Con un poco di zucchero

Il giorno dell’Epifania ero al lavoro. Capirai la novità, le ho lavorate tutte le Festività, mi sono risparmiata solo il Capodanno, che era anche il giorno del mio compleanno se è per questo, ma è stato un caso puro e semplice. Be’ insomma all’Epifania ero lì, me ne stavo dietro al computer e vedo entrare sorridente uno dei miei colleghi, compagno di lavoro con il quale ci alterniamo per i vari turni, che in velocità poggia sulla scrivania una scatola a forma di calza, è per te, mi dice, sei la mia befana preferita. Lo guardo sorpresa, al Sud l’Epifania è una festa molto sentita, continua, e tu sei accogliente come noi napoletani. Ho aperto la scatola colorata e dentro c’era il bendiddio: cioccolata, al latte, bianca, fondente – la mia preferita – croccante, biscotti, caramelle morbide e dure, marshmallow rosa e bianchi e poi non finisce certo qui. Un patrimonio di dolcezza che senza aiuto finirò non prima della prossima Epifania, ma non ho avuto cuore per dirgli che i dolci li mangio molto poco, sono donna da salato io. E chi se ne frega aggiungo, questo giovane poco più che ventenne mi ha resa felice, il suo gesto mi ha fatta sentire speciale, anche perché è dichiaratamente gay e conosco pure il suo compagno, non mi sta certamente facendo la corte, non ha interessi. Si è mosso di suo, senza nemmeno immaginare che quella valanga di cioccolato, che quasi sicuramente non mangerò tutta, ha addolcito quel certo pensiero malinconico che mi gira per la testa in questi giorni.

Tua sorella? Anche no

Ciao cara. Grazie tesoro. Prego stella. Così a caso, senza che tra le due parti ci sia un rapporto non dico affettivo ma almeno di vaga conoscenza. Cara? Tua sorella forse, io no, lo penso all’istante quando qualcuno mi si rivolge così, e la mia testa si gira dall’altra parte e a spostarsi verso l’interlocutore è solo lo sguardo, obliquo e sufficientemente gelido per chiudere ogni conversazione. Mi odio da sola quando faccio così e mi sto molto antipatica e poi mi sento pure in colpa, ma se io e te non abbiamo condiviso nulla, se non abbiamo riso per ore come due cretini, se non abbiamo pianto insieme perché ci andava di farlo proprio perché eravamo noi due, se niente ci lega e se non sei nemmeno inglese, elegante e finto come solo gli inglesi, il tuo cara per me è puro fastidio. Ma tanto non lo capirai, perché sei certamente uno di quelli che si è dimenticato cosa significhi dare del lei, quella forma che mantiene alta una barriera che è un po’ sociale, un po’ anagrafica e di certo rispettosa per rivolgersi al mondo che sta attorno. E qui, se serviva, si vede ancora di più che non sei inglese, la sua lingua è forse meno complessa della nostra, ma le formule adeguate per rivolgersi a un Duca, tanto per dire, le ha eccome.

Sorridi tu che sorrido anche io

Lancia in resta ora si parte e si fa la guerra. Premessa, circa un mese fa m’è toccato fare gli esami del sangue, cosa che odio fra l’altro, perché sono una vecchia piagnona, timorosa di tutto, ma dei prelievi un po’ di più. Ma questo è un altro discorso. Da qualche tempo ormai tutti gli ospedali si sono dotati di impianti regola code con un doppio sistema introdotto per garantire un accesso prioritario alle categorie più deboli, tra cui i disabili. Non è tanto che strappo con leggerezza questo tagliando, per anni pur avendone diritto sono passata oltre con una certa fierezza – disabile? fottiti -, poi con una scusa qualunque ho cominciato a cedere, fino ad oggi in cui lo faccio come chi sa di fare la cosa giusta. Un mese fa, mio malgrado, ho dovuto fare gli esami e sono andata al centro prelievi del mio paese. 7.30 del mattino, strappo il mio tagliando, mi metto silenziosamente in coda e osservo. E ascolto. La voce computerizzata che chiama i codici e le cifre poste sui i tagliandi che tutti noi utenti abbiamo in mano procede molto lentamente. E in modo strano. Il mio turno viene spesso superato dai codici che non segnalano diritto di priorità. Termino le fasi dell’accettazione alle 7.58. Mezz’ora di attesa. Procedo verso l’ambulatorio del centro prelievi. Sono di nuovo in coda Che sarà lunga. Termino alle 8.39. Più di un’ora. Torno a casa e scrivo una mail al Direttore Sanitario della mia Asl. Con toni urbani e civili segnalo un problema, informo, e senza polemiche, che forse il sistema di accesso prioritario, che dovrebbe tutelare le categorie più deboli, in modo evidente non funziona. Dopo un mese ricevo una risposta. Con toni poco accomodanti e disposti al dialogo mi si fa capire che sono state controllate le informazioni che io ho fornito, gli orari che io ho riportato sono perfettamente allineati ai loro, ma c’è un dettaglio un più, quella mattina per sottoporsi al prelievo si erano presentate ben 98 persone. Il sotto testo è presto detto: che pretese ho. Quindi, fatemi capire, l’attenzione per il mondo della disabilità va benissimo se serve per andare sui giornali con grandi sorrisi nelle foto da prima pagina ma quando si tratta di fornire servizi di base che funzionino si liquida il tutto con una mail che non dà uno straccio di risposta alla questione? Ecco, caro Direttore Sanitario della mia Asl ora leggerà la mia nuova mail, che sarà meno urbana e meno civile della prima, che pretenderà risposte ai miei quesiti meno fanfarone e inutili delle precedenti perché lo sappia i bei sorrisi li so fare anche io.

