Quei due libri in più che servono sempre

Credo che le prove per l’esame di maturità siano ormai terminate per tutti, forza ragazzi è passato anche questo scoglio, anche se ho letto a piene mani che molti di voi hanno rifiutato di sostenere l’orale portando avanti giustificazioni tali da farvi sfuggire al colloquio diretto e conclusivo davanti alla commissione forse perché, fatti due conti autonomi, il punteggio per raggiungere il voto finale e positivo lo avevate già raggiunto. Troppo stress avete detto, e pure inutile, addirittura superfluo, i vostri calcoli sui punteggi ottenuti con le prove scritte mettevano in chiaro che in cassetto c’erano i titoli sufficienti per andare verso la promozione senza fare l’orale quindi via, tanti saluti e grazie, forza usciamo dalla classe, ci sono mamma e papà già alla porta ad accogliere noi ragazze con un mazzo di fiori in mano, noi ragazzi con un qualche omaggio, loro emozionati e pronti a stringerci a braccia aperte, orale fatto o meno, già in posa per un selfie e via che si va pranzo insieme in ricordo di una giornata che non tornerà più. E che infatti non tornerà più. Proprio vero. Come scelta per il vostro mancato orale avete messo in conto molte opzioni da sembrare addirittura valide, eppure io quasi tutte non le ho capite, forse perché sono lontana dal mondo della scuola da troppe epoche, aggiungo comunque che più di voi lo conosco il mondo, il suo movimento, cosa produce in termini di fatica, impegni, calcoli da sostenere, tensioni, stanchezze, crolli emotivi che necessitano preparazione autentica e voglia di farcela per darle la spinta sicura verso il risultato più certo. Anche il più pesante, soprattutto il più pesante, c’è da aggiungere. Ed è per questo che la scuola è un supporto necessario, coi suoi inevitabili limiti.

Anni Ottanta fa

La tv è accesa, non la sto guardando io, ma ascolto, passa uno spot, ha musica in sottofondo che sempre di più mi prende per mano e mi fa fare un balzo indietro: entro dentro sette note italiane targate anni Ottanta. Il mio decennio, di quando ero ragazzina, la mia bella età, quella indimenticabile e, infatti, indimenticata. Certi titoli sono targati soprattutto estate e raccontano le mie pagine chiare, libere da noie, io, seduta accanto alla radio smanettando tra le varie frequenze muovendomi da un titolo piuttosto che un altro in cerca della più bella musica italiana, oppure cercando tra le musicassette di mio fratello, attenta a non rovinarle per non prendere poi parole da lui, passo la mano tra titoli diversi dei cantautori di casa nostra, quelli entrati nella storia, da De Andrè a Dalla, De Gregori fino a Guccini, ma anche Renato Zero, Fossati, Vasco Rossi. Per non parlare di Lucio Battisti, poi. Meravigliosi anni Ottanta, meravigliosa giovinezza mia, meravigliosi pensieri che mi giravano in testa proprio in quegli anni. Mi chiedo sempre più spesso perché in questa stagione estiva 2025 i jingle – si chiamano così mi pare – che accompagnano gli spot peschino verso quel decennio, lo stesso in io cui ero poco meno o poco più che adolescente, quello in cui scoprivo il bello della canzone, quella italiana, scostandomi dal gusto che imperava tra i miei coetanei, sedotti invece da altro, nomi come Duran Duran o Spandau Ballet, gli stessi che, invece, io non frequentavo. Anni Ottanta diversi i miei, nutriti di un altro gran tesoro, e gli spot dell’estate 2025 sembra lo abbiano capito.

