Oggi ho sentito un’amica bergamasca che vive poco distante da dove abito io, la sua famiglia sta però ancora a Bergamo, per giorni le ho fatto domande solo generiche, non volevo intralciare con le sue più che prevedibili preoccupazioni, sono fatta così. Ma la discrezione vale solo fino a un certo limite e quindi oggi sono stata più diretta con le domande. Un disastro, mi ha risposto, tutti i giorni sento della morte di qualcuno che conosco, amici di lunga data, cugini, madri e padri di gente con cui sono cresciuta e poi la preoccupazione per mio papà, per mia sorella, per il resto della mia famiglia cresce di giorno in giorno e mi toglie il sonno da settimane. I bergamaschi, ha continuato, sono gente dura, come il marmo, e adesso li sento piangere, disperati, senza possibilità di trovare risorse per farcela. Mi sono sentita meschina a lamentarmi, mi fa davvero paura tutto questo e so bene che un’area del Paese realmente sicura non c’è, ma è certo che ora come ora quelle al momento più bastonate dalla violenza di questo virus meritano più riguardo. Capiterà lo stesso anche qui dove sto io? È anche probabile purtroppo, attorno a me si registrano episodi su episodi ed è per questo che io sono chiusa in casa da una settimana e chissà per quanto altro tempo ancora. Devo migliorare il mio umore lo stesso, mettendo all’angolo la malinconia che provo, ricordando pure che quella simpaticona che mi governa approfitta alla grande di ogni mio pensiero negativo per alzare la testa e fare danni, e che la noia da cui mi sto facendo accerchiare, sa il cielo quanto è stupida. E allora prometto che farò di tutto per combattere ogni cosa: malumore, malinconia e noia, ovvero i caratteri fondanti della mia personalità ingarbugliata. Sarà dura lo so, ma si comincia da oggi. Punto primo: si legge, e quel libro, fra l’altro bello, che mi porto appresso da una stanza all’altra e che appoggio in ogni dove ma che fatico ad aprire, va terminato tempo due giorni e poi si comincia con un altro, che tanto ne ho. Punto due: la mia libreria, va messa in ordine, è un casino, ogni sera vado letto, la guardo, e mi dico domani lo farò, ecco bisogna ricordarsene la mattina non a fine giornata. Punto tre: quel Topolino comprato alla fine dell’estate non l’ho ancora finito, eppure ci avevo trovato un sacco di spunti, anche belli da raccontare, pure qui. Punto quattro: ecco appunto, questo spazio, la mia zona d’aria, quella che mi permette di scrivere ciò che scelgo io e che mi diverte un sacco e che mi fa stare bene, va seguito con maggiore attenzione, il tempo adesso non mi manca. Punto cinque: The Crown, un’amica mi ha fatto scoprire che mi ero persa la terza serie, recuperare, recuperare subito, e con continuità e non come la solita cialtrona che sono. Punto sesto: due esercizietti di ginnastica che posso fare e che conosco vanno messi in campo, ecchecavolo, muovi quel culo che ti fa solo bene. Punto settimo: innaffiare la vita di paura non mi fa bene, e nemmeno alla mia salute già sbilenca di suo, stare a casa ma riempire le mie giornate ecco cosa devo fare.
Categoria: Cose che faccio
Un oculista per amico
Svelato l’arcano. Dei pochi libri letti ultimamente, delle scarse righe scritte negli ultimi mesi, dello zero interesse per quotidiani e riviste di questo periodo. Sono andata finalmente dal mio oculista di grande fiducia ed è uscita la verità: ci vedo di meno e devo potenziare le lenti dei miei occhiali. Finita qui. Abbiamo fatto una bella visita che ha sgomberato il campo da ogni dubbio, perché a suo tempo la grande sfida della mia vita partì proprio da un occhio malconcio che lanciava presagi sul futuro. Ora invece devo solo andare da un ottico, nuovi occhiali, nuove lenti e nuova vita di lettura di cui ho enorme bisogno. Anche perché tra Natale e compleanno ho ricevuto un serbatoio di libri dentro il quale non vedo l’ora di tuffarmi. Siccome mi piace leggere a letto il mio oculista mi ha consigliato anche un occhiale con lenti specifiche per distendermi sotto le coperte con in mano il mio libro preferito senza dover prendere posizioni scomode e fastidiose. E questa pratica l’ho conclusa. Poi per la vita di tutti i giorni ci sarà quello con lente doppia, quella progressiva, per leggere e vedere anche da lontano, perché sono diventata vecchia, ma già lo sapevo. E pure questa è una pratica conclusa. E poi mi servirebbe anche un occhiale con lente fotocromatica per stare al sole, ma qui sono indecisa e poco convinta. Ci voglio pensare. Ma dalla visita di ieri sono uscite una serie di belle cosette. La prima, il mio occhio malconcio, quello da cui si è scoperto che la sm aveva gettato le basi dentro me e che avrebbe fatto i danni che stronzissima lei ha poi fatto, sta bene, o comunque è sempre lì, con le sue ferite che però al momento non sanguinano. La seconda, sono libera da alibi di sorta, ora ci vedo meglio e posso leggere di nuovo in quantità, senza faticare sopra le pagine e questo è un personalissimo motivo di grande felicità. La terza, il mio oculista di fiducia, quello che vent’anni fa mi prese per mano accompagnandomi con professionalità e dolcezza a scoprire quello che stava succedendo cercando però di raccontarmelo con i toni caldi di un vero amico, resta sempre un gran figo.
