era sintonizzato sull’asse contraria dei miei gusti. Camicie sbottonate fino a metà torace, collane e collanine lunghe a toccare la cintola, polsi ricoperti di bracciali con perle e perline, pantaloni infilati dentro stivaletti malmessi, uno che nella vita di tutti i giorni mi provocherebbero quanto meno l’orticaria. Ma, metti che fosse perché lui malgrado il pacchetto orrido che lo avvolgeva restava un figo di grande categoria, metti perché ovviamente di mezzo c’era una bella storia d’amore da cui era impossibile sopravvivere immuni, eccomi tutti i pomeriggi davanti alla tv. Ma non da sola evidentemente, perché gli ascolti sono stati così alti da convincere la rete a cambiarne la programmazione, la serie tv turca è passata da quotidiana a settimanale, non più pomeridiana ma serale. Promozione completa per quel gran figo quindi a cui tocca il debutto in prima serata, quella roba che comincia quasi alle 22.00 però, l’ora in cui io sono stesa a letto da un bel po’ e se non dormo di già è solo per un bel caso. E così prima puntata ovviamente persa. E nel frattempo passa una settimana senza quel figo da vedere tutti i giorni ma bene aggiungere: nessuna nostalgia. Finché succede che ieri pomeriggio, e pure senza troppo entusiasmo, decido di guardare su una piattaforma online quel serale mai visto e… la noia. Perché è noto che quando manca uno studio adeguato del plot mezz’ora la reggi, 50 minuti no, anche se il protagonista è quel figo che è. Resta il fatto che io le ho tutte le colpe per il tempo perduto e la droga ingurgitata: al di là di ogni fatto un uomo con la camicia aperta oltre il primo bottone è quantomeno indecente, quindi non può essere troppo diverso per la serie tv che interpreta. Arrivarci prima, testona.

Fuori tema

Sto leggendo un libro bellissimo. In linea con molte delle letture fatte in questi mesi di 2020 se è per questo. Ecco che sono già fuori tema, sto dicendo che leggo tanto, mamma mia, sempre con un libro in mano io, e via di foto su Ig con copertina di premio Pulitzer sul tavolo e tazza di caffè accanto. Il contrario di quello che intendevo in pratica. Leggo quel che leggo e sono pur sempre fatti miei, sono una lettrice lentissima oltretutto, un’attenta selezionatrice di titoli piuttosto, ma non credo che nessuno che mi conosce veramente, né tantomeno chi è solo una figura che mi sfiora, possa dire di avermi mai sentita dire “Io leggo tantissimo”. Forse perché lo faccio molto meno di quello che vorrei. Ma sono ancora fuori dal tracciato che mi ero data. Dicevo che sto leggendo un libro bellissimo, eppure non sto rallentando la lettura per terminarlo il più tardi possibile, per prolungare il piacere di averlo con me, o via sul genere, cose che ho sentito dire molto spesso o che magari ho letto, sui social in particolare. Tra poco lo finirò invece, forse già stasera, farò la mia piccola breve recensione a personale futura memoria e poi lo riporrò in libreria nel suo spazio. È un Einaudi, starà tra gli altri bianchi, accanto al precedente titolo della sua autrice. Subito dopo ne comincerò un altro come faccio sempre, “io non leggo tantissimo” ma ho il tempo e la voglia per avere sempre un libro sopra il comodino. Ecco che adesso rientro nello svolgimento che mi ero data. A chi potrebbe interessare tutto ciò? A nessuno. Eppure gli andamenti letterari di un paese che legge statisticamente molto poco trasformano il libro in argomento per fugaci confronti tra socialité. Non partecipo, grazie per l’invito. Io quest’estate ho fatto un acquisto, l’unico, una T-shirt che ho visto sul web e che mi ha scatenato la voglia di averla per quello che c’era scritto: Mai sottovalutare una donna che ama leggere ed è nata a gennaio. Sono io mi sono detta e l’ho ordinata e in un attimo, fuori tema.