Mi ritorni in mente

Negli ultimi tempi mi capita di ascoltarlo sempre più spesso Lucio Battisti, passa in tv con video rimaneggiati in un cui di autentico c’è solo la sua voce – meno male – mentre le immagini sono pietose e rifatte. Le ragioni di questa rilettura non l’ho trovata, diciamo il bello allora: basta spostarsi dal video per tornare indietro di tanti anni, a quando lo ascoltavo con le musicassette, sì proprio quelle che restituivano un suono sporco, ma non era un problema, quelle che per risparmiare imparavi a registrare da sola, quelle che spesso le trovavi col nastro srotolato e che con cura dovevi rimettere in ordine tu utilizzando una penna per riavvolgerlo. Le stesse che in tanti ti chiedevano in prestito quando sapevano che le avevi perché Battisti era Battisti, la colonna sonora dei primi amori, di certi baci rubati, ma anche delle cotte che finivano senza nemmeno essere mai nate, composte com’erano di pensieri e parole chiusi e mai vissuti davvero. E mentre scrivo mi viene in mente il pomeriggio di quell’estate in cui salendo dalla spiaggia vedo un’auto che rallenta davanti a dove abito, la riconosco, scende proprio lui, sa il cielo quanto mi piace, si guarda in giro, faccio in tempo a raggiungerlo, ci salutiamo, io con un fremito, in poco sono di nuovo sull’arenile, con lui, seduta su una panca, mi chiede come sto, cosa faccio in quella torrida stagione, se ascolto Battisti, dico di sì con entusiasmo, mi domanda se posso prestargli la musicassetta che utilizzo, certo gli dico, figuriamoci, “ti rivedrò”, penso, “quando verrai per restituirmela”. Vado in spiaggia tutti i giorni da allora, per settimane, anche se fa caldo, risalgo sempre all’ora esatta del primo incontro, ma non lo ritrovo mai fino a quando la musicassetta, all’improvviso, fa capolino dentro il contenitore della posta, senza un biglietto, senza un grazie. Quella sì  fu una vera Giornata uggiosa.

Spiagge, amate e poi vissute

Andava così tanti anni fa, dentro un ufficio condiviso con due colleghe che, strada facendo, sono diventate amiche tra le mie più care e con le quali le giornate, tra lavoro, risate e certo qualche immancabile lite, ci mancherebbe pure, ho dato il via a spazi di vita indimenticati. E con musica di sottofondo sempre presente, dalla radio solitamente, che sceglievano loro, più giovani di me ne avevano ogni diritto, anche perché era un ottimo sistema che avevo individuato per rimanere sintonizzata sui canali più energici della modernità espressa dal vigore della loro bella età. La loro, quella che mi bastava per sentirla sussurrare anche nelle mie di righe. Fino a che non mi scoppiava il desiderio sotto forma di sette note e domandavo – ben sapendo che mai sarebbe arrivato un no alla mia richiesta – se potevo metterla anche io una canzone. Partivo così, senza nemmeno attendere una risposta e la mia scelta targata tanti anni prima, prendeva il largo. Questa mattina le cose sono andate al contrario, Romina, proprio lei con cui ho condiviso mille e più mille anni di scrivania e che oggi siede al banco delle amiche mie più care, senti un po’ cosa mi ha inviato su wapp chiedendo stavolta se poteva metterla lei una canzone: Spiagge mi manda, addirittura, quel capolavoro firmato Renato Zero che solo ad ascoltarlo, anche di fuga, mi spalanca il cuore di una felicità che supera ogni ostacolo. Tra ricordi, voglia di sentimi dentro l’immagine di certe estati ragazzine, con quella spontaneità facile che si fa largo in questa azzurrità, fra le conchiglie e il sale, con le parole e il ritmo che mettono insieme un testo che sa davvero costruire il ricordo di quella giovinezza, la mia, redatta sopra uno scampolo di poesia attaccata al pensiero dell’età più fresca. E grazie cara Rominia, e tu sai che non è un errore di battitura.