Accidenti ai miei occhi chiusi
Non sono fotogenica. Il risultato è che nelle foto vengo fuori sempre con gli occhietti chiusi, con quell’espressione per nulla vivace che mi fa somigliare a una tonta. Comincio a sorridere troppo presto forse e al momento dello scatto la mia palpebra si è già chiusa, certo è che mentre gli altri vengono fuori tutti belli, sorridenti al punto giusto e in posa perfetta, io no. Quindi, cari amici che eravate con me l’altra sera, a cui ho chiesto il permesso assicurando che proprio qui avrei messo la foto della nostra rimpatriata, sappiate che quell’immagine resterà ben stretta nei nostri telefoni, qui non la vedrete mai. Rimarrà il ricordo di una bella serata, che prende le mosse da quattro amici che si conoscono da almeno trent’anni a cui nel tempo si sono aggiunte le tracce raccolte negli anni: mariti, compagne, compagni, figlie, figli, quel po’ di tutto che la vita ha distribuito senza chiedere permessi. La scuola è stata il traino portante di questa speciale amicizia, tre compagni di banco che si sono riconosciuti al volo o che magari hanno avuto solo la grande fortuna di dirsi parole giuste al momento giusto, vicine di casa che senza saperlo hanno scoperto di fare la stessa strada per arrivare in classe e proprio lungo il percorso si sono accorte di piacersi. E poi affinità crescenti che anno dopo anno hanno creato relazioni forti di cui andare fieri, perché trent’anni sono tanti, cavolo se sono tanti. E l’altra sera, ancora una volta, come facciamo almeno due volte l’anno in accordo con gli impegni di tutti, eravamo seduti allo stesso tavolo di una pizzeria a raccontarci chi siamo diventati con un occhio sempre ben teso verso quel passato che ci ha fatto conoscere, prendendoci in giro come allora e anzi più di allora perché non abbiamo mai smesso di farlo e questa è la nostra vera potenza.
Downton Abbey welcome your Majesties
10…9…8… buon anno! E dopo pochi minuti buon compleanno!!! E tutti verso di me, perché io compio gli anni l’1 gennaio, la fortunata, e via di baci, abbracci, sempre graditi, ci mancherebbe pure, e ancora telefono che suona, wapp da vendere, perché i migliori si ricordano subito di me, gli altri un po’ meno ma sono impegnati nei loro di festeggiamenti, mi basta che il giorno dopo ci siano, ovvio. Resta il fatto che il conto alla rovescia di Capodanno è da sempre una delle cose che mi fa scendere una tristezza profonda, sono tipa strana lo so, un po’ spigolosa, so anche questo, ma che ci posso fare se San Silvestro mi mette addosso un livello di malinconia moltiplicato all’ennesima potenza? E quindi cerco di scivolarci accanto al Capodanno, passo oltre agli inviti, supero gli ostacoli con una certa destrezza. Forse perché ricordo quando ero ragazza e Capodanno doveva essere una serata epica, preparata per tempo, di quelle ricoperte di aspettative, speranze e sogni. Spesso traditi. Sempre traditi meglio dire. Noi ragazze dovevamo vestici da sera, abiti inutilnente sbrilluccicosi, trucco e parrruco ridicoli e irragionevoli. Un anno, una parrucchiera incapace, senza gusto e senso del ridicolo, mi costruì in testa un carciofo fermato da duemila forcine ed etti di lacca appiccicaticcia che ebbero un ruolo decisivo sull’origine del buco dell’ozono. Poi ci fu quel Capodanno in cui mi ricoprii di un abitino corto, elastico e bruttissimo, nero e pieno di grossi pois color argento da far rabbrividire e soprattutto vergognare. Ma eravamo piccoli e San Silvestro era la notte senza coprifuoco e anche se non ti divertivi – e io non mi sono mai divertita infatti – andava bene lo stesso. Ma vuoi vedere che certe serate infelici dell’adolescenza scrivono il loro segno negativo sul resto della vita di una persona? E allora io, arrivata al 2020, donna e libera da condizionamenti mi faccio piccola ma sorridente davanti agli inviti, grazie mille davvero di volere proprio me, stupita anzi da alcune richieste inattese, proprio da chi non mi aspettavo mi invitasse e anzi insistesse con tanto entusiasmo, dimostrandosi visibilmente deluso dal mio convinto rifiuto. Stasera ho i miei programmi, ho il discorso di Mattarella che quello no che non posso perderlo e poi ho Downton Abbey da guardare, il film, quello che chiude una delle serie tv che più ho amato. A casa dei conti Crawly arrivano sua maestà Giorgio V con Queen Mary, i nonni di Elisabetta, la regina che in mille e piu mille anni di regno ha dovuto sopportare tutte le stupidate della sua disgraziata famiglia. E alla fine che buon anno sia.
