Chi fermerà la musica

Da pochi giorni è morto Stefano D’Orazio, lo storico batterista dei Pooh, e di Covid per giunta, tanto per aggiungere dispiacere ad altro dispiacere. E come se un pezzettino di me se ne fosse andato, un tassello di ricordi che per quanto piccolo rispetto ad altro è pur sempre una parte di me. Tutto comincia nel 1982, c’era Sanremo, avevo dieci anni e credo che in quel momento sia nata anche la mia passione per il Festival e per la musica italiana. So per certo che quello dell’82 è stato il primo Sanremo che ho visto per intero e quando sul palco è sceso il vincitore di quell’edizione, Riccardo Fogli, bello ed elegantissimo, con la sua canzoncina facile facile ma appunto per questo coinvolgente, qualcosa di diverso mi è scattato in testa. Mi ha conquistata con quell’eleganza classica, il tipo di voce e anche se non sapevo nemmeno chi fosse diviene in breve il mio cantante preferito, così dicevo, mi piaceva infatti molto il modo di cantare e molte canzoni del suo repertorio. Ma bastò poco per scoprire del suo passato con i Pooh e della sua stupida scelta di staccarsi da loro, dalla loro epica musicale, credo per un eccesso di autostima come largamente dimostrato dal tempo e dalla storia. Sta di fatto che comunque io per Fogli ho mantenuto una innocente simpatia – in ricordo certo di quel me ancora bambino – mentre dentro il repertorio dei Pooh c’è ben custodito un serbatoio dove trovo molti dei miei ricordi più belli. Ci ritrovo mille episodi, pezzi di vita, tuffi dentro il cuore che fanno alzare brividi sulla pelle e parole legate alle loro canzoni talmente numerosi da non poter fare nemmeno una classifica. Chiudo così allora. Grazie.

Ognuno c’ha il suo mare dentro al cuore

Trovare la più bella canzone italiana dal 1975 al 2019 per celebrare la musica e la storia della radio italiana. Eccolo il mio concorso, non posso che partecipare, non si vince niente ma vuoi mettere la soddisfazione, quindi mi sono studiata per bene la lista delle canzoni che hanno selezionato i direttori di tutte le radio italiane mettendomi d’impegno per dire la mia, stiamo parlando di musica italiana, roba seria. Ho cominciato con grande entusiasmo, cavolo, ci sono proprio tutte le migliori canzoni passate in radio negli ultimi 45 anni, perfino Gianni Togni con Luna, che sì vabbè mi piace, bella è bella, ma mica posso votarla e preferirla alle altre. Perché molte sono proprio di categoria superba come Una donna per amico, che però non è la mia preferita di Battisti questo va detto, anche se Battisti resta Battisti. Prendo nota e ci penso. Non può mancare De Gregori ovvio, ma la canzone che hanno scelto è La donna cannone, non tra quelle che mi piacciono di più del Principe, mica è Rimmel o Sempre e per sempre, a queste due avrei dato il voto con più convinzione. E poi, caspita, vedo Centro di gravità permanente e qui siamo nel 1981 ma nello stesso tempo è anche il 2081, Battiato è avanti più di mille miglia di chilometri rispetto agli altri, andrebbe votato, lo so. Mi faccio un appunto allora. C’è Dalla con Caruso ma qui è facile devo essere l’unica al mondo a cui questa canzone non piace, volevo Cara semmai, per vedere se di tanti capelli ci si può fidare allora sarebbe stato molto diverso il mio giudizio. Baglioni lo hanno messo con Sabato pomeriggio che mi fa scendere il latte dalle ginocchia, quel passerotto che va via vi prego risparmiatemelo, ma dico io c’erano Strada facendo e Avrai, non si poteva mettere queste? Continuo a leggere con attenzione tutti i titoli, accidenti, quanta vita rintraccio là dentro, molti pezzettini di me, e nemmeno piccoli, racconti, episodi e persone che vengono fuori stringendomi un po’ di anima, come si fa a scegliere? Difficilissimo. Mi muovo senza metterci il cuore allora, accendo il motore e la voglia di energia: per questo c’è quel maestro di Silvestri e Salirò perché prima o poi ripartirò e salirò, salirò, tra le rose di questo giardino ma c’è anche 50 Special per fare su e giù per i colli bolognesi con Cremonini o Certe notti insieme a Ligabue quando la macchina è calda e dove ti porta lo decide lei. Fino a quando la vedo, è lei, è la corsa verso il Mare mare di Luca Carboni e voto, senza più nessun dubbio, perché in questo tempo balordo e malfermo c’è bisogno di sentire l’onda e di nuovo la libertà che sbatte in faccia.

