Anche se questa storia un senso non ce l’ha

È stato un pomeriggio un po’ strano quello di ieri, risultato di un caffè fra persone che insieme hanno condiviso un’esperienza lavorativa lunga e conclusa in modo burrascoso proprio un anno fa. L’incontro l’avevamo cercato, ciascuno di noi sapeva che avrebbe potuto essere pesante ma avevamo detto tutti sì, per ragioni diverse ma abbiamo accettato, consapevoli in cuor nostro che c’era un groppo da sciogliere perché sul  piatto erano rimaste troppe domande irrisolte. Ci siamo ritrovati seduti allo stesso tavolo, davanti ad un caffè buttato giù in fretta, con lo stesso imbarazzo dei primi appuntamenti abbiamo cominciato a parlare di ciò che poteva essere e non è stato, muovendoci a caso con le parole, facendo balzi all’indietro e poi in avanti, mescolando il passato con il presente senza una direzione, liberandoci di parole di cui conoscevamo ogni senso ma senza dare nessuna risposta. Ne saremmo stati capaci del resto? Ci siamo guardati in volto e abbiamo visto le nuove rughe di un anno difficile, tutti diversi o forse inchiodati ancora lì dove eravamo un anno fa. Mi sono chiesta se  l’incontro di ieri ha almeno pulito le nostre spalle dalla polvere che si è accumulata in un anno di silenzi. No, è stata la risposta. A quel tavolo c’era solo amarezza e nostalgia nascosta sotto un tentativo mal riuscito di deviare le carte, di spostare le assi della verità per trovare un senso diverso a tutto soprattutto al futuro. E ancora una volta mi sono vista diversa dagli altri. Abituata come sono a non guardare mai al futuro e a non voltarmi con rimpianto al passato, in questo anno, poco alla volta ma non senza fatica, mi sono lavata via tutto, mi sono data un tempo massimo per astio, delusione e rabbia e prima che mi facessero più male del necessario ho chiuso la partita. Non ho bei ricordi che escono da lì e quelli che ci sono me li sono portata fuori, non appartengono più a quel posto.

Tutti a bordo!

Domani dovrò fare la visita di controllo coi neurologi che seguono l’evolversi della mia sm. Il protocollo prevede una visita ogni sei mesi, facendo un conteggio di massima in vent’anni di onorata carriera a bordo di questo vascello ho fatto di sicuro 40 visite di questo tipo, poi ci sono stati gli extra in corrispondenza di emergenze dell’ultima ora, ricadute, cambi di terapia e altro sul genere. In bilancio credo di avere almeno 50 visite, una più una meno. Ogni volta è necessario presentarsi con un pacchetto di esami clinici di vario tipo per permettere ai medici di formulare un quadro quanto più completo della situazione del momento. Del tutto incapace a gestire le ansie, sempre preoccupata che l’esito sfavorevole degli esami dipendesse da me, pienamente convinta di essere la regista degli attacchi più spietati della sm, per molti, troppi, anni ho affrontato queste visite periodiche come se mi aspettasse una commissione universitaria presieduta dal Rettore pronto a cavillare su ogni cosa che non andava attribuendo le cause solo a me. Con il passare del tempo trascorso a bordo di questa imbarcazione sgangherata qualcosa è cambiato per fortuna, non che adesso segni sulla mia agenda queste date con leggerezza, restano sempre giornate che eviterei con grande cura, è sempre alta la voglia di mandare tutto all’aria e dire che per questo giro passo, ma siccome non si può, siccome dei medici ho bisogno, siccome dei farmaci pure e sono loro che me li danno, si fa, anche questa volta si fa, però con uno stato d’animo diverso. Ecco diciamo che questa volta, come anche la precedente e credo anche quella prima, mi presento un po’ impreparata all’appuntamento e senza troppi sensi di colpa. Non ho fatto tutti gli esami di controllo che dovevo fare. Me ne manca uno che farò la prossima settimana. Non ho prenotato in tempo e non ho fatto il giro di tutti gli ospedali della mia ASL per cercare un appuntamento in grado di garantirmi l’esito in tempo per la visita di domani, pazienza, mi sono detta, invierò il risultato via mail, siamo nel 2018 vivaddio. A bordo di questa barca io ci porto la mia sm, insomma, il resto dell’equipaggio ci metta del proprio, io i sensi di colpa li lascio a casa.