Il passato è una ragazza che diventa donna
Dicembre, tempo di cene aziendali, cene di Natale, motivo valido per scambiarsi gli auguri tra colleghi, chissà se sinceri, ma alla fine chissene va bene così e quindi ricevuto l’invito si partecipa. Poche sere fa ci sono andata, una cena tutto sommato per pochi, quelli che si muovono negli stessi spazi di lavoro, che praticano meccanismi simili, non è escluso che nella mia azienda ce ne siano delle altre per coinvolgere gli altri settori e gli altri numerosi dipendenti. Sarebbe giusto. Conoscevo il nome del ristorante dove dovevo andare ma con capacità di orientamento infelici come le mie non ho avevo fatto subito i collegamenti necessari e quando sono entrata la sorpresa: lo stesso posto dove avevo fatto l’ultima cena di Natale con l’azienda per la quale lavoravo fino a due anni fa più o meno. Una vera ultima cena compresa di vittime e traditori con Giuda in prima fila. Un tavolo simile, non lo stesso ma orientato in un modo identico, con un numero di commensali più o meno uguale. Passato e presente che si incontrano e si stringono la mano, piacere io sono quello che eri e io quello che sei diventata. Tuo malgrado? Per sventura? Meno male? Per fortuna? Per gran parte della serata mi sono guardata intorno ricostruendo dettagli di ieri, ricordando le cose che non andavano, quei germogli che stavano fiorendo e che dovevano mettere in allerta perché proprio durante quella cena erano fin troppo evidenti. E nello stesso tempo non ho potuto non tirare fuori dalla memoria quelle risate, certi sguardi piena di intesa, occhi che luccicavano perché condividevano molto, e non solo il lavoro. Poi ho guardato il tavolo di oggi, la me più adulta, anche più segnata per la verità, quella che per scelta sta sulle sue e le basta, partecipa al brindisi di buon Natale e poi posa il bicchiere senza bere, si guarda intorno e vede il suo oggi, ma senza fare bilanci, confronti o paragoni. Certo è che se il prossimo anno la cena di Natale si fa ancora non sarebbe una cattiva idea farla da un’altra parte .
A parlar di surgelati rincarati/3
No che non ho accettato. Perché sono una fiera rompipalle.
Gentile direzione,
ho letto con grande attenzione la vostra risposta alla mail che vi ho inviato nella quale lamentavo la pessima esperienza vissuta da cliente disabile nel punto vendita della mia città. Mi confermate che il vostro negozio è conforme e rispettoso delle vigenti norme in materia di superamento ed eliminazione delle barriere architettoniche nonché di sicurezza negli edifici aperti al pubblico ne prendo atto ma state spostando il significato delle mie parole su altro in un modo francamente ipocrita. Come lo è del resto il vostro modo di definirmi persona con particolari esigenze: no, cara direzione, voi con queste parole tentate di risolvere il problema rovesciando su di me le vostre manchevolezze più che evidenti. Non sono io infatti ad avere particolari esigenze è l’incapacità umana del vostro personale a rappresentare la grossa lacuna, almeno del negozio dove sono andata io. E qui si arriva al nodo centrale: quel giorno, alle ore 11.20 circa, c’erano in servizio almeno tre addette alla vendita che mi hanno trattata con sufficienza al punto da prendersi gioco delle mie legittime richieste, alzando i toni con fare arrogante arrivando alla fine ad offendermi davanti ad altri clienti. Queste sono le barriere architettoniche che dovete abbattere e il compito spetta solo a voi, con un’adeguata formazione al personale e quando serve anche con severi ammonimenti. La qualità di cui vi vantate nei vostri claim passa anche da qui. Accetto le vostre scuse ovviamente, mentre rifiuto il buono che mi proponete e vi assicuro che qualunque cifra non sarebbe stata sufficiente a controbilanciare l’umiliazione subita.