Quel libro sul comodino

Proprio l’altro giorno ho sentito un “leggo molto, ho sempre un libro sopra il comodino”, pronunciato con una certa ostentazione, alzando almeno di un tono una voce di per sé già abbastanza sgraziata. Ero presente, il commento non era rivolto direttamente a me ma c’ero, l’educazione avrebbe previsto anche un mio contributo a questa breve conversazione, invece ho taciuto, non ho nemmeno simulato interesse aggiungerei, per me tutto si concludeva lì, davanti ad un comodino con un libro sopra. Mi sono messa in disparte piuttosto, ché da dire c’era solo un dipende molto dal libro che c’è sul comodino. Meglio non aprire un inutile dibattito però, quella significativa difficoltà che ho notato di far uscire dalla bocca qualcosa di più complesso di una frase composta da “soggetto-verbo-complemento oggetto” m’era già bastata per capire meglio la qualità di quelle letture. Ho un’amica che definire lettrice forte è davvero poco e che non fa mai affermazioni sul genere, legge e basta, per abitudine quotidiana, per piacere, per autentica incapacità di non farlo. E quando parla si sente che mastica il linguaggio alto della letteratura, senza doverlo dimostrare con certe affermazioni ridicole. Se le chiedi un’opinione su un libro risponde felice di farlo, se le è piaciuto corri a casa e te lo ordini, se lei lo boccia lo elimini dalla tua lista dei prossimi acquisti, se non lo ha letto te lo dice senza veli, con un po’ di rammarico piuttosto, ma comunque senza nascondersi. In anni di amicizia mai l’ho sentita dire io leggo molto. Il comodino è davvero un’altra storia.

Sanremo parte II

La seconda serata del Festival 2019 m’è sembrata più brillante, mi ha divertito di più, e le canzoni al secondo ascolto prendono un’altra direzione, quelle che sono piaciute fin da subito trovano conferma, quelle che avevano fatto storcere il naso vengono bocciate definitivamente, quelle che stavano in sospeso in genere non hanno più possibilità di essere premiate, quelle che fin da subito s’era capito che meritavano una nuova occasione in genere balzano in cima alla classifica, sono le più difficili e quindi le più belle. Non vinceranno mai, forse in radio passeranno poco ma arriverà il premio della critica, quindi Silvestri credo possa già fare posto sugli scaffali di casa. Per il resto prevedo che a vincere il Festival saranno i tre tizi de Il Volo che a me piacciano come la sabbia sul letto ma dopo ogni esibizione vengono salutati con applausi a scena aperta, questione di gusti. Arisa la ascolteremo in radio fino a non poterne più, per la Bertè spero in un buon piazzamento che si meriterebbe, anche se la canzone non mi sembra adatta a lei, l’ha scritta Curreri e forse pensava a Vasco o magari proprio agli Stadio, Nek farà bene, ha sempre la stessa canzone e quel bel faccino che va bene per ogni stagione, per ogni tipo di pubblico, poi ci sono tutti i più giovani, molti arrivano dai talent, a Sanremo hanno la loro grande occasione ed è giusto che siano lì, Baglioni ha fatto bene a volerli. Del resto anche Mengoni era reduce da un talent ed è finito per vincerlo con una delle più belle canzoni italiane di sempre perché con la sua L’essenziale, che ha cantato ieri sera in qualità di super ospite, è stato in grado di dare lezione di canto e interpretazione allo stesso Baglioni. Il che è tutto dire.

