Quel disordine che tu hai lasciato nei miei fogli

Mica potevo ignorarlo il concerto che hanno trasmesso sabato sera in tv: Claudio Baglioni  dall’Arena di Verona dove ha celebrato 50 anni delle sue canzoni. Per poche cose l’avrei perso, anzi solo per una e per giunta sicuramente già raccontata da Baglioni. Perché le sue canzoni sono proprio questo per me, il disegno, semplice semplice, dei momenti maiuscoli della mia vita, istantanee aperte su attimi speciali illuminate come quando li ho vissuti. L’altra sera quando è salito sul palco ed è partita la prima nota il mio cuore ha smesso di battere, o forse andava all’impazzata, ma può anche essere che sanguinasse o magari ridesse felice travolto da tutti quei ricordi, da quegli istanti impagabili che ha fatto ritornare. Non serve stare qui a dire che le sue canzoni non raggiungono le vette inattaccabili di quelle di De Gregori e di Dalla o di De André, figuriamoci di Guccini, solo per citare i primi nomi che mi vengono in mente, che sono altra cosa lo si sa molto bene. Ma conta qualcosa se tutta quella vita che per una serata mi è caduta addosso è stato bellissimo cantarla insieme a Baglioni?

Sullo schermo della tv, in alto a destra

La notizia l’hanno data al Tg di oggi. Una donna, non credo giovanissima, è stata trovata morta nella sua casa. A sparale è stato il marito, non credo giovanissimo, che dopo averla uccisa si è suicidato. Prima di farlo ha telefonato al figlio e poi alla Polizia suppongo per avvisarli. Mentre guardavo il servizio, sullo schermo della tv, in alto a destra, è comparso il contatore che segnala il numero dei femminicidi accaduti in Italia dall’inizio dell’anno a oggi. Femminicidio è il neologismo nato per definire l’omicidio di una donna da parte di un uomo – spesso il marito, il fidanzato in carica ma anche no – che, completamente privo di capacità di discussione, affronta lo scontro mettendo in campo solo la violenza. Se nasce una parola nuova per definire un concetto non significa che prima il problema non ci fosse, diciamo però che il neologismo aiuta ad averne maggiore consapevolezza, augurandosi quindi che serva a tutte le donne che si trovano accanto uomini che le picchiano ferendole e umiliandole a denunciarli in fretta, nella speranza che le Forze dell’ordine le aiutino con la stessa fretta. Tutto perché il problema non si risolva solo con un contatore che gira sullo schermo della tv, in alto a destra. La notizia sentita oggi mi ha fatto uno effetto diverso però, e a spiegarne le ragioni non saprei nemmeno da dove cominciare, forse perché mi sono sentita addosso la solitudine di un quadro famigliare che ha perso la speranza, anche la quota minima, quella che ti fa rimanere dentro la carreggiata della ragione. Ecco perché questa volta, quel contatore che girava sullo schermo della tv, in alto a destra, sopra il racconto di questa notizia mi ha fatto l’effetto di una stonatura. Se lavorassi in una redazione non so se avrei passato questo pezzo, e comunque non so se l’avrei fatto in questo modo. Ma tant’è. Io non lavoro in una redazione.

 

Bentornate fragole infinite

Era da un po’ che non sentivo le canzoni di Alberto Fortis. L’ho ascoltato fino allo sfinimento in passato, credo di aver consumato i suoi dischi e mentre lo dico rivelo molto della mia età: i 33 giri non esistono più da decenni e insieme alla loro scomparsa la qualità del suono è migliorata, per non parlare della facilità con cui si può sentire musica e in qualunque posto ci si trovi per giunta, ma questo è un altro discorso. Anche perché continuando finirei per farmi travolgere dalla nostalgia di interi pomeriggi passati a maneggiare con estrema cura delicatissimi lp che sembravano nati per essere graffiati da mani straccione come le mie. Tra i miei dischi preferiti ci sono stati a lungo quelli di Alberto Fortis, quella sua vena di tristezza che ferisce, quei testi irrisolti che sanno volare ben oltre la parola, certe immagini che si creano davanti come “piroette di sabbia e le guglie del Duomo” mi hanno fatta crescere. Insomma, la musica di Alberto Fortis è certamente parte di me con le sue “fragole infinite di cent’anni fa”, con il suo settembre a cui chiedere “quanti amori porterai”, con la voglia di sentirsi meno soli perché “con te posso cadere e piangere per ore”. Ecco, Fortis l’ho ascoltato tantissimo, come un riflesso perfetto per i miei sentimenti. Poi basta. Una sua canzone, che pur amavo tantissimo, di botto diventa una coltellata in mezzo al cuore, dolorosa e sanguinante. Come un pezzo di domino che cadendo sopra le altre tessere le rovescia a terra, La sedia di lillà diventa impossibile da sopportare e poco alla volta rende inascoltabile l’intero repertorio di uno dei cantautori che più amo. Perché la sedia di lillà del titolo rappresenta il grande spettro dei miei ultimi anni, “di chi sa che è prenotato sulla sedia di lillà”. Ora che il tempo è arrivato, che la mia sclerosi multipla, la mia ospite inattesa, mi ha portata qui, ora che ho scoperto che la sedia di lillà non è un piacere ma può essere vissuta anche con positività per gli innegabili vantaggi che assicura, posso riprendere con grande gioia ad ascoltare Alberto Fortis. Peccato per i 33 giri.