Notte prima degli esami

Io mi ricordo quattro ragazzi con la chitarra
E un pianoforte sulla spalla
Come i pini di Roma la vita non li spezza
Questa notte è ancora nostra

Ma come fanno le segretarie con gli occhiali a farsi sposare dagli avvocati?
Le bombe delle sei non fanno male
È solo il giorno che muore
È solo il giorno che muore

Gli esami sono vicini e tu sei troppo lontana dalla mia stanza
Tuo padre sembra Dante e tuo fratello Ariosto
Stasera al solito posto, la luna sembra strana
Sarà che non ti vedo
Da una settimana

Maturità, t’avessi preso prima, le mie mani sul tuo seno
È fitto il tuo mistero
E il tuo peccato è originale come i tuoi calzoni americani
Non fermare, prego, le mie mani
Sulle tue cosce tese, chiuse come le chiese
Quando ti vuoi confessare

Notte prima degli esami, notte di polizia
Certo qualcuno te lo sei portato via
Notte di mamme e di papà col biberon in mano
Notte di nonne alla finestra, ma questa notte è ancora nostra

Notte di giovani attori, di pizze fredde e di calzoni
Notte di sogni, di coppe e di campioni
Notte di lacrime e preghiere
La matematica non sarà mai il mio mestiere

E gli aerei volano alto tra New York e Mosca
Ma questa notte è ancora nostra
Claudia, non tremare, non ti posso far male
Se l’amore è amore

Si accendono le luci qui sul palco
Ma quanti amici ho intorno che viene voglia di cantare
Forse cambiati, certo un po’ diversi
Ma con la voglia ancora di cambiare

Se l’amore è amore, se l’amore è amore, se l’amore è amore
Se l’amore è amore, se l’amore è amore

Antonello Venditti

10mila Lire

Ieri, come capita spesso la domenica, siamo andati fuori per pranzo, io, Luca con mamma, l’occasione è rintracciata per riguadagnare quel minimo di serenità famigliare che ha sterzato da noi insieme a papà. Ci si muove lungo Jesolo, soprattutto perché questa stagione primaverile, in pigro ritardo, non è ancora salita sul crinale del gran turismo; in pratica è finito maggio ma il caldo, che dovrebbe richiamarlo a frotte, finora non è arrivato. C’è possibilità quindi per avventurarsi con l’auto anche lungo le vie più frequentate di questa città che è col sole che mostra la sua immagine migliore, preziosa, eccellente, superiore. Ça va sans dir. E così ieri abbiamo potuto trasvolare e ci siamo trovati seduti al tavolo di un ristorante di nuova apertura, affacciato sulla strada più famosa del litorale, quella alla moda, che assume il volto e l’immagine della “Milano-da-bere” (se solo l’avessi mai vista): vetrate luminose avanzate sulla strada, nessun infisso come va di moda oggi, vista panoramica aperta sull’esterno, arredi chiari, dettagli curati, servizio assistito verso un menù importante. Ma io, nota per la mia qualità di totale assenza di un minimo senso dell’orientamento, c’ho messo un po’ per capire in che angolo di Jesolo mi trovavo, ho dovuto guardarmi attorno con attenzione crescente per identificarlo e scoprire che lo conoscevo bene. A pochi passi dalla casa in cui ho abitato per decenni e dalla quale ho dovuto spostarmi perché mancava di ascensore e le mie previsioni sul futuro, sintonizzate sulle frequenze della sclerosi multipla, mi obbligavano a dirle addio. Ma vabbè. E poi, e poi il ricordo. Il posto nel quale ieri ho pranzato, quello fin troppo “Milano-da-bere”, un tempo era stato una pizzeria: piccola, di seconda quota, non certo alla moda, addirittura mediocre, perfino dozzinale, ma davanti casa, eccolo il suo valore. Era il locale dove era concesso andare da sola, con le amiche, a piedi, senza essere accompagnata in auto. In buona sostanza la prima meta delle mie uscite giovanili: pizza fuori casa, il sabato sera con possibilità di stare fuori fino alle 21.30, mi sembra di ricordare. Ieri mentre mangiavo, mi guardavo intorno, pensando a quella pizza di un’epoca fa, all’immancabile lattina di Coca Cola, ai 10mila Lire che avevo in tasca del tutto sufficienti per quel sabato sera con le amiche, atteso, piacevole, desiderato, quello che ignorava la valanga che mi sarebbe crollata addosso dopo poco. Quant’è bella giovinezza, inconsapevole e con 10mila Lire in tasca.

Forcella Aurine, scritta nel cuore

Ieri mi è stata inviata un’immagine piena di ricordi. Me l’ha mandata Simonetta, una vecchia amica, ritrae me e sua sorella Jenny. Credo l’abbia scattata mio fratello Luca. Siamo in montagna, a Forcella Aurine, località del bellunese dove la mia famiglia e la loro, a fine anni Settanta circa, trascorrevano le vacanze di Natale. Eravamo in otto, quattro adulti, quattro ragazzini di varie età. Tutti amici tra noi e per di più vicini di casa, si condivideva lo stesso condominio e lo stesso pianerottolo e molte altre storie di vita. All’epoca, durante il periodo natalizio, si partiva verso questa cittadina delle Dolomiti dove non c’era granché oltre a un piccolo albergo per alloggiare e poche e facili piste da sci adatte per un gruppo di sportivi molto meno che alle prime armi. Come eravamo noi anche se già appassionati alla bellezza di questo sport sulla neve. Tutti. A parte me che ero una vera imbranata, timorosa di ogni mossa. Il maestro, rassegnato, mi faceva fare solo “scaletta”, non so se esista ancora questo esercizio per prendere confidenza con gli sci, so solo che io ne ho fatta tanta prima di tentare una salita con lo skilift di cui avevo cieca paura. Infatti gli inizi con quel mezzo mi sono costati cadute continue, ridicole e spietate. Ma il tempo della vacanza comunque mi piaceva un sacco. Al termine della giornata “sportiva” ci fermavamo tutti nella piccola baita sotto la pista da sci: gli adulti si facevano un drink, una birretta oppure un punch che a loro piaceva un sacco, mentre per noi piccoli c’era la cioccolata calda con la panna montata. Che gioia. E poi via, tutti nelle rispettive camere d’albergo, doccia calda e breve riposino prima di cena. Qui scatta il meglio scritto nei miei ricordi. Una volta scesi verso la sala da pranzo toccava stare in attesa prima di andare a tavola, c’erano divani disponibili per tutti gli ospiti dell’albergo ma la prospettiva per la cena aveva dei caratteri al limite del comico. Dietro il banco della reception stavano fisse tre signore non proprio giovani che gestivano tutto l’andamento e le regole dell’albergo compreso l’avvio del momento di pranzo e cena. Per quello che io ricordi non c’era mai un orario fisso, tutto era stabilito da una scelta arbitraria che credo fosse regolata dagli umori delle tre signore che al momento preferito suonavano con foga una campana che faceva scattare tutti noi clienti verso la sala da pranzo. Comprese ovviamente me, Simonetta, Jenny e le nostre famiglie. Noi tre amiche fin da allora. Figuriamoci adesso che a distanza di un mese abbiamo perso i nostri due amati papà.