A parlar di surgelati rincarati/2
Un’attesa febbrile, come quando alle medie aspettavi la risposta del compagno di banco al quale avevi scritto un fiume in piena di parole d’amore, una letterina stupidina e piena di cuori con cui ti dichiaravi e augurandoti che ti volesse in moglie per l’eternità e dieci figli, ma anche di più se voleva. Ecco alla fine la direzione del supermercato a cui ho scritto, senza nessun cuore, anzi una buona dose di veleno e rabbia, pura incazzatura sarebbe meglio dire, mi ha risposto. Gentile signora, mi ha detto, siamo in regola con le norme in materia di superamento ed eliminazione delle barriere architettoniche però il nostro personale in occasione del suo ingresso potrebbe non essersi comportato in modo corretto considerando le sue particolari esigenze. Strana questa cosa ha continuato dato che la politica aziendale della nostra società è sempre orientata all’attenzione e alla soddisfazione del cliente nel limite del possibile e della ragionevolezza. Ma nel caso sia successo qualcosa che l’ha offesa offriamo un buono spesa di € 20,00 da utilizzare presso il nostro punto vendita. Per rimanere alle medie faccio un breve riassunto: colpa mia. Non ho capito una minchia perché loro sono in regola con le normative e bla bla, ho esigenze particolari e quindi giù la testa e poche pretese, tutto possono fare mai io non ho avuto ragionevolezza di sorta ma siccome la prof e buona ciapa qua 20,00 euro e silenzio per favore.
Sono sulle spine, non so che fare, accetto 20.00 o riscrivo una nuova letterina come una vera rompipalle?
A parlar di surgelati rincarati/1
Cose che capitano. Che mi innervosiscono a mille ma che non lascio cadere. Sono andata a fare la spesa in un piccolo supermercato della mia città, di relativa recente apertura, nel quale comunque io non ero mai stata. Cronologia di una mancata spesa. Entrata dalla porta automatica, la mia carrozzina fa scattare il sensore di allarme, roba nota. Attiro l’attenzione della cassiera seduta davanti a me che però non alza la testa dal suo lavoro. Mi dirigo lo stesso verso i tornelli di ingresso, rischio di incastrarmi, la mia sar modello slim non passa. Tento di nuovo di richiamare l’attenzione, a vuoto. Riesco ad entrare abbassando la testa per passare attraverso il cancello dei carrelli per la spesa, piccolo dettaglio le barre di plastica mi sbattono sul viso. Fermo l’addetta alla frutta e verdura, è lì a pochi passi da me. Spiego la gravità di quanto sta succedendo, con tono arrogante e saccente mi dice che io avrei dovuto avvisare e che i tornelli mi sarebbero stati aperti manualmente. Dico che ora voglio solo uscire. Con più fastidio di prima dice che per questo c’è un passaggio dalla cassa disabili. Fermo una nuova addetta, meno seccata dalla mia richiesta – ma non del tutto serena in ogni caso – mi accompagna alla tanto celebrata cassa-disabili occupata però da un cliente impegnato a pagare la sua spesa, con carrello strapieno, passeggino davanti a sé con bimbo a bordo ma che molto gentilmente accetta di spostarsi. A quel punto esco, passo davanti alla cassiera che solo in quel momento si accorge di me salutandomi. Non rispondo, lei urla davanti a tutti che sono una maleducata.
Cara direzione, questa maleducata, ahilei, di disabile, pretende di conoscere quanto prima le ragioni per cui il vostro negozio non rispetta le regole contro le barriere architettoniche che tutelano la sicurezza e la comprensione verso i bisogni di minima dei vostri clienti.
Questa sarà la prima parte di uno scambio epistolare che non finirà a breve.
