E-book

Ho ripreso a leggere seguendo ritmi ancora cauti ma pur presenti. Traduci, Cinzia: leggo di nuovo anche se con lievissima frequenza rispetto a quanto mi apparteneva. Insomma, qualcosa in più rispetto a un’estate vuota che anche sforzandomi non si riempiva di pagine e parole. D’un colpo mi sono detta, devi riandare, non puoi perderti nel niente e quindi dài, pronti, via. Ma per seguire questa spinta ho avuto bisogno di un titolo già in mano e allora mi sono girata verso un cassetto da dove è uscito il mio E-book, poco amato ma utile. Ho scelto Elsa Morante con L’isola di Arturo, autrice che ho molto amato in gioventù, con altri titoli, forse migliori o che forse ho letto con altri stati d’animo, di certo a un’altra età o chi può dirlo. Sta di fatto che questo l’ho letto e terminato, senza attrazione va detto, assicuro però che un minimo si interesse per il momento lettura c’è stato, anche se diverso, nell’orario, nel luogo di esecuzione perché tutto dopo papà nella mia vita è altro. Resta uguale il mio rapporto distratto con l’E-book devo ammettere, anche se riconosco che comunque rimane un grande strumento per garantire la complicità con la lettura. Niente da dire su questo, se cerchi, se hai bisogno, lui c’è, con tanti titoli a disposizione, presenti sulle sue pagine e aggiunti con caratteri video spesso migliori rispetto a quelli del libro cartaceo. Poi c’è l’elemento economico che assume un valore importante: l’acquisto di un’edizione online di un titolo di una decina di anni fa rispetto a quella cartacea è pari anche a un costo dimezzato a fronte di quella che si trova in libreria oggi. Amo i libri, non li compro sulla base del loro costo più o meno alto, nulla mi sposta dalla scelta, ma resta il fatto che le nuove uscite da qualche anno hanno subito un aumento esagerato, questo va sottolineato. Detto questo, continuando con i vantaggi dell’E-book c’è la possibilità della scelta del font di lettura così come la sua dimensione, la luminosità del fondo della pagina in un insieme che si sposa con le proprie necessità di lettura. Valore non secondario dell’E-book è la presenza del dizionario: se leggendo ci si imbatte in un termine non conosciuto basta segnalarlo, mettere in uso il programma e questo ne fornirà immediatamente il significato. Un modo inedito di lettura. Necessario? Utile, di certo. Sposta i mezzi di conoscenza. Li amplia? Possibile. Di certo la lettura è anche questo: contribuisce al miglioramento del proprio bagaglio lessicale e dei modi per definire le costruzioni linguistiche. Valore aumentato per questi termini dall’E-book? Per certi versi anche sì. Ma un libro cartaceo resta altro per me. E il mio preferito. E anche con una certa fermezza.

Ciao, Giacomo

Ieri pomeriggio sono stati celebrati dal Patriarca di Venezia i funerali di Giacomo Gobbato, il giovane che la scorsa settimana è stato accoltellato perché non si è girato dall’altra parte. Lui ha deciso di prendere le difese di una donna aggredita sotto casa, sentite le sue urla le è corso incontro per difenderla. Ci ha provato, ci è riuscito, ha pagato con la sua morte. Giacomo era originario di Jesolo, i suoi genitori vivono qui, il funerale è stato celebrato nella chiesa poco lontana da casa mia e fin dal primo pomeriggio dalle mie finestre ho visto l’avvicinarsi delle tante persone che l’hanno affollata. Ho parlato con chi c’era, ho visto le immagini dei servizi tv, tanto mi è bastato per leggere i sentimenti di un funerale che, per il ritratto che mi sono fatta del giovane Giacomo, gli sarebbe piaciuto. Un addio religioso condotto sulla linea di due piani che mai si muovono in comunicazione tra loro, anzi. Ma ieri invece hanno suggellato in suo nome un patto di fiducia. C’erano gli amici di Giacomo ieri, molti dei quali in arrivo dal centro sociale Rivolta di Mestre, c’era il Sindaco di Jesolo con la Fascia Tricolore, c’era Luca Casarini, attivista politico noto per essere uno dei più celebri attivisti no-global italiani, c’erano molti rappresentanti politici del Consiglio veneto, c’era Beppe Caccia, della nave Mare Jonio impegnata per il soccorso degli immigrati africani, c’erano gli albergatori e i professionisti jesolani la classe sociale dominante della mia città. Insieme, spalla su spalla, per l’ultimo sincero omaggio a Giacomo. Attorno alla sua bara tutti gli amici, come a costruire una rete di protezione proprio per lui che dello sguardo verso l’altro aveva fatto consiglio di vita. C’era il do e c’era il si al funerale di Giacomo, in un circolo stretto attorno a una famiglia distrutta da un dolore cupo.