 

The cat is still on the table

“Sorry for my english”. Per un’intera, piacevolissima serata è stato questo il mio unico contributo alla conversazione. Ero stata invitata a cena da un’amica per salutare la sorella tornata per trascorrere qualche giorno a casa: vive fuori da sempre, a 25 anni ha scelto di seguire il suo talento lavorando all’estero praticamente ovunque scalando le vette di una carriere brillante e del tutto meritata. Non credo che il suo caso vada inserito nella lista dei numerosi cervelli costretti alla fuga, per quanto le sue capacità siano certamente al di sopra della media, dopo la laurea ha deliberatamente scelto di andare via dall’Italia pur essendo quelli anni in cui questo paese qualche speranza ancora la dava. Quando torna fa base dalla sorella, ci vediamo sempre, molto spesso viene raggiunta da amici e amiche, colleghi di lavoro o fidanzati, questa volta con lei c’era Aimi, nata a Tokio con residenza a New York e numerose esperienze professionali tra Europa e Nord America. Ebbene durante la cena s’è mangiato, s’è bevuto e s’è parlato. O meglio durante la cena anche io ho mangiato, anche io ho bevuto ma solo io non ho parlato se non per dire “Sorry for my english”. Io e l’inglese abbiamo un blocco, mi do un tono e lo chiamo rispetto per la lingua che mi porta a non abusare di bruttissime traduzioni letterali con l’utilizzo esclusivo del simple present. Diciamo che me la racconto così ma la verità è un’altra. Io l’inglese non lo so. Lo capisco un pochetto forse, ma solo se chi lo parla si esprime con lo splendido, pulito e chiaro inglese BBC che Aimi ha usato al meglio permettendomi di comprendere una parte significativa di quanto ha detto. Come quando al mio ennesimo “Sorry for my english” mi ha sorriso dicendo “My italian is terrible” per poi aggiungere che è come se il suo cervello fosse diviso in due porte: nella prima convivono in perfetto accordo l’inglese e il giapponese che non interferiscono mai tra loro e quando decide di parlarne una lo fa senza che l’altra di intrometta; dentro l’altra porta ci sono lo spagnolo e il francese che lei conosce ma che vanno meno d’accordo tra loro, le capita spesso che mentre ne utilizza una faccia capolino una parola dell’altra, sa molto bene che se imparasse nuove lingue finirebbero dentro questa seconda porta. Aimi non capisce il perché. Io ho pensato al mio di cervello, all’unico portone che c’è, bello chiuso a doppia mandata sulla sola lingua che conosco. Nel mio caso la ragione è fin troppo ovvia e si può evitare di dirla. Meno male perché per spiegarla ad  Aimi avrei dovuto tirare fuori un altro “Sorry for may english”.

Ma non dovevamo vederci più?

Vista la stagione ho deciso di fare una piccola gita al mare. Non amo il sole che picchia sulla testa, l’afa che toglie il fiato, la sabbia tra le dita, la pelle unta di crema protettiva, il chiasso attorno. Ma il resto può andare. Tutto bene, quindi, fino a quando nel bel mezzo della giornata mi sono voltata e dopo anni le ho riviste. All’improvviso. Ho sentito un brivido ruvido lungo la schiena, poi un balzo al cuore, un’incredulità mista a panico, non credevo che un incontro del genere fosse ancora possibile, incredibile anche solo immaginarlo del resto. Erano sparite, come giusto che fosse, e io le avevo rimosse. Mentre si avvicinavano le ho fissate, brutte come un tempo, di più non si potrebbe, sgraziate, fieramente antipatiche, portatrici degli stessi fastidi di un tempo sospetto, eppure di nuovo qui. Maledette pianelle, siete tornate. Quarant’anni fa si chiamavano cosi, erano le più proletarie delle ciabattine da spiaggia, costavano 3 mila lire, non credo di più, ma era anche troppo per una suola dura di plastica blu che faceva sudare il piede con una fascia a righe che ne tratteneva, grattandolo, il dorso. Non ho mai dovuto rifiutare di indossarle perché in famiglia non me le hanno mai comprate per fortuna, credo comunque che avrei strillato in modo insopportabile se costretta a farlo, “Le pianelle no, le pianelle no, vi imploro no”. E invece pare che oggi siano diventate un costoso oggetto del desiderio da sfoggiare perfino nei locali più fighetti non solo dai ragazzi ma anche dalle ragazze che di botto cancellano tutta la fatica fatta in palestra con una calzatura capace di mortificare anche lo stacco di gamba di Naomi. Nella moda tutto torna, nulla muore. Nella moda appunto, che ricicla tutto quello che ha prodotto di bello, non certo gli errori come le pianelle che con stile ed eleganza nulla hanno mai avuto a che che fare. Caduti nella loro trappola blu di questo passo corriamo il rischio di ritrovarci a spendere soldi per indossare il sandalo con il calzino, il gambaletto color brodo, la scarpa con il mezzo tacco e la gonna a portafoglio che taglia il ginocchio. A questo punto resistere diventa un dovere.

