Dài che si riparte

Ho fatto una lunga pausa dallo scrivere, ho mollato i buoni propositi molto prima che cominciasse l’anno nuovo, ma non devo fare troppa fatica per cercare le ragioni, sono solo una sfaccendata, pigra e indolente, e lo sono da sempre. Nessuna intenzione di lasciare da parte la mia idea iniziale per divertirmi scrivendo, anzi sensi di colpa per non essere più sul pezzo, per una fastidiosa svogliatezza che mi ha fatto trascurare il blog. In questo periodo ogni giorno sarebbe stato buono per aggiungere qualche cosa, un piccolo capitolo di vita da mettere giù solo per il piacere di raccontare qualcosa. Ma invece gli alibi li ho trovati tutti: le feste, gli amici ritrovati, il Natale, perfino il compleanno, perché compio pure gli anni in questi giorni io, ma uno scampolo di tempo per scrivere qualcosa in questo angolo solo mio mica l’ho trovato, figuriamoci. Mi sono detta non so che scrivere, ed era una bugia, e comunque più di tanto non mi sono sforzata e quando uno straccio di idea mi è venuta l’ho messa da parte, tornerà ho pensato, ma di certo non sarà più fresca, un diario non vale dieci giorno dopo, è la regola. Quindi oggi torno, senza avere niente da dire forse, ma solo per il piacere, tutto mio, di volerci essere di nuovo. In fondo questo blog è nato per me, mica per altro, mica per altri. Dài che si riparte.

Toni bassi e sentimenti in alto

Domenica sera mi sono innamorata, così all’improvviso, senza aspettarmelo. Sapevo già chi fosse ma non avevo mai avuto modo di sentirlo parlare o forse non avevo mai avuto voglia di farlo, a volte capita. Ma domenica sera me lo sono trovata di fronte e qualcosa è cambiato, il mio scarso entusiasmo iniziale ha dovuto retrocedere di botto. Mentre parlava l’interesse cresceva, per quello che diceva, per il garbo con cui lo faceva, per le immagini che le sue parole evocavano. Ho voluto rivederlo, ieri sera l’ho fatto, ho acceso Rai Play sintonizzandomi sull’ultima puntata del programma di Fazio e ho riguardato l’intervista a Renzo Piano. Questa volta poche sorprese, sapevo già cosa avrebbe detto e che genere di portata avrebbero avuto le sue parole, soprattutto quando ha parlato di Genova, la sua città, poche settimane dopo la caduta del ponte Morandi. Lo ha fatto senza scendere nell’ovvio ma caricando i significati, un ponte non deve crollare, ha detto, deve essere costruito per durare millenni, ha concluso, poche chiacchiere, ora è il momento dei fatti. Ha poi continuato con un ritratto pieno d’amore per la sua città, a tinte calde ma anche sorprendenti, perché sembra più facile dire che Roma è bella, Firenze un gioiello, Venezia unica, ma Genova? Più piccola, defilata, meno famosa, sembra non meriti lo stesso riguardo delle altre città italiane. Renzo Piano ne ha dato, invece, una descrizione da togliere il fiato parlando della luce straordinaria del mare che arriva da Sud e si riflette rimbalzando sui monumenti, di un centro storico simile a una kasbah che racconta il suo passato, delle montagne che la cingono da Nord rendendola severa e timorosa della natura. E poi c’è la sua gente pudica e prudente nelle azioni, poco disposta a sprecare i sentimenti su cose inutili, che da sempre preferisce abbassare la voce per alzare lo sguardo. Difficile non alzare lo sguardo sentendo parlare Renzo Piano.

Tutti a bordo!

Domani dovrò fare la visita di controllo coi neurologi che seguono l’evolversi della mia sm. Il protocollo prevede una visita ogni sei mesi, facendo un conteggio di massima in vent’anni di onorata carriera a bordo di questo vascello ho fatto di sicuro 40 visite di questo tipo, poi ci sono stati gli extra in corrispondenza di emergenze dell’ultima ora, ricadute, cambi di terapia e altro sul genere. In bilancio credo di avere almeno 50 visite, una più una meno. Ogni volta è necessario presentarsi con un pacchetto di esami clinici di vario tipo per permettere ai medici di formulare un quadro quanto più completo della situazione del momento. Del tutto incapace a gestire le ansie, sempre preoccupata che l’esito sfavorevole degli esami dipendesse da me, pienamente convinta di essere la regista degli attacchi più spietati della sm, per molti, troppi, anni ho affrontato queste visite periodiche come se mi aspettasse una commissione universitaria presieduta dal Rettore pronto a cavillare su ogni cosa che non andava attribuendo le cause solo a me. Con il passare del tempo trascorso a bordo di questa imbarcazione sgangherata qualcosa è cambiato per fortuna, non che adesso segni sulla mia agenda queste date con leggerezza, restano sempre giornate che eviterei con grande cura, è sempre alta la voglia di mandare tutto all’aria e dire che per questo giro passo, ma siccome non si può, siccome dei medici ho bisogno, siccome dei farmaci pure e sono loro che me li danno, si fa, anche questa volta si fa, però con uno stato d’animo diverso. Ecco diciamo che questa volta, come anche la precedente e credo anche quella prima, mi presento un po’ impreparata all’appuntamento e senza troppi sensi di colpa. Non ho fatto tutti gli esami di controllo che dovevo fare. Me ne manca uno che farò la prossima settimana. Non ho prenotato in tempo e non ho fatto il giro di tutti gli ospedali della mia ASL per cercare un appuntamento in grado di garantirmi l’esito in tempo per la visita di domani, pazienza, mi sono detta, invierò il risultato via mail, siamo nel 2018 vivaddio. A bordo di questa barca io ci porto la mia sm, insomma, il resto dell’equipaggio ci metta del proprio, io i sensi di colpa li lascio a casa.