La bella penna di Grazia per Jesolo

Quando andavo al liceo avevo una compagna di classe, Grazia, tra le più brave a scrivere e a parlare. Mi piaceva la forma espressiva che utilizzava, lineare, asciutta e sempre diretta mai persa verso direzioni inutilmente solenni. Con un solo aggettivo, quello ben assestato, raggiugeva il risultato per una comprensione molto più che corretta. La ammiravo molto, era un piacere sentirla parlare. Ieri su un social l’ho letta – e riletta – mentre faceva la sua descrizione della mia Jesolo e non ho potuto che tornare a stimarla.

«Dove concludere l’estate 2024 se non a Jesolo? Jesolo, dove gli anni Ottanta in fondo non sono mai finiti, dove anche i vecchi sono sempre giovani, e ogni desiderio freme per diventare realtà. Di giorno, di notte, Jesolo è divertimento che si offre a tutti, grandi e bambini, popolare e borghese, spensierata e serissima, moderna e mai uguale a sé stessa, è la città che tutti criticano e che tutti vogliono. Tutti si vantano di andare altrove e tutti vengono qui. “Io solo piazza Brescia” “Ma va, vuoi mettere quanto tranquilla è piazza Milano?”. Jesolo, la più veneta di tutte perché più di ogni altra ne incarna lo spirito: l’amore sfrenato per la ricchezza e per il bel vivere del quale andare orgogliosamente fieri senza tante ipocrisie. Non c’è il mare della Sardegna? Non c’è l’eleganza della Versilia? Come ogni donna di carattere Jesolo non ha mai voluto assomigliare alle altre, lei è sempre stata unica, e lo sa. Jesolo è l’unico luogo dove mi sento in vacanza e a casa allo stesso tempo. Sensazione dolcissima, e la amo per questo».

Ieri questo post l’ho letto e riletto, con piacere crescente, ho riconosciuto la bella penna di Grazia dedicata alla mia città pensando pure che le sue righe potrebbero diventare una pagina di presentazione per il litorale magari da spendere su qualche brochure di Jesolo finemente riuscita.

Care ragazze, cari ragazzi – X

L’altro ieri ho visto Selma – La strada per la libertà film che mi ha resa protagonista di una straordinaria serata e che quindi vi consiglio a gran voce di guardare. La strada cui fa riferimento il titolo del film è quella che si trova nello Stato americano dell’Alabama dove Martin Luther King organizzò una importante marcia pacifica voluta per favorire l’approvazione del diritto al voto per gli afroamericani in occasione delle presidenziali degli Stati Uniti. Lo studio di questa stupefacente pellicola corrisponde alla definizione della figura storica di Martin Luther King  (Atlanta15 gennaio 1929 – Memphis4 aprile 1968), l’attivista politico, divenuto Premio Nobel per la Pace nel 1964 per le sue capacità di mettere in campo un metodo studiato al fine di favorire la completa integrazione politica e sociale della popolazione afroamericana. L’incondizionato diritto al voto per l’intera popolazione statunitense viene assicurato solo dopo anni di battaglie politiche senza uso di armi e con passaggi storici di forte peso che scrissero pagine pesanti e ricche di dettagli da conoscere. Selma è un film che racconta il modo in cui sono state gettate le basi per raggiugere un traguardo che ha condotto alla lettura di passeggi che nel 1965 condussero al Voting Rights Act, l’atto che impose a tutti gli Stati Uniti di garantire il diritto al voto, costituzionale e innegabile, per tutti i cittadini americani al di là del colore della pelle. Ecco perché guardare Selma secondo me è fondamentale, solleva il velo sulle modalità di azione di uno dei più grandi interpreti della storia del Novecento, Martin Luther King, uomo che con le sue proprietà ha saputo realizzare un progetto pacifico che ha rovesciato le vicende di un’intera epoca. L’ha liberata da pensieri di supremazia legata a caratteri fisici e non di pensiero, il colore della pelle ha smesso di essere letto come valore aggiunto destinato solo ad alcuni e quindi non a tutti. La marcia della pace che porta a Selma – racconto di una vicenda realmente accaduta – apre la mente verso un pensiero di valore, che fa riflettere, che conduce a chiedersi se questi fondamentali passaggi della storia hanno trovato un definitivo caposaldo, se possiamo porre un punto fermo, se la storia ci ha davvero aiutato a mettere in atto una riflessione corretta e definitiva. O se serve compiere qualche altro passo in avanti. Voi che ne dite?