Affari miei

Finito il tg delle 20.00, dopo aver cenato, da me si comincia con lo sbarazzare i piatti dalla tavola, trasferirne la gran parte in lavastoviglie, spostare in dispensa il cestino del pane e poi l’acqua, buttare i tovaglioli di carta nel pattume e, ovvio, risistemare al loro posto le medicine della sera scambiandole con quelle del mattino. Nel frattempo si fa spazio per le tazze della colazione perché in questo modo il risveglio sarà più veloce. Mentre la televisione fa da sottofondo anche se raramente la si ascolta. Il più delle volte quello che racconta non interessa, fino a ieri sera quando sentiamo dire: sclerosi multipla, 5xmille. Alzo la testa verso il video, mia mamma fa lo stesso, ascoltiamo in silenzio, c’è una signora in sedia a rotelle che parla di ricerca, necessità di denaro, donazioni, roba fin troppa nota, ma in più ieri ho visto che in video con lei c’era, prima dell’inizio della sua trasmissione, anche Stefano De Martino, un personaggio tv che si dice essere sulla rampa di lancio del successo pieno. L’ho visto ascoltare la sua ospite con quello che sembrava autentico interesse, non ha interrotto, nessuna ripresa con dettagli superflui, incapaci, vuoti e inadeguati. Le ha lasciato spazio consentendole voce mentre lei, seduta sulla sedia a rotelle, presentava la sua sclerosi multipla secondaria progressiva, come la mia, quella pronta a muoversi in tutte le direzioni che sceglie di prendere, mentre tu te ne stai in silenzio in attesa del momento che sceglierà per sferrare il suo attacco, egoista e malfidata qual è. Stefano De Martino, già, dicono essere lui il personaggio tv del momento, un Pippo Baudo in fasce sembra, e ieri sera l’ho visto ascoltare con interesse una testimonianza targata sclerosi multipla ma non l’ha proiettata verso l’esibizione purchessia. Poteva pensare solo al palco di Sanremo, quello che dicono abbia già agguantato, invece il suo sguardo era aperto e attento verso la sua ospite, l’ascoltava con garbo, gentilezza e accordo mentre le faceva ripetere il codice fiscale del 5xmille di Aism, quello che serve per avventurarsi con decisione forse addirittura sicurezza verso la soluzione finale di questa tragica patologia neurologica. E allora via, se l’hanno fatto loro lo ripeto anche io:
Fondazione AISM 95051730109.

Bandiera gialla

L’ho saputo da poco che è morto Gianni Pettenati. Sì, proprio lui, il gran maestro di Bandiera gialla, quella sua hit che ha disegnato le rette trainanti della mia prima giovinezza. Finché la vedrai bandiera gialla “tu saprai che qui si balla e il tempo volerà”. Qui esplode, forte, il ricordo di Papaja ’90, la discoteca, quella della mia età più fresca, con il suo dj che gridava a chi era in pista “la gallina canta”; sono i miei 18 anni, le prime notti in discoteca a Jesolo, d’estate, uscite concesse fino alle 2.00 della notte. Poi arriva la domenica mattina, poche ore dormite, ma comunque al lavoro nel negozio dei miei a vendere materassini, secchielli, palette, costumi da bagno per i clienti che vanno al mare, mentre io mi impegno facendo anche il bilancio della notte appena trascorsa, con quel coprifuoco mai rispettato e le conseguenze pagate con gli umori seccati dei miei genitori. Pensando comunque a quella musica, a quella “bandiera gialla” ascoltata per la prima volta durante le indimenticate notti estive targate 1990, ballando a caso guardandomi in giro, caricandomi di quel divertimento nuovo e tanto bello. No, no che non ti dimentico Bandiera gialla, e come potrei.

Sanremo-parte II

E alla fine l’ho guardato il Festival. Stupita per questo? Invece no, metto su ogni anno questo siparietto, parlo, parlo, me ne allontano con la forma e poi, e poi, eccomi lì davanti alla tv, per curiosità, critica e via sulla strada. Pensa te, malgrado le premesse, quello che ho visto a tratti mi è pure piaciuto. Intanto per il ritmo della scaletta, impostata in modo veloce, dinamico, energico direi. Non senza il piacere per le canzoni proposte. Malgrado oltre metà degli artisti saliti sul palco, e forse anche di più, io non sappia da dove arrivino. Troppo giovani rispetto alla mia conoscenza personale eppure, mi tocca ammetterlo, i migliori che ho ascoltato. In scaletta anche altri nomi giovani ma con canzoni che si portano appresso testi, arrangiamenti ed esecuzioni che sanno di scolorito. È andata così per questi titoli, li ho trovati intrisi di aspetti ed esecuzioni direi stantie, troppo vecchia maniera, insomma. Guarda un po’ te mi dico, potevano essere più vicini ai miei piaceri, invece no. Tutti quei nomi poi che si sono esibiti all’Ariston, noti anche a me perché immersi nei miei tempi e da cui mi aspettavo di ricavare un piacere diverso, sviluppato attorno a quanto so di essere io, non mi hanno dato niente. Su quei titoli ho riconosciuto più di qualche tracciatura secondaria, ritmi stantii, per musicalità, canzone, esecuzione. Che stupore mi dico. Sono tornata giovane io? Non credo, no che non è questo. Perché poi aggiungo che l’altra sera, quando il cantante degli ex Maneskin, ospite del Festival, ha messo su Ah Felicità, prima che cominciasse, riconosciute le note di apertura, ho invocato di maneggiarla con cura, lui lo ha fatto e, mentre cantava, lì sì che il cuore mi si è aperto, di autentico calore e intimità. Perche Saremo sarà pure Sanremo. Lucio Dalla di più.