Era il 2017

 

Ieri ho rivisto per caso la tipa a cui avevo chiesto i contatti per arrivare all’azienda dove ho comprato la mia sedia a rotelle, modello super moderno, leggero, ridotto nelle misure, comodo e via su questa strada. Lei ci è arrivata prima di me, causa grave incidente stradale che le ha spezzato la spina dorsale con conseguenze facili da immaginare. Donna di grande coraggio, temeraria e risoluta ha affrontato la vicenda che le ha stravolto l’esistenza in modo del tutto diverso dal mio. Tanto io cerco solitudine e riservatezza, tanto lei si butta dentro la vita con carica ed energia, tanto io chiudo cardini e stringo nodi, tanto lei cerca legami e connessioni verso l’esterno. Siamo diverse, ma lo saremmo state anche senza sedia a rotelle. La tizia l’ho conosciuta sul mio precedente posto di lavoro, nel giornaletto per il quale scrivevo mi venne affidata una rubrica nella quale lei raccontava la sua esperienza di vita da disabile: storie, racconti, aneddoti e curiosità che la vedevano protagonista, mettendo in luce, anche in chiave simpatica, episodi di vita. Lei mi inviava il suo racconto, io lo mettevo un po’ in ordine secondo il mio stile, lei lo rileggeva per l’approvazione definitiva che molto immodestamente non mi sembra sia mai mancata. Poi quel lavoro è finito con un licenziamento di cui ho scritto e riscritto mentre quella rubrica c’è ancora, non so in che termini e in che modi. Sopravvive comunque il nome della tipa, ma anche l’occhiello che introduce la rubrica: quello che ho scritto io, nell’estate del 2017. Di tempo ne è passato tanto, nel frattempo sono accadute molte cose come quando, a inizio primavera 2018, ho deciso che i tempi erano diventati maturi per far virare la mia vita verso una sedia a rotelle e ho chiamato lei per ricevere consigli. Fu una lunga telefonata la nostra, a breve ci fu un appuntamento nelle sale dell’azienda dove ho fatto uno degli acquisti più importanti della mia vita, poi anche un caffè bevuto insieme nel quale commentammo la fighezza del commesso che mi aveva seguita. Ma non ci fu nessun accenno ad altro, una cosa sul tipo, sai, mi hanno chiamata dalla redazione, continua la rubrica, mi spiace non lavorare più con te. Stai tranquilla avrei detto, non c’è nessun problema, era proprio quello che pensavo allora e che penso oggi. Perché poi, pur ricordando molto bene quella dolorosa pedata sul sedere che mi hanno tirato per liberarsi di me, con quella ciurma di incapaci non vorrei lavorare più. Gente che non si è nemmeno accorta che tracce della mia penna sopravvivono ancora sulle pagine di quel fottuto giornale.