Quelle notti da non smettere mai

Mi ha chiamata un’amica che non sentivo da tempo, da anni, da un buon decennio credo, e le ragioni di questo silenzio non le so nemmeno rintracciare, perché non lo ricordo un litigio tanto epico da giustificare un allontanamento di questo tipo. Ma tant’è, è andata così, vero è che se due persone non si sentono più è una decisione che prendono entrambe c’è poco da stare lì a rimbalzarsi le colpe addosso. Mi è sembrata emozionata nel sentirmi, più di me di sicuro che ero più che altro sorpresa, non ho riconosciuto il suo numero, mi ha detto essere lo stesso di un tempo, quindi non era più nella memoria del mio telefono, ma in quella del suo evidentemente sì. Se l’ho cancellato non so il perché però. Non ho riconosciuto nemmeno la sua voce, lei mi ha detto che la mia è sempre uguale. Ho fatto una battuta a quel punto, andando avanti così ne uscivo sempre peggio, lei ha riso e allora sì che l’ho riconosciuta, le risate evidentemente non cambiano o forse io le ricordo di più, sono qualcosa da tenere bene a mente. Mi ha chiamata anche perché un amico comune mi aveva vista poche settimane prima e c’era un po’ rimasto male: la sedia a rotelle non è bella da vedere e crea imbarazzi anche se io sono serena e sorridente, ma forse è difficile capire tutto l’universo nuovo che mi si è aperto davanti e che, se non è proprio posizionato in cima alla classifica del mio piacere, è certamente uno spazio di libertà che prima non avevo e ora è diventato vita. La telefonata poteva concludersi lì, spazio ai convenevoli più noti, tu come stai, tutto bene grazie, mi raccomando adesso sentiamoci più spesso, sì certo ok, non facciamo passare troppo tempo, no, ovvio che no, per poi chiudere in fretta che tanto non c’era più altro da dire. Ma invece è uscito un ricordo, uno dei tanti di quel bel pezzo di vita vissuto insieme, e allora un’altra risata, bella grossa, perché a volte gli episodi più stupidi se ne trascinano addosso altri e la girandola della memoria si mette in moto anche senza raccontarla. Piccolo dettaglio: l’amico comune gestiva un locale dove sostiene che io e lei avremmo trascorso una festa di San Silvestro ma nessuna delle due lo ricorda. Lui dice sia stata una festa vissuta prevalentemente sopra i tavoli a far casino. Quindi va così, ci sono tre persone di cui una sembra avere le idee chiare su quello che è successo, le altre due sono pronte a negare l’evidenza. Mica mentono, è solo che non è bello aver dimenticato di essersi divertite tanto.