Bugiardino

Io i bugiardini dei tanti farmaci che assumo non li leggo più. Da almeno trent’anni. A che mi serve del resto? Per trovare una soluzione – improbabile – alla sclerosi multipla? Per cortesia tiratevi da parte. Fino all’altra mattina quando ne ho preso in mano uno senza una ragione precisa, per cercare qualcosa che nemmeno ricordo. Era quello di una bottiglietta di gocce sul quale tra le altre cose ho letto una riga o poco piu. Definiva che uno degli effetti era regolarizzare i miei umori mantenendoli su una linea costante per non farli oscillare troppo tra gli alti e i bassi dei sentimenti che provoca il mio vissuto. Ecco il contenitore di tutte le tante lacrime che in questi mesi dopo la morte di papà non sono scese, mi sono detta, trattenute da quelle gocce che appena prese mi fanno chiudere gli occhi lanciandomi in un sonno un po’ più che profondo. Sono state prescritte anni fa dai miei neurologi perché forse avevano notato quegli andirivieni del mio stato d’animo divenuto poco stabile, evidentemente trovavano necessaio trattenerlo dentro limiti diventati sempre più difficili da gestire. Tipo? Io ho paura della sclerosi multipla. Ma di più. Solo ora io me ne rendo conto, Sua Signoria mi chiude in una solitudine che non si scalfisce tanto è dura da farsi accettare e quindi io per mia iniziativa resto sola, abbandonando il mio tempo in finti spazi di libertà. Me lo dico sempre di volare via, di concedere più tempo alle persone che mi vogliono bene e che ci sono, eccome se ci sono, mentre io, senza alibi o giustificazioni, resto qui, ferma, immobile abbracciata a Sua Maestà sclerosi multipla. Neanche fosse simpatica o piacevole come compagna di viaggio.

Un amore di Swan

Ho ricominciato a leggere e quindi mi sono detta “facciamolo per bene”. E ho preso in mano un romanzo che avevo in casa credo da almeno un decennio, se non di più, Un amore di Swan, Proust. Addirittura, da qui spingo sull’acceleratore insomma. Ricordo che quando lo comprai, nella libreria appena aperta vicino a casa e che ben presto diventò una sorta di rifugio e di chiacchiere per me, di quelle pagine sapevo poco, diciamo nulla. Ma in quel momento mi sentivo troppo ignorante per rivelarlo, ricordo che quando decisi di compralo lo presi e lo ripresi in mano più volte, girandolo e rigirandolo per cercare di capirne di più, ma la quarta di copertina per esempio non mi correva in aiuto, composta com’era da poche e misere righe. A che punto della Recherche si collocava quel romanzo non lo diceva, solo titolo, nome dell’autore e qualche scarso riferimento senza grande valore e basta così. Io sapevo solo che a Proust si doveva il valore monumentale di un’opera composta da nove volumi eppure la definizione dei singoli titoli mi era ignota, volevo cominciare a leggere l’autore a partire dal primo capitolo, ovvio, il web sui cellulari all’epoca non c’era e rivelare la mia ignoranza per chiedere consiglio alla libraia, la cosa più normale da fare, significava abbassare il velo sulla mia ignoranza, sia mai. Ebbene, lo comprai lo stesso quasi con sfacciataggine e uscii. Poi quella libreria prima che chiudesse divenne quasi una seconda casa per me, la proprietaria una delle mie amiche e tra quegli scaffali passai molte bellissime ore. Ma quel Proust, come tutti gli altri, non l’ho mai letto. Ora ho deciso e l’ho ripreso in mano scoprendo che non fa parte della Recherche ma è una sorta di romanzo nel romanzo – presente la Monaca di Monza dei Promessi Sposi? – ma questo ho e questo leggo, diciamo che ci provo: cavolo facile nemmeno un po’, ma non mollo, certo che proseguo lenta lenta che di più non potrei, è il periodo mi dico. Sì è vero, sto vivendo un momento che sconfina con il dramma e le capacità di concentrazione sono ridotte all’osso, ma la difficoltò che mi dà Proust è dettata alla mia pura ignoranza, non devo cercare troppi alibi insomma. Anzi meglio dirlo.