A spasso con Fujiko
Ieri ho fatto una scoperta e subito dopo mi sono fatta una gran risata, pensa te, ecco qui un nuovo vantaggio mi sono detta. Ero in giro per shopping, mi serviva una cosa in particolare, proprio quella, non altro, ma andava scelta, provata, verificata con attenzione. E dopo mille giri, altrettante parole, un numero smisurato di richieste precise quasi mai assecondate con la stessa meticolosità, affrontando per giunta la noiosissima ressa di un sabato simil-festivo, ho trovato ciò che faceva per me. Ho pagato e me ne sono andata. E uscendo le barriere elettriche antitaccheggio hanno suonato, dalla cassa mi hanno sorriso indicandomi di passare senza muovere un dito contro di me, ero pulita secondo loro, figuriamoci se non lo ero, lo stesso suono c’era stato anche all’entrata quando aveva provocato le stesse reazioni, avanti, avanti, prego si accomodi, sia mai. Non ero stata io far suonare l’antitaccheggio, la mia sedia invece sì, nessuna ragione per muovere un passo contro di me secondo loro. E ridendo ho fatto una secondo prova, stesso percorso: entrata in un negozio, scelto con cura, uno di quei multi store pieni di pretese ma poca ciccia, in cui le commesse assumono con il cliente l’insopportabile tono cosa-entri-qui-che-sei-un-pezzente, e l’antitaccheggio ha suonato, stesso repertorio di sorrisi per sottolineare il benvenuto nei miei confronti. Ho fatto un giro tra gli scaffali, ho pure provato una giacca, bella e carissima va da sé, che ho appeso nuovamente alla sua rella, sono passata inosservata tra tutta la gente e poi sono uscita e l’antitaccheggio ha suonato ma dalla cassa mi hanno detto, sorridendo, che potevo uscire senza nessun problema. Riassumendo posso andare per negozi senza impazzire per trovare parcheggio perché io ho il diritto di occupare i posti migliori, quelli che sono lì, proprio davanti all’ingresso, e poi, e poi… ma no che lo farò, anche se tutta la carità pelosa che c’è in giro mi mette in testa molti pensieri, così anche solo per poter dire: guarda che io sono davvero come tutti gli altri, anche nel male. Anche perché quella giacca era proprio bella.
Oltre il Papeete c’è di più
Sere fa sono andata ad ascoltare Massimo Cacciari, era qui, al paesello, presentava il suo ultimo libro e non potevo certo mancare. Mica per niente ma solo per il fatto che con lui io sono sempre d’accordo e poi perché mentre parla mi offre gli strumenti necessari per conoscere temi che fino a quel momento ignoravo offrendomi meccanismi capaci di rafforzare le assi del mio pensiero. Non si tratta di condizionamento o di dipendenza dal suo per me innegabile fascino, niente di più sbagliato, Cacciari è Cacciari, punto e a capo. Quindi l’altra sera sono andata, era ospite di una di quelle rassegne letterarie che d’estate si organizzano un po’ su tutte le piazze d’Italia, e mentre mi accomodavo in platea, abbastanza vicina per non essere disturbata e sufficientemente lontana perché Cacciari si accorgesse che non avevo il suo nuovo libro in mano e che quindi ero lì ma completamente impreparata, mi chiedevo quale fosse lo stato d’animo della conduttrice della serata che intravedevo dietro le quinte. Non era Lilli Gruber eppure non sembrava terrorizzata. Coraggiosa? Superba? Ingenua? Tutte e tre le cose forse. Ma ci ha pensato il professore che, salito sul palco, ha preso in mano il microfono e ha salvato tutti, lei e noi, ha parlato solo lui, del suo nuovo Saggio sull’Umanesimo che rovescia schemi noti, apre orizzonti inediti e offre risposte a quesiti mai fatti. A scuola l’Umanesimo ci veniva presentato come il movimento letterario che metteva al centro della riflessione l’uomo, Cacciari, invece, ne dà un’altra lettura, è l’uomo che da solo si mette al centro del pensiero, coprendo spazi oscuri, aggiungendo i guizzi della sua genialità su ambiti bui per illuminarli del bello che rassicura lo spirito. Ovvero l’opera d’arte. Quel dettaglio su cui posare gli occhi e che fa dire ce la si può fare, la melma che sembra sovrastarci è destinata a passare finché l’arte esiste. Non ha mai parlato di politica Cacciari, ha glissato con sapere ogni domanda sul tema, ma ha detto, eccome se ha detto.