Dài che si riparte

Ho fatto una lunga pausa dallo scrivere, ho mollato i buoni propositi molto prima che cominciasse l’anno nuovo, ma non devo fare troppa fatica per cercare le ragioni, sono solo una sfaccendata, pigra e indolente, e lo sono da sempre. Nessuna intenzione di lasciare da parte la mia idea iniziale per divertirmi scrivendo, anzi sensi di colpa per non essere più sul pezzo, per una fastidiosa svogliatezza che mi ha fatto trascurare il blog. In questo periodo ogni giorno sarebbe stato buono per aggiungere qualche cosa, un piccolo capitolo di vita da mettere giù solo per il piacere di raccontare qualcosa. Ma invece gli alibi li ho trovati tutti: le feste, gli amici ritrovati, il Natale, perfino il compleanno, perché compio pure gli anni in questi giorni io, ma uno scampolo di tempo per scrivere qualcosa in questo angolo solo mio mica l’ho trovato, figuriamoci. Mi sono detta non so che scrivere, ed era una bugia, e comunque più di tanto non mi sono sforzata e quando uno straccio di idea mi è venuta l’ho messa da parte, tornerà ho pensato, ma di certo non sarà più fresca, un diario non vale dieci giorno dopo, è la regola. Quindi oggi torno, senza avere niente da dire forse, ma solo per il piacere, tutto mio, di volerci essere di nuovo. In fondo questo blog è nato per me, mica per altro, mica per altri. Dài che si riparte.

Toni bassi e sentimenti in alto

Domenica sera mi sono innamorata, così all’improvviso, senza aspettarmelo. Sapevo già chi fosse ma non avevo mai avuto modo di sentirlo parlare o forse non avevo mai avuto voglia di farlo, a volte capita. Ma domenica sera me lo sono trovata di fronte e qualcosa è cambiato, il mio scarso entusiasmo iniziale ha dovuto retrocedere di botto. Mentre parlava l’interesse cresceva, per quello che diceva, per il garbo con cui lo faceva, per le immagini che le sue parole evocavano. Ho voluto rivederlo, ieri sera l’ho fatto, ho acceso Rai Play sintonizzandomi sull’ultima puntata del programma di Fazio e ho riguardato l’intervista a Renzo Piano. Questa volta poche sorprese, sapevo già cosa avrebbe detto e che genere di portata avrebbero avuto le sue parole, soprattutto quando ha parlato di Genova, la sua città, poche settimane dopo la caduta del ponte Morandi. Lo ha fatto senza scendere nell’ovvio ma caricando i significati, un ponte non deve crollare, ha detto, deve essere costruito per durare millenni, ha concluso, poche chiacchiere, ora è il momento dei fatti. Ha poi continuato con un ritratto pieno d’amore per la sua città, a tinte calde ma anche sorprendenti, perché sembra più facile dire che Roma è bella, Firenze un gioiello, Venezia unica, ma Genova? Più piccola, defilata, meno famosa, sembra non meriti lo stesso riguardo delle altre città italiane. Renzo Piano ne ha dato, invece, una descrizione da togliere il fiato parlando della luce straordinaria del mare che arriva da Sud e si riflette rimbalzando sui monumenti, di un centro storico simile a una kasbah che racconta il suo passato, delle montagne che la cingono da Nord rendendola severa e timorosa della natura. E poi c’è la sua gente pudica e prudente nelle azioni, poco disposta a sprecare i sentimenti su cose inutili, che da sempre preferisce abbassare la voce per alzare lo sguardo. Difficile non alzare lo sguardo sentendo parlare Renzo Piano.

Tutti a bordo!

Domani dovrò fare la visita di controllo coi neurologi che seguono l’evolversi della mia sm. Il protocollo prevede una visita ogni sei mesi, facendo un conteggio di massima in vent’anni di onorata carriera a bordo di questo vascello ho fatto di sicuro 40 visite di questo tipo, poi ci sono stati gli extra in corrispondenza di emergenze dell’ultima ora, ricadute, cambi di terapia e altro sul genere. In bilancio credo di avere almeno 50 visite, una più una meno. Ogni volta è necessario presentarsi con un pacchetto di esami clinici di vario tipo per permettere ai medici di formulare un quadro quanto più completo della situazione del momento. Del tutto incapace a gestire le ansie, sempre preoccupata che l’esito sfavorevole degli esami dipendesse da me, pienamente convinta di essere la regista degli attacchi più spietati della sm, per molti, troppi, anni ho affrontato queste visite periodiche come se mi aspettasse una commissione universitaria presieduta dal Rettore pronto a cavillare su ogni cosa che non andava attribuendo le cause solo a me. Con il passare del tempo trascorso a bordo di questa imbarcazione sgangherata qualcosa è cambiato per fortuna, non che adesso segni sulla mia agenda queste date con leggerezza, restano sempre giornate che eviterei con grande cura, è sempre alta la voglia di mandare tutto all’aria e dire che per questo giro passo, ma siccome non si può, siccome dei medici ho bisogno, siccome dei farmaci pure e sono loro che me li danno, si fa, anche questa volta si fa, però con uno stato d’animo diverso. Ecco diciamo che questa volta, come anche la precedente e credo anche quella prima, mi presento un po’ impreparata all’appuntamento e senza troppi sensi di colpa. Non ho fatto tutti gli esami di controllo che dovevo fare. Me ne manca uno che farò la prossima settimana. Non ho prenotato in tempo e non ho fatto il giro di tutti gli ospedali della mia ASL per cercare un appuntamento in grado di garantirmi l’esito in tempo per la visita di domani, pazienza, mi sono detta, invierò il risultato via mail, siamo nel 2018 vivaddio. A bordo di questa barca io ci porto la mia sm, insomma, il resto dell’equipaggio ci metta del proprio, io i sensi di colpa li lascio a casa.