 

Quella pagliuzza nell’occhio dell’altro…

“Vai a fare la spesa oggi?”. Assolutamente sì. “Hai finito di leggere il giornale?”. Assolutamente no. “Lo bevi un caffè?”. Assolutamente no. “Hai visto la tv ieri sera?”. Assolutamente sì. Ultimamente va così. Sembra diventato impossibile negare o affermare qualcosa, anche la più banale, senza aggiungere l’avverbio assolutamente, anche nelle conversazioni normali, quelle di tutti i giorni, quelle in cui le domande sono semplici e altrettanto dovrebbero essere le risposte. Tempo fa ho ascoltato per radio l’intervista ad una cantante che ha risposto a tutte le domande premettendo continui, noiosi e del tutto inutili “assolutamente sì” e “assolutamente no”. Allora mi sono chiesta se l’ho notato solo perché la tipa non mi piace, la giudico scadente come cantante e mi sta pure antipatica. “Assolutamente no” mi sono detta da brava maestrina quale sono, è lei che è stata fastidiosa, non c’entra niente che non mi piaccia. Però qualcosa è cambiato dal giorno in cui ho ascoltato quell’intervista: ho cominciato a notare quel trionfo di “assolutamente sì” e “assolutamente no” che riempie le mie conversazione, ho cercato di limitarlo e se qualcuno mi chiede se ho intenzione di andare a fare la spesa dico solo sì, ché basta eccome. Guarda te se c’è da imparare pure da una tipa che stimo pochissimo.

E se la matematica fosse diventata il mio mestiere?

Quando ero in terza media, nel periodo in cui dovevo scegliere che scuola fare alle superiori, i miei genitori mi diedero totale libertà, la piena autonomia di muovervi secondo le mie preferenze. Mio fratello mi prese all’angolo e con fare meno conciliante mi disse che potevo scegliere la scuola che mi piaceva di più tra liceo classico e liceo scientifico. Io che avevo già deciso mi iscrissi al classico, mi piaceva l’italiano e la letteratura e in matematica non ero proprio una scheggia. Quando ti iscrivi al classico, però, nessuno ti dice che in effetti la matematica è poca, che la letteratura italiana c’è, ma che per uscirne vivi, soprattutto dai primi due anni che ai miei tempi si chiamavano ginnasio, ci sono tante lacrime da versare sopra latino e greco. Ma c’è un’altra cosa che non viene detta: quando affronti un testo di Tacito lungo venti righe e trovi il verbo della principale anche quando il soggetto è sottinteso, quando giri attorno a una perifrastica passiva di Cicerone e ne vieni fuori vincente, quando capisci il senso del genitivo assoluto di Senofonte e puoi riprendere a respirare, la tua mente ha messo in funzione un ragionamento uguale a quello di chi risolve un integrale in matematica. Solo che la maggior parte degli studenti del classico non lo sa e continua a guardare con diffidenza al libro di matematica pensando che aprirlo sia solo tempo rubato alla grammatica latina e al manuale delle versioni di greco. Anche Alessio Figalli, il vincitore del Fields 2018, l’equivalente del Premio Nobel per gli studiosi della matematica, ha fatto il classico. Dubito fosse uno studente comune, di quelli che impiegavano troppo tempo per venire a capo di una versione di Tito Livio o di Tucidide, ma è certamente la dimostrazione di come la sua mente, il suo cervello e la sua intelligenza già eccellenti abbiano trovato al classico la migliore delle palestre possibili. Spero che agli studenti di oggi venga detto che anche la matematica è alla loro portata, ai miei tempi proprio no vista la foga con cui cantavamo che non sarebbe mai diventata il nostro mestiere. Il liceo classico lo rifarei ancora, ancora e poi ancora perché tutto quello che sono è nato a partire da quei banchi in quei cinque, fantastici, anni. Se poi coi numeri è andata come è andata è solo colpa mia.