La settimana enigmistica

C’è un giochino che va in onda la sera, poco prima di cena, in quella fascia oraria che le regole televisive chiamano pre-serale nata per condurre quanti più spettatori possibile a vedere il tg in onda sulla rete. Lo guardo perché certi aspetti mi interessano: un conduttore vecchio stampo, piacione e a tratti simpatico, un meccanismo sempre uguale a se stesso eppure coinvolgente, domande che per essere risolte richiedono una cultura da cruciverba, una scelta dei concorrenti da mettere in campo tutt’altro che casuale. C’è un campione posto al centro della scena e un buon numero di sfidanti attorno a lui che tentano di soffiargli il titolo ma anche la possibilità di vincere il montepremi finale che spesso si aggira su diverse decine di migliaia di euro. Tutti noi che siamo pubblico tendiamo ad affezionarci ai campioni più bravi, quelli che giorno dopo giorno riescono ad avere la meglio sui rivali e, anche se non sempre portano a casa la cifra finale messa in palio, ci basta avere la certezza che la sera dopo potremo vederli di nuovo per uno strano sistema di immedesimazione che si mette in atto. Le regole dell’auditel sono ben note agli autori televisivi che quindi periodicamente, perso un campione, ne fanno rispuntare dal mazzo uno nuovo che si fa amare allo stesso modo. In questo giorni in carica c’è un giovane ragazzo sui vent’anni, educato e di buone maniere, risponde a gran parte delle domande, anche quelle più impegnative, per questo viene presentato come fosse un colto intellettuale, lui sorride e arrossisce con la faccia di uno che vorrebbe correggere il conduttore spiegando che passa i suoi pomeriggi a risolvere i Bartezzaghi più difficili niente più di questo, ma non lo fa, devono averlo istruito in questo senso. Puntata dopo puntata si è già portato a casa un buon gruzzolo, è bravo, ha vent’anni e allora siamo tutti felici e si continua a tifare per lui. L’altra sera ha vinto 10mila euro ma non ha gioito, il pubblico in studio era quasi deluso, il conduttore ha urlato che anche se erano solo 10mila euro lui era ancora campione e avrebbe potuto fare meglio la sera dopo. 10mila euro per fare un cruciverba sono pochi? O magari sono sproporzionate le cifre messe in palio le altre volte? Le regole dell’auditel devono ammaliare per portare a casa il risultato questo lo so, ma mi chiedo se non si possa almeno contenere i toni, sintonizzarsi sulla realtà dei fatti per dare l’idea di sapere che 10mila euro portati a casa senza lavorare sono un vero bottino.

Toni bassi e sentimenti in alto

Domenica sera mi sono innamorata, così all’improvviso, senza aspettarmelo. Sapevo già chi fosse ma non avevo mai avuto modo di sentirlo parlare o forse non avevo mai avuto voglia di farlo, a volte capita. Ma domenica sera me lo sono trovata di fronte e qualcosa è cambiato, il mio scarso entusiasmo iniziale ha dovuto retrocedere di botto. Mentre parlava l’interesse cresceva, per quello che diceva, per il garbo con cui lo faceva, per le immagini che le sue parole evocavano. Ho voluto rivederlo, ieri sera l’ho fatto, ho acceso Rai Play sintonizzandomi sull’ultima puntata del programma di Fazio e ho riguardato l’intervista a Renzo Piano. Questa volta poche sorprese, sapevo già cosa avrebbe detto e che genere di portata avrebbero avuto le sue parole, soprattutto quando ha parlato di Genova, la sua città, poche settimane dopo la caduta del ponte Morandi. Lo ha fatto senza scendere nell’ovvio ma caricando i significati, un ponte non deve crollare, ha detto, deve essere costruito per durare millenni, ha concluso, poche chiacchiere, ora è il momento dei fatti. Ha poi continuato con un ritratto pieno d’amore per la sua città, a tinte calde ma anche sorprendenti, perché sembra più facile dire che Roma è bella, Firenze un gioiello, Venezia unica, ma Genova? Più piccola, defilata, meno famosa, sembra non meriti lo stesso riguardo delle altre città italiane. Renzo Piano ne ha dato, invece, una descrizione da togliere il fiato parlando della luce straordinaria del mare che arriva da Sud e si riflette rimbalzando sui monumenti, di un centro storico simile a una kasbah che racconta il suo passato, delle montagne che la cingono da Nord rendendola severa e timorosa della natura. E poi c’è la sua gente pudica e prudente nelle azioni, poco disposta a sprecare i sentimenti su cose inutili, che da sempre preferisce abbassare la voce per alzare lo sguardo. Difficile non alzare lo sguardo sentendo parlare Renzo Piano.

Eravamo quattro amiche al bar

“L’altra sera quando l’ho visto mi è scoppiato il cuore.” “Dove?” “Al Brillantina.” “Ah, sei tornata lì.” “Ma io non volevo, sono stati gli altri a insistere, io sarei andata da un’altra parte, ma loro dicevano che fa caldo, che è ancora estate e che al Brillantina sembra sempre di stare in vacanza.” “Questo è vero.”