È il mocassino che parla

Ora che le cose potrebbero essere tornate alla quasi normalità – o almeno così speriamo tutti – anche al lavoro sembra di poter dire che dài forse se ne viene fuori. L’altro giorno, per esempio, ho rivisto un tizio che gira dalle mie parti e con cui sono costretta ad avere a che fare perché è un cliente. Non lo vedevo da mesi, non mi mancava neanche un po’, ma, vabbè, con tutto quello che c’è stato di mezzo meglio ritrovarmelo davanti, anche lui è segno di una quasi ritrovata normalità. Qui dove abito ci conosciamo un po’ tutti, quantomeno di fama, la cittadina è piccola e lui è il marito di una tipa con cui, ahimè, ho dovuto crescere, una vecchia compagna di scuola, di quelle che purtroppo ti tocca sopportare almeno per qualche anno. E ora, guarda la vita, sulla mia strada è capitato lui, un cinquantenne o giù di lì, senza contenuto, vanesio, superbo, arrogante. Uno spasso insomma. Ma con me mai uno scontro, ovvio, c’è una sedia a rotelle di mezzo, non ha idea di come gestirla, tra i suoi talenti non colgo intelligenza dopo tutto. Quando me lo vedo arrivare davanti mi si torce comunque stomaco, perché lo capisci subito com’è un personaggio anche da come si veste e lui, col suo capello inutilmente lungo per nascondere a mala pena una calvizie incipiente, la giacca da manager abbinata alla camicia con collo inamidato, il pantalone a vita alta e gamba corta che mette in vista l’inguardabile mocassino senza calza, è l’ineleganza costruita in poche mosse attorno ad una personalità vuota. L’altro giorno quando ha suonato il campanello l’ho accolto con il consueto sorriso sotto la mascherina, ho ascoltato le sue richieste e mentre io assolvevo ai miei compiti lui parlava, un blablabla sufficientemente vano, commenti vari sugli ultimi mesi finché l’ho sentito dire che abbiamo passato un periodo che ha richiesto grande resilienza a tutti noi. Resilienza. Già. Ho consegnato le carte richieste e ho salutato. Mi serve molta forza per sopportare l’uso della parola resilienza, non perché sia brutta, non perché venga utilizzata in modo scorretto, non perché sia più sgradevole di tante altre. Ma perché è di moda, perché è ripetuta a caso, senza ordine, senza criterio, senza giudizio. Da chiunque. Solo per averla sentita dire. Detta e ridetta a catena, in quantità esagerata, in troppi casi solo per dare l’idea di essere colti, capaci di mettere insieme grandi discorsi per incartarsi subito dopo attorno al verbo giusto. In pochi – e di sicuro non io – possono dirsi certi di parlare perfettamente una lingua complessa come l’italiano, ma quel che è certo è che l’abuso di parole come resilienza non trasforma nessuno in un novello Dante. Figuriamoci un tizio con mocassino senza calza.

Zero in condotta

Stamattina ho chiamato il Centro sclerosi multipla che mi segue, volevo avere qualche informazione in più sulla mia prossima visita di controllo, ce l’avrei il prossimo 25 giugno ma, causa Covid-19, potrebbe saltare, così mi avevano detto tempo fa, e ridursi solo a un contatto Skype o Wapp. Oggi volevo la conferma che ce l’avrei fatta a non vederli per portare a casa un risultato molto più che vincente e, viste le mie capacità inventive e quel certo talento creativo che mi appartengono, ne sarei potuta uscire come una prima della classe senza sottopormi al loro giudizio diretto. E invece oggi mi hanno detto che il protocollo potrebbe cambiare, manca ancora un mese hanno sottolineato con tono di sufficienza, e l’obiettivo è quello di tornare al più presto alla normalità per riprendere con le classiche visite di controllo, che da un lato vuol dire che le cose stanno andando bene e che questa Fase 2 prenderà a breve la direzione verso la Fase 3, ma dall’altro che io sono stata fottuta. Di rivederli in faccia non ho nessuna voglia, con quel pacco di esami di controllo che devo portare sulle loro scrivanie soprattutto, gli stessi che a distanza di vent’anni dalla prima volta ancora mi mettono ansia come un compito di greco di Aristotele da tradurre. E allora ho deciso. Faccio la strafottente questa volta, stravolgo le regole del gioco e risolvo io. Non farò niente, soprattutto niente risonanza, così come niente di tutto il resto, capiranno mi sono detta, se non lo sanno loro in che condizione stanno gli ospedali chi lo deve sapere? Candida come un ingenuo giglio innocente dirò che non c’è stata possibilità di prenotare tutti gli esami e che ho dovuto disdire anche quelli già fissati in agenda. Semplici bugie, perché tempo un mese sarei in grado di fare tutto, per l’odiosa risonanza poi ho già la data e basta andare a farla, ma serve dirlo che non ne ho nessuna voglia? Resta comunque la premessa che non è nemmeno detto che l’ospedale in questione me la faccia fare, un casino insomma. Quindi ho preso in mano la situazione, se loro decideranno di volermi vedere in diretta mi presenterò del tutto impreparata, per la prima volta davanti a quella temibile commissione rischierò un brutto voto che potrebbe fare media lo so, rovinando la mia pagella di studentessa ineccepibile che ha sempre rispettato ogni regola senza mai sgarrare. Ma che ora, lo dichiara, s’è rotta le palle.