Sanremo non è più Sanremo?

Tra pochi giorni comincia Sanremo. La settimana più bella dell’anno, la chiamavo in questo modo tanti anni fa. Quindici? Venti? Capace che ne siano passati così tanti in effetti. C’era Baudo, quindi siamo su quella linea. I cantanti che scendevano le scale per andare in gara li conoscevo tutti. Oggi no. Segnale acceso sulla mia età non proprio assimilabile all’adolescenza? O forse solo totale disinteresse verso la musica che gira oggi? In radio per esempio? Che infatti non ascolto più. Lavoravo in un ufficio tanti anni fa e condividevo lo spazio delle scrivanie con le mie amiche Romina e Fabiana. Si arrivava e la radio la si accendeva subito per sentirne la programmazione, non che fosse tutta di mio pieno gradimento ma almeno mi permetteva di rimanere collegata con un minimo di era contemporanea. Ogni tanto chiedevo se potevo metterla io una canzone, solo una dicevo, Romina e Fabiana annuivano loro malgrado, ben sapendo che da quel momento sarebbe partito il mio filotto di esclusiva musica di cantautori italiani che niente aveva a che fare con Sanremo o con la canzone del momento. Ma tant’è. Generose loro, prepotente io. Poi ho cambiato lavoro, altri ritmi, altri spazi, altre regole e niente radio. Si è aggiunto che non guido più visto lo stop dove mi ha inchiodata la sclerosi multipla e cosi la colonna sonora scelta per accompagnarmi durante un piccolo percorso qualunque si è spenta. Il risultato l’ho già scritto qualche riga fa: non so chi sia la gran parte dei cantanti in gara a Sanremo 2025. Va detto poi che i conduttori sono quello che sono, ovvero non mi piacciono, quindi la prossima non sarà la settimana più bella dell’anno. Lo guarderò comunque Sanremo anche perché in tv non ci sarà altro. Qualche canzone farà presa anche su di me, poi punto e a capo. Ma ci sarebbe un posto dove vorrei vedere Sanremo, ogni anno ci penso e ogni anno credo che, al di là della mia competenza diventata scadente, vorrei avere una posizione, magari defilata, nella sala stampa del Festival. Mica per darmi un tono, solo per ascoltare giudizi, opinioni lanciati in libertà e fare qualche risata perché so che non mancherebbe. Ma il tempo ha cambiato tutto, forse anche i miei desideri: Sanremo per me non è più il Sanremo intoccabile con cui sono cresciuta. Restano sul piatto alcune domande. Non sono più al passo coi tempi io? Mi sa di sì. Mancano Romina e Fabiana? Ovvio. Sanremo non è più Sanremo? Temo.