 

Quella pagliuzza nell’occhio dell’altro…

“Vai a fare la spesa oggi?”. Assolutamente sì. “Hai finito di leggere il giornale?”. Assolutamente no. “Lo bevi un caffè?”. Assolutamente no. “Hai visto la tv ieri sera?”. Assolutamente sì. Ultimamente va così. Sembra diventato impossibile negare o affermare qualcosa, anche la più banale, senza aggiungere l’avverbio assolutamente, anche nelle conversazioni normali, quelle di tutti i giorni, quelle in cui le domande sono semplici e altrettanto dovrebbero essere le risposte. Tempo fa ho ascoltato per radio l’intervista ad una cantante che ha risposto a tutte le domande premettendo continui, noiosi e del tutto inutili “assolutamente sì” e “assolutamente no”. Allora mi sono chiesta se l’ho notato solo perché la tipa non mi piace, la giudico scadente come cantante e mi sta pure antipatica. “Assolutamente no” mi sono detta da brava maestrina quale sono, è lei che è stata fastidiosa, non c’entra niente che non mi piaccia. Però qualcosa è cambiato dal giorno in cui ho ascoltato quell’intervista: ho cominciato a notare quel trionfo di “assolutamente sì” e “assolutamente no” che riempie le mie conversazione, ho cercato di limitarlo e se qualcuno mi chiede se ho intenzione di andare a fare la spesa dico solo sì, ché basta eccome. Guarda te se c’è da imparare pure da una tipa che stimo pochissimo.

E se la matematica fosse diventata il mio mestiere?

Quando ero in terza media, nel periodo in cui dovevo scegliere che scuola fare alle superiori, i miei genitori mi diedero totale libertà, la piena autonomia di muovervi secondo le mie preferenze. Mio fratello mi prese all’angolo e con fare meno conciliante mi disse che potevo scegliere la scuola che mi piaceva di più tra liceo classico e liceo scientifico. Io che avevo già deciso mi iscrissi al classico, mi piaceva l’italiano e la letteratura e in matematica non ero proprio una scheggia. Quando ti iscrivi al classico, però, nessuno ti dice che in effetti la matematica è poca, che la letteratura italiana c’è, ma che per uscirne vivi, soprattutto dai primi due anni che ai miei tempi si chiamavano ginnasio, ci sono tante lacrime da versare sopra latino e greco. Ma c’è un’altra cosa che non viene detta: quando affronti un testo di Tacito lungo venti righe e trovi il verbo della principale anche quando il soggetto è sottinteso, quando giri attorno a una perifrastica passiva di Cicerone e ne vieni fuori vincente, quando capisci il senso del genitivo assoluto di Senofonte e puoi riprendere a respirare, la tua mente ha messo in funzione un ragionamento uguale a quello di chi risolve un integrale in matematica. Solo che la maggior parte degli studenti del classico non lo sa e continua a guardare con diffidenza al libro di matematica pensando che aprirlo sia solo tempo rubato alla grammatica latina e al manuale delle versioni di greco. Anche Alessio Figalli, il vincitore del Fields 2018, l’equivalente del Premio Nobel per gli studiosi della matematica, ha fatto il classico. Dubito fosse uno studente comune, di quelli che impiegavano troppo tempo per venire a capo di una versione di Tito Livio o di Tucidide, ma è certamente la dimostrazione di come la sua mente, il suo cervello e la sua intelligenza già eccellenti abbiano trovato al classico la migliore delle palestre possibili. Spero che agli studenti di oggi venga detto che anche la matematica è alla loro portata, ai miei tempi proprio no vista la foga con cui cantavamo che non sarebbe mai diventata il nostro mestiere. Il liceo classico lo rifarei ancora, ancora e poi ancora perché tutto quello che sono è nato a partire da quei banchi in quei cinque, fantastici, anni. Se poi coi numeri è andata come è andata è solo colpa mia.