Maturità, t’ho presa prima

Ieri ho scritto al centro sclerosi multipla che mi segue da due decenni perché mi servivano delle informazioni, l’ho fatto con largo anticipo perché visto il periodo mi sono detta che era meglio non trovarmi con l’insopportabile fiato sul collo dell’ultimo minuto. In programma per il prossimo 25 giugno infatti ho la visita semestrale di controllo e in quell’occasione ho bisogno di un paio di documenti che mi devono preparare proprio i neurologi che mi seguono, visto quello che la sanità sta passando meglio essere previdenti mi sono detta. Ho inviato la mail e ho ricevuto una replica immediata, una di quelle risposte preimpostate che raggiungono il mittente subito: tutto cambia mi si dice, le visite saltano, saranno sostituite da contatti con il paziente via Skype o Wapp concordati al telefono a tempo debito, chiamano loro, come i fidanzatini delle medie, e tu lì in attesa. Quindi ricapitolando, in questa Fase 2 è entrata in vigore un’ordinanza regionale che chiude gli ingressi agli ospedali, anche non strettamente Covid-19, nei quali verranno accolte solo le urgenze mentre per tutto il resto si fa quello che si può e come si può. Visite di controllo con Skype o Wapp, allora, come le interrogazioni della scuola, poveri ragazzi, come la loro maturità senza una vera indimenticabile notte prima degli esami. Non riesco nemmeno a immaginare il modo in cui verranno organizzate le visite perché per farne una di controllo per sclerosi multipla serve un rapporto diretto tra medico e paziente, domande ma anche contatti fisici, prove dirette sulla resistenza del corpo, analisi di occhi, serrata dei denti, sensibilità agli arti e via discorrendo. Provo a concentrarmi su come potrebbe essere la visita, ed eccola qui la mia soluzione: scoverò una postazione della casa dove alle mie spalle esca bene la libreria, perché si usa così, e sorriderò, e mentirò, a ogni domanda dirò che va tutto benissimo, mai stata meglio, la visita sarà virtuale, loro, infatti, potranno mettermi alla prova solo entro un certo limite, non potrò presentare nemmeno l’esito della temutissima risonanza magnetica, quello che decide quanti danni ha seminato sul campo la bella stronza, la clinica dove dovrei farla ha posto gli stessi freni, tutto andrà benissimo quindi, obiettivo raggiunto, 100/100 sul tabellone dei voti. Pensando di essere io la più furba del reame.