 

 

Anna, salvami tu

Ieri sono andata dal parrucchiere e ne sono uscita incavolata nera. Qualcuno mi spiega perché tutte le ragazze quando vanno a rifarsi i capelli escono bellissime e pronte per assistere ad una sfilata di moda sedute accanto ad Anna Wintour e io, invece, torno a casa e sembro la-sventurata-che-nemmeno-provò-a-rispondere-visto-che-nessuno-le-domandò-niente? Accade ogni volta, soprattutto da quando sedotta dai tanti tagli corti che da anni si vedono ovunque, ho chiesto alla parrucchiera dell’epoca come sarebbe stato su di me. Benissimo mi ha detto e poi i tuoi capelli dritti sono perfetti e non si sarebbe bisogno di fare nessuna piega. E così ho osato. Nessuno ti dice che quando scegli un taglio corto, per quando bello e per quanto bene ti stia, tornare indietro non è così facile: i capelli crescono in fretta, certo è vero, ma non in lunghezza, piuttosto in volume e dopo poche settimane in testa ti ritrovi un cavolfiore e per essere di nuovo in ordine serve un altro taglio, ancora corto. Sicché ieri sono dovuta tornare armata di tante buone e mal riposte speranze. Mi hanno fatta accomodare, lavaggio, crema e roba sul genere per poi cominciare la fase del taglio. Dopo pochi minuti sotto di me c’era una vera montagna di capelli scuri, li ho guardati dicendo che erano davvero tanti, sì è vero mi è stato risposto ne hai tanti, erano tanti, avrei dovuto replicare. Sulla testa bagnata ce ne erano rimasti ben pochi invece. Ho sperato che la parrucchiera avesse in mente un’asciugatura ad effetto. Sbagliavo. Ha terminato mentre io diventavo sempre più triste. Mi ha chiesto: che ne dici ti piace? Ho messo gli occhiali e l’ho visto riflesso sullo specchio: Harry Potter. E per niente sorridente. Sono a casa adesso. Mi sono rilavata i capelli, ma niente da fare. Cerco di raccontarmi che questa somiglianza potrebbe fruttarmi un posto accanto ad Anna Wintour, magari a NY.  Ma l’unica cosa certa è che devo trovare una nuova parrucchiera.

Quanti amici nuovi

Pochi giorni fa sono stata invitata ad un piccolo evento mondano e ci sono andata. In provincia è cosi, diventa evento mondano anche l’inaugurazione di un locale se dietro le quinte ci sono i nomi giusti, quelli che contano, quelli che sanno costruire anche sopra il niente interesse e voglia di esserci. Sono stata invitata da una cara amica, non potevo e nemmeno volevo dirle no, anche se fino a pochi mesi fa lo avrei fatto, ma ora sulla mia due ruote è diverso, il mio segreto di pulcinella s’è pubblicamente smantellato, quindi mi risulta più facile partecipare a qualcosa che prima avrei evitato come la peste nera. L’outing è stato forzato ma s’è portato addosso qualche beneficio. Sicché sono andata sapendo anche chi avrei incontrato, pochi amici e molti conoscenti: quaranta/cinquantenni ancora sulla cresta dell’onda ben inseriti nel bel mondo del paesello. E infatti c’era tutto il gotha della politica locale, molti professionisti, piccoli industriali, commercianti di vario genere, nessun aristocratico, molti con tanta speranza di poterlo diventare. In questo ambiente in cui io c’entro fino a là, che negli ultimi anni ho lasciato andare ancora di più, ho scoperto invece di avere tanti amici. Non può che essere così visto che ovunque mi girassi c’era qualcuno che si metteva in fila per potermi salutare, baci e abbracci da parte di gente che mi conosce appena, gente che forse sa solo il mio nome, gente che a pelle non mi sta nemmeno simpatica. La stessa che vedo in giro da una vita, che non ha mai dimostrato chissà che nei miei confronti, oltre alla semplice educazione di una saluto distratto, ha messo in atto siparietti che mi hanno fatta soprattutto ridere. Mi sono sentita come la ragazza più popolare della scuola, della scuola media per giunta, quei terribili tre anni che le persone normali ricordano con orrore. Se avevi l’apparecchio ai denti, se era la mamma a scegliere come dovevi vestire, se avevi la frangetta perché i capelli non ti andassero sugli occhi quei tre anni li hai vissuti in disparte, a guardare gli altri. Quindi dopo più di trent’anni te la meriti una serata da regina della festa. Le ragioni non le voglio indagare, non mi interessano proprio, ho riso molto e se sono felice e più leggera io basta e avanza. Vorrei dirlo anche ai miei nuovi amici però.