Seduta sulla poltrona di una parrucchiera, con la posa del colore in testa, un bel po’ dei sempre-siano-lodati-giornaletti-di-gossip in mano, me ne sto silenziosa sperando che i miei capelli riprendano vita dopo tagli da dimenticare e tinte molto sfortunate. Accanto a me ci sono tre giovani donne, molto giovani va detto, che parlano: una è la cliente, l’altra le sta sistemando i capelli, la terza si sta occupando delle sue unghie. Dai loro discorsi capisco che c’è un cuore infranto di mezzo e una confessione a due amiche che danno consigli, chiedono, fanno supposizioni.  Dovrei continuare a farmi i fatti miei, penso, ma ormai ho cominciato ad ascoltare e la loro giovinezza è irresistibile.

“Era solo?” “Non lo so.” “In che senso non lo sai.” “No, vabbe’, ho visto i soliti e le solite che ultimamente si portano dietro, poi non saprei.” “Lui ti ha vista?” “Sì, mi ha anche salutata, da lontano, mi ha fatto un gran sorriso, molto dolce, ma io non sono andata là, se vuole viene lui.” “Brava, hai fatto bene”. “Ci mancherebbe”.

Insomma lui l’ha mollata e lei ci sta ancora male. Non è bello essere lasciati alla fine dell’estate. Non è bello mai per la verità. Ma almeno non hai tutto l’inverno da inventarti, magari da sola perché il resto degli amici è tutto in coppia.

“C’era anche la solita mora che gli girava attorno.” “Ma stai tranquilla le more non gli sono mai piaciute”. “Sì lo so, mi diceva che avevo capelli bellissimi e che a lui le more fanno schifo.” “Ha sempre avuto ragazze bionde infatti.” “Lei invece crede di piacergli e ci prova sempre, ma lui mi ha sempre detto che non sopporta quelle che lo provocano troppo e non gli lasciano spazio.” “Motivo in più per non andarlo a cercare.”

Accidenti, devo spostarmi, mi devono lavare i capelli, c’è il colore da togliere, vorrei chiedere alla mie compagne di poltrona di aspettarmi, di non aggiungere dettagli, ché la notte al Brillantina sembra molto interessante. Da lontano le vedo parlare chissà cosa stanno aggiungendo di nuovo. Quando torno alla mia poltrona mi chiedo cosa mi sono persa.

“Proprio così, e non solo non vado da lui ma non vado neanche più al Brillantina.” “Per fortuna che sabato chiude, anche io non vado più al Brillantina.” “Però è proprio bello”. “Questo è vero ma mi ricorda troppo lui, l’amore più grande della mia vita, me lo ha detto una sacco di volte anche lui.” “Ma non è ancora detto che sia finita.” “Lo penso anche io.”

E qui dovevo intervenire io e dire che di amori grandi, i più grandi della loro vita ne avrebbero vissuti a mazzi, che il tipo del Brillantina non sarebbe tornato e che la mora non gli faceva tanto schifo. Ma di fare la vecchia zia m’è passata la voglia quando ho ricordato quei lunghi pomeriggi con le mie amiche a parlare sempre delle stesse cose, a immaginare ritorni mai accaduti, a sviscerare tutti i probabili significati di un saluto senza mai davvero considerare che si potesse trattare solo di un saluto. E alla fine ho pensato che è davvero un peccato che il Brillantina sabato chiuda.

Quel disordine che tu hai lasciato nei miei fogli

Mica potevo ignorarlo il concerto che hanno trasmesso sabato sera in tv: Claudio Baglioni  dall’Arena di Verona dove ha celebrato 50 anni delle sue canzoni. Per poche cose l’avrei perso, anzi solo per una e per giunta sicuramente già raccontata da Baglioni. Perché le sue canzoni sono proprio questo per me, il disegno, semplice semplice, dei momenti maiuscoli della mia vita, istantanee aperte su attimi speciali illuminate come quando li ho vissuti. L’altra sera quando è salito sul palco ed è partita la prima nota il mio cuore ha smesso di battere, o forse andava all’impazzata, ma può anche essere che sanguinasse o magari ridesse felice travolto da tutti quei ricordi, da quegli istanti impagabili che ha fatto ritornare. Non serve stare qui a dire che le sue canzoni non raggiungono le vette inattaccabili di quelle di De Gregori e di Dalla o di De André, figuriamoci di Guccini, solo per citare i primi nomi che mi vengono in mente, che sono altra cosa lo si sa molto bene. Ma conta qualcosa se tutta quella vita che per una serata mi è caduta addosso è stato bellissimo cantarla insieme a Baglioni?