Buon Natale

Da ieri sera si sa che questa fottuta quarantena durerà quantomeno fino al 3 maggio. Non credo che la notizia abbia colto qualcuno di sorpresa, la situazione la conosciamo figuriamoci, ma sentirselo dire a brutto muso mica è cosa piacevole, per niente anzi. Chissà come sarà il nostro stato d’animo alla volta della fine di questo periodo, piuttosto. Posso andare in libreria però, è una delle poche attività a cui è consentita la riapertura: potrei mettermi lì, in un angolo con un libro in mano, leggere per respirare aria nuova. Non male come idea, in effetti. Fino a qualche anno fa lo facevo, almeno una volta la settimana. C’era una libreria qui nella città dove abito, a pochi metri da dove vivevo – possibile pure che fosse entro i 200 -, che finché non ha chiuso è stata il mio rifugio preferito. Ci andavo, stavo lì, e anche se sapevo già cosa avrei comprato mica facevo veloce, mi sedevo da qualche parte ma non per leggere, per chiacchierare invece, con la libraia, persona deliziosa, romantica e un po’ svanita, e con i suoi clienti, una in particolare divenuta mia amica. Ci si aspettava, si cominciava a parlare, di libri, di scrittori, di nuove uscite ma anche di noi, della vita e di cazzate, ché la cultura è bella ma c’è bisogno anche di tutto il resto. Gli ultimi giorni prima di Natale raggiungevano il picco massimo del mio piacere in libreria, c’era da fare i pacchettini regalo e come se quella fosse stara una frontiera di guerra io mi sono sempre sentita in dovere di arruolarmi. E Natale dopo Natale, dietro quel piccolo banco, pieno di carta regalo colorata e rotoli luminosi di nastro, eravamo sempre in tre, io, l’amica libraia e l’amica di lettura. Girava un sacco di gente in quei giorni, c’era bisogno di aiuto perché coi libri è così: quando le hai pensate tutte e non hai più idee, quando il destinatario appartiene all’ultima categoria dei cugini di quarto grado che vedrai al pranzo dai nonni, quando devi fare i conti con suocera o cognata indisponente diventano il regalo ideale. Ma se a tua volta non sei un lettore autentico ti ritrovi a girare tra gli scaffali per comprare un po’ a caso. E noi giù a ridere, figurati se non li riconoscevamo al volo i clienti natalizi, piuttosto mi stupisco che nessuno non ci abbia tirato addosso uno di quei tomi da 500 pagine di Vespa che invece venivano comprati senza misura. Ma si finiva in fretta di ridere, il negozio si riempiva sempre, c’era da lavorare, pacchetti su pacchetti, i miei erano i più sbilenchi, al punto che s’era deciso, tra le risate, che dovevo limitarmi a fermare il nastro con il dito mentre loro ci cimentavano a costruire le più fantasiose decorazioni. Arrivati al momento della chiusura del 24 sera, l’amica libraia tirava fuori dal cassetto i due pacchetti più belli che contenevano proprio i titoli che ciascuna di noi due voleva. Solo un’insopportabile quarantena può farmi ricordare alla vigilia di Pasqua proprio il Natale.

 

La storia siamo noi

E se c’è un’altra pagina di storia che la mia generazione ha vissuto, drammatica e dai sentimenti agitati molto simili a quelli di oggi, be’ allora si torna agli anni Settanta dentro quell’infinito buco che è stato il terrorismo, rosso e nero. Oggi è l’anniversario dal rapimento di Aldo Moro: 16 marzo 1978. Avevo 6 anni e gran parte di quel periodo me lo ricordo: tutti i tg cominciavano con la sua foto scura che appariva sullo sfondo, sui quotidiani c’erano quelle in cui teneva un giornale in mano da intendere come la testimonianza che quel giorno era ancora vivo, oppure certe lettere che si aprivano con una stella dentro a un cerchio. Ricordo che ascoltavo tutto ma che non capivo un granché e che chiedevo sempre che cosa volessero le Brigate Rosse ma non ricevevo risposte soddisfacenti, come quelle che non riceverebbe oggi una bimba che chiedesse cosa sta succedendo. C’era paura allora e non manca di certo adesso, è di altro genere, questo sì, ma ha tratti allo stesso modo oscuri. Era maggio quando si seppe della fine di Moro, stavo facendo i compiti, arrivò mio papà, lo hanno trovato disse, lo raggiunse mia mamma, vivo o morto? chiese lei e la tv risolse ogni dubbio. Oggi i tg non conoscono il concetto di edizione straordinaria, sono sempre in onda e passano continuamente tutte le notizie che servono, l’epoca è cambiata, ci sono social di ogni tipo, davvero difficile rimanere disinformati. Ma l’idea di base mica cambia. Biosogno di sapere, di capire, di essere protagonisti del proprio tempo. Oggi la storia ci ricorda che con l’uccisione di Moro cominciò la fine di un tempo pauroso entrato nei libri di scuola. Arriverà anche la fine di tutto questo tragico oggi. Historia magistra vitae est.