Colore, taglio e piega

E quindi, mi chiedo, quando deciderò a tornare di nuovo dal parrucchiere? Giusto per coprire di colore queste strisce bianche che mi ricoprono la testa, tagliare la folta chioma cresciuta a dismisura senza senso né direzione, placcare la secchezza generale che si presenta sempre più abbondante dopo ogni lavaggio? Mica per fare chissà che ci tengo a chiarire, diciamo il giusto che basta per poter riavere un aspetto almeno presentabile. Eppure mi manca la voglia di andare, cavolo, piove sempre quando mi decido, accidenti, non trovo posto quando chiamo per prenotare, maledizione, e alla fine rimango così, con un aspetto trascurato e malmesso. Potrebbe interessami meno di zero visto il periodo che si è messo in moto attorno a me, ma riconosco che un piccolo aiuto potrebbe corrermi in soccorso: tipo alzarmi la mattina, guardarmi allo specchio, vedermi un pochetto meglio, osare pure e stendere sulla pelle del viso due dita di crema idratante di buon livello e perché no, anche quel po’ di fondotinta per aggiungere un colore dignitoso a un incarnato spento. Ieri sono andata alla festa per il cinquantesimo di matrimonio dei miei zii e, posto che io non mi sento mai in imbarazzo perché la presenza di sclerosi multipla più sedia a rotelle sono ormai un dato riconosciuto della mia vita, tra una portata e l’altra ho avuto modo di osservare le ragazze attorno a me, cugine perlopiù, e la differenza con me era netta. La loro maggiore cura per l’aspetto fisico era fin troppo evidente. Mi interessa? Se l’ho notata evidentemente sì, ma se volessi intervenire dal profondo come potrei fare: sclerosi multipla non scomparirebbe, figuriamoci, e sedia a rotelle nemmeno. Devo almeno tornare agli ambiti di vita cui ero arrivata, volente o nolente, fino a tre mesi fa, fino a prima che fosse chiaro che papà stava andando via da me. E invece no, questo stato d’animo che vivo oggi sottomesso al resto del mondo sembra un’alzata di bandiera bianca e non va bene. Penso a papà che non ha più la possibilità di mettersi qui accanto per fare da scudo ai miei pensieri neri. Va bene, questo ultimo pensiero mi basta: domani si volta pagina e si prenota dal parrucchiere.

Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale…

…e ora che non ci sei più è il vuoto a ogni gradino. Il 27 marzo è morto mio papà, così all’improvviso, circa un mese dopo la diagnosi di un cancro che avrebbe potuto trascinarlo dentro un vero incubo di sofferenza troppo lungo per essere retto. Da lui soprattutto. Da noi. la sua famiglia, in seconda battuta. Sembrava sereno ci ripetiamo. Gli ulimì tre giorni meno ma sempre pronto a preoccuparsi per me e per mia mamma, il grande pensiero che lo aveva avvolto prima di andarsene, sapeva quanto era importante per noi. Ha affidato tutto a Luca, mio fratello, e infatti oggi glielo si legge in faccia, nella fatica disegnata in volto, ma papà deve averglielo chiesto con forza – fai tu per favore, mi fido, hanno bisogno. E ora mi sento in colpa, per tutto, per non aver capito fino in fondo papà, per essere stata così distante da lui, critica, spesso poco rispettosa, pur sapendo quanto fosse una colonna portante nella mia vita, quanto per lui anche solo un mio sorriso svagato potesse bastare, lo stesso che troppe volte soffocavo invece, sa il cielo perché. L’ho ringraziato la sera prima della sua morte per tutto quello che mi dato e detto ma chissà se mi ha sentita. Poche ore dopo se n’è andato.