Sullo schermo della tv, in alto a destra

La notizia l’hanno data al Tg di oggi. Una donna, non credo giovanissima, è stata trovata morta nella sua casa. A sparale è stato il marito, non credo giovanissimo, che dopo averla uccisa si è suicidato. Prima di farlo ha telefonato al figlio e poi alla Polizia suppongo per avvisarli. Mentre guardavo il servizio, sullo schermo della tv, in alto a destra, è comparso il contatore che segnala il numero dei femminicidi accaduti in Italia dall’inizio dell’anno a oggi. Femminicidio è il neologismo nato per definire l’omicidio di una donna da parte di un uomo – spesso il marito, il fidanzato in carica ma anche no – che, completamente privo di capacità di discussione, affronta lo scontro mettendo in campo solo la violenza. Se nasce una parola nuova per definire un concetto non significa che prima il problema non ci fosse, diciamo però che il neologismo aiuta ad averne maggiore consapevolezza, augurandosi quindi che serva a tutte le donne che si trovano accanto uomini che le picchiano ferendole e umiliandole a denunciarli in fretta, nella speranza che le Forze dell’ordine le aiutino con la stessa fretta. Tutto perché il problema non si risolva solo con un contatore che gira sullo schermo della tv, in alto a destra. La notizia sentita oggi mi ha fatto uno effetto diverso però, e a spiegarne le ragioni non saprei nemmeno da dove cominciare, forse perché mi sono sentita addosso la solitudine di un quadro famigliare che ha perso la speranza, anche la quota minima, quella che ti fa rimanere dentro la carreggiata della ragione. Ecco perché questa volta, quel contatore che girava sullo schermo della tv, in alto a destra, sopra il racconto di questa notizia mi ha fatto l’effetto di una stonatura. Se lavorassi in una redazione non so se avrei passato questo pezzo, e comunque non so se l’avrei fatto in questo modo. Ma tant’è. Io non lavoro in una redazione.

 

Bentornate fragole infinite

Era da un po’ che non sentivo le canzoni di Alberto Fortis. L’ho ascoltato fino allo sfinimento in passato, credo di aver consumato i suoi dischi e mentre lo dico rivelo molto della mia età: i 33 giri non esistono più da decenni e insieme alla loro scomparsa la qualità del suono è migliorata, per non parlare della facilità con cui si può sentire musica e in qualunque posto ci si trovi per giunta, ma questo è un altro discorso. Anche perché continuando finirei per farmi travolgere dalla nostalgia di interi pomeriggi passati a maneggiare con estrema cura delicatissimi lp che sembravano nati per essere graffiati da mani straccione come le mie. Tra i miei dischi preferiti ci sono stati a lungo quelli di Alberto Fortis, quella sua vena di tristezza che ferisce, quei testi irrisolti che sanno volare ben oltre la parola, certe immagini che si creano davanti come “piroette di sabbia e le guglie del Duomo” mi hanno fatta crescere. Insomma, la musica di Alberto Fortis è certamente parte di me con le sue “fragole infinite di cent’anni fa”, con il suo settembre a cui chiedere “quanti amori porterai”, con la voglia di sentirsi meno soli perché “con te posso cadere e piangere per ore”. Ecco, Fortis l’ho ascoltato tantissimo, come un riflesso perfetto per i miei sentimenti. Poi basta. Una sua canzone, che pur amavo tantissimo, di botto diventa una coltellata in mezzo al cuore, dolorosa e sanguinante. Come un pezzo di domino che cadendo sopra le altre tessere le rovescia a terra, La sedia di lillà diventa impossibile da sopportare e poco alla volta rende inascoltabile l’intero repertorio di uno dei cantautori che più amo. Perché la sedia di lillà del titolo rappresenta il grande spettro dei miei ultimi anni, “di chi sa che è prenotato sulla sedia di lillà”. Ora che il tempo è arrivato, che la mia sclerosi multipla, la mia ospite inattesa, mi ha portata qui, ora che ho scoperto che la sedia di lillà non è un piacere ma può essere vissuta anche con positività per gli innegabili vantaggi che assicura, posso riprendere con grande gioia ad ascoltare Alberto Fortis. Peccato per i 33 giri.