In giro per negozi

L’altra mattina ho fatto un giro per negozi con un’amica. Un giro per negozi non è un giro di shopping, si tratta di una semplice presa di visione di cosa potrebbe piacere e che molto spesso è preludio di un acquisto. Per me è stato un nuovo debutto, per anni entrare in un negozio era sinonimo di acquisto certo e pure compulsivo: era tale la fatica di scegliere e provare da far perdere allo shopping ogni sapore di piacere trasformandolo in desiderio di portarsi via fin troppo per non dover ripetere l’esperienza fino alla stagione successiva. Ora sulla mia nuova due ruote c’è tempo e modo per fare quello che non facevo da anni, come girare con comodità tra gli scaffali, chiedere, toccare con mano e poi uscire pensando a quella cosa che mi ha colpito e che potrei tornare a comprare così come no. Ora il problema è diventato un altro semmai: seduta sulla mia due ruote ho guadagnato in agilità negli spostamenti certo, ma ho perso in presentabilità, ovvero potrei uscire anche in pigiama o eternamente in tuta da ginnastica, sai la differenza, nessuno lo noterebbe. Quindi che li compro fare certi abitini così bon ton, o quelle gonnelline deliziose per forma e colore, o quei pantaloni sfiziosi e alla moda che mi piacciono tanto? Potrei lasciarmi sedurre da camicie e magliette, ma senza osare troppo, sarei fuori posto. Mi dicono che devo vestirmi con quello che piace a me senza pensare se gli altri lo vedranno o meno, dicono che se lo so io basta. Già, loro dicono. Imparerò a fare anche questa alla fine, nell’attesa farò altri giri per negozi guardando quello che mi piace e che non comprerò compiacendomi di quanto sto risparmiando.

 

 

Una pizza e un grande desiderio

Sono uscita con le mie ex colleghe di lavoro l’altra sera, una pizza tra di noi che siamo passate, ma non ancora del tutto sopravvissute, dalle forche caudine di un licenziamento del tutto immeritato. Che strano, ce lo siamo anche dette: mentre eravamo al lavoro non c’era sempre un clima di piena distensione tra di noi, certo andavamo d’accordo, ci si aiutava, si rideva anche ma spesso eravamo armate di coltello tra i denti l’una contro l’altra, roba normale quando si lavora insieme abbiamo concluso, se poi il risultato è una serata molto divertente, tra risate e prese in giro bonarie non c’è niente di male, anzi. Ma qualche rimpianto è venuto fuori soprattutto quello di avere dato un po’ troppo ad un’azienda che invece non ci ha messo molto a dare un calcio nel sedere a tutte. Mi chiedo se faccia bene parlare troppo di quello che è successo, forse tutto questo astio finirà davvero quando la pagina sarà voltata del tutto, quando arriverà un nuovo lavoro, tutti i soldi – tanti – che avanziamo, e quando quel bisogno di rivalsa che sentiamo troverà uno sfogo decisivo. Un bel calcio nel sedere ai quei quattro babbei sarebbe molto utile, ma a me non basterebbe un calcio in senso figurato. Devo solo trovare il modo di fare molto male rimanendo seduta su una sedia a rotelle. Tanto prima o poi tutto quello che voglio fare lo faccio, anche se mi costa fatica.