Non mi sembrava, eppure, e grazie

Ieri mentre ero al lavoro, una delle poche colleghe con cui ho legato un po’ di più, approfittando di un momento di reciproca libertà, mi si è avvicinata chiedendomi perché ero così cambiata, cosa mi aveva portata a stare distante da tutti, sola, ha continuato, priva della forza indubitabile che dimostravo quando mi aveva conosciuta, sclerosi multipla o meno. Hai perso entusiasmo ha aggiunto, quello contagioso e sorridente che avevi addosso. Ho fatto un salto sulla sedia – lo so che fa che fa ridere, ma tant’è – e le ho detto che no, no che non sono cambiata, certo il tempo del Covid mi ha colpita come un po’ a tutti ma mi sembra di essere sempre la stessa, in linea di massima almeno. No, ha detto ancora, no che non è vero, fino a poco fa trasferivi voglia di vivere, di farcela con luce e colore e vaffa sm. Sei diversa, Cinzia, ti sei chiusa e si vede, stai sprecando il tuo bene, torna com’eri, il meglio che ti serve parte da te, dovevo dirtelo, scusa se mi sono permessa. Mi ha inchiodata, mi sono messa a pensare: che le mie amiche carissime possano arrivare a dirmi queste parole è naturale, è il loro grande segno d’amore, quello che sento disegnato sulla mia pelle, eppure dal Covid in poi, con un a scusa oppure l’altra, le ho messe all’angolo, invece loro non mi hanno mai mollata, sempre e ancora qui anzi ad assecondare i miei umori balzani. Mai lasciata andare, e mai vuol dire mai all’ennesima potenza, accettando tutto, i no, le scortesie, i discorsi anche un po’ senza ragione che ho fatto e detto in questi tre anni dentro i quali mi sono nascosta sa il cielo perché. Però se questa nuova collega che mi passa di fronte nemmeno troppo spesso a un certo punto ha rovesciato le carte che tenevo ben coperte per paura ma anche egoismo ho dovuto fermarmi e riflettere di più. E sono arrivata a un grosso punto di arrivo che mi ha fatto capire che ho approfittato dell’immenso bene che mi circonda, quello che comunque non si è mai messo da parte mi ha aiutata sempre, con parole dolci, lanciando piccole proposte sul piatto senza mai forzare la mano, anzi sempre con la delicatezza di un sorriso che si faceva sentire con modi lievi. Cinzia, ora riapri le braccia e torna a combattere, non sei sola e lo sai. Tutt’altro. E beata te. E grazie.

Gocce di memoria

Ecco che torno, dopo un tempo lunghissimo, che mi pesa, che mi ha pesato che però ho lasciato correre, con ogni scusa: orari di lavoro che non sopporto più – vero -, uno strappo al braccio che mi ha fatta piangere dal dolore – come sopra -, mancanza di idee. No, questo no. Ma mi sono dimenticata cosa mi girava in testa per riprendere le fila del tutto e oggi quando mi sono messa a scrivere ero avvolta dentro il vuoto. Ricordo solo che l’idea mi piaceva, non la solita sclerosi multipla declinata in ogni suo frangente, no altro, roba nuova e pure divertente mi sembra. Tutto caduto sotto l’ombra della memoria che vacilla. Come succede spesso ultimamente provocandomi sentimenti negativi che mi inseguono. Ne ho parlato pure con la mia neurologa che mi ha detto di lasciare perdere, è l’età, sai che felicità ho pensato. Pure la mia proprietà di linguaggio, cui tengo tantissimo, ne risente, mi dimentico i termini esatti e fatico negli utilissimi giri di parole che risolvono sempre tutto. Sarà Sua Maestà anche qui mi dico da tempo. Poi l’altra sera una trasmissione tv con un neurologo in linea, uno di quei programmi di medicina che odio ma questa volta mi ha incastrata. La memoria risente certo dei passaggi dell’età ma anche di altro ha detto il medico: lo stress della vita dato spesso dal lavoro, l’accumularsi di impegni uno sopra l’altro, la ripetizione di problemi nuovi a cui trovare immediate soluzioni, il bisogno di mantenere ogni cosa sotto controllo per dare la risposta corretta a ogni necessità improvvisa, la noia di discorsi sempre uguali che si sovrappongono uno sull’altro. Il mio lavoro. Mi si dirà: quello di tutti, il lavoro questo è solo che di questi tempi meglio averlo piuttosto che no, anche quando la sua matrice di movimento disegna circoli mai lineari, pieni di picchi senza soddisfazioni autentiche invece. Certi collegi mi dicono che mi faccio coinvolgere troppo dalle varie situazioni, che dovrei prendere di più le distanze senza mettermi sul chi vive per ogni cosa che accade, roba che tanto trova soluzione da sola anche senza il mio intervento. Magari è anche così. Ci provo?