Moonlight Shadow

Eccolo. Durante la mia brevissima pausa di festa con torrone e panettone sono riuscita a beccare anche Vacanza di Natale, il primo, indimenticabile cinepanettone edizione 1983. Era tanto e forse più che mi scivolava via ma quest’anno ce l’ho fatta a rivenderlo, compreso di colonna sonora che ha dipinto la mia adolescenza e con quelle battute fisse in testa: “anch’io voglio conoscere la signora fusilli”, “Milano-Cortina, 2 ore, 54 minuti e 27 secondi, Alboreto is nothing”, “io non sono bello, piaccio” con l’indimenticabile e ultra ripetuta da tutti “e anche questo Natale ce lo siamo tolto da…! E questi sono solo alcuni dei passaggi principe di un film che coincide con la mia adolescenza, sono il centro di un’epoca che mi ha riempita di ricordi tutti disegnati dentro una pellicola. Comprese le prime ferie natalizie con la mia famiglia alloggiata in un piccolo e solitario albergo provinciale, punto di approdo per i nostri debutti scarsi e traballanti sugli sci impegnati come eravamo a misurarci sulle piste più facili di questo bellissimo Cadore che sta poco sopra Jesolo. La mia famiglia aveva scelto una località poco nota e consigliata non ricordo da chi perché metteva a disposizione discese per niente impegnative e un bel circolo di istruttori adatti a tutti noi. Alla fine della discesa c’era una piccola baita dove si poteva bere qualche cosa di caldo e lasciare gli sci. Poi, via verso, l’albergo dove ci aspettava camera, doccia. breve riposino prima della cena. Già, la cena. Quante risate! Non ricordo bene di chi fosse la gestione dell’hotel so solo che prima di mangiare tutti noi clienti aspettavano insieme l’orario d”inizio seduti su divanetti piuttosto scomodi mentre guardavamo le tre signore, non certo giovani, sedute dietro la reception. Ogni sera erano loro a dare il via che apriva la cena, non c’era un orario fisso, si trattava di stare lì, meglio se in silenzio, aspettando che la più anziane delle tre suonasse un campanaccio che dava il la all’appuntamento a tavola e facesse scattare tutti noi verso la tanto attesa cena. Ci si divertiva anche per questo, si divertivano anche loro credo mentre il Natale prendeva le forme di una vacanza che ancora ricordo. Come se in sottofondo ci fosse anche la colonna sonora: Maracaibo mare forza 9, andare sì ma dove…

Le benevole, almeno

Un post che ha un po’ il sapore del ritorno all’ovile. Ma io sono così, sento la responsabilità certo ma la mia imperdonabile pigrizia sovrasta ogni cosa e quindi il tempo mi passa tra le dita senza scrivere. E anche i pensieri mi volano in testa e i significati da scrivere su queste pagine mi mollano. Torniamo alla sm allora? Tocca, perché l’autunno è periodo di visite di controllo: domani esami del sangue – che odio -, 23 ottobre risonanza magnetica – non ne parliamo -, 7 novembre – visita di controllo che almeno coincide con il compleanno di una persona speciale, spero porti fortuna almeno. Che sia questo calendario a buttarmi tanto giù? Certo che non aiuta, ma che palle però ritornare sempre allo stesso punto. E allora, Cinzia, forza, fai una svolta. Ecco che mi lamento ancora però. Il lavoro. Si sta facendo davvero pesante. Ci sono due o tre cosette che non mi quadrano e che rendono l’insieme ai limiti del limite. Come l’orario: par time? Eccome no, 25 ore settimanali certo, ma ben distribuite tra mattine e pomeriggi compresi sabati e domeniche. Una forza di energica insomma. E poi un numero bello pieno di clienti, numeri di telefono, liste appuntamenti, discorsi sempre uguali per non parlare di certe rogne sempre più difficili da frenare. Mio fratello dice che si chiama lavoro per questo e che infatti sono tutti così, continua, alzando la voce, per farmi capire che se non mi va bene basta mollare le redini e finire i giochi. Non ci penso proprio e gli do ragione. Devo solo stare sulle pagine del mio blog un po’ di più per vivere il bello. E poi meno male che continuo a leggere con la solita frequenza, anche se ho in mano un libro di oltre mille pagine Le benevole di Littel, bello e piacevole, certo un po’ impegnativo. E poi resta il fatto che il mio calendario di date mediche è lì sopra a tutto.