Lo stile sabaudo da rivalutare

Da ieri la stampa, i tg e gli approfondimenti giornalistici girano attorno ad un unico tema che riguarda Sergio Marchionne e le sue gravi condizioni di salute. Tutto è cominciato dopo un’improvvisa convocazione del cda del gruppo Fiat-Chrysler-Ferrari e il rapidissimo cambio di tutti i vertici aziendali. Cosa è successo? Viene dichiarato che il ceo del gruppo FCA non è più in grado di continuare il suo lavoro. Parte da qui un’emorragia incontrollata di notizie che provoca un autentico corto circuito nel mondo dell’informazione. Da ieri sera di Marchionne si parla solo al passato, sui quotidiani di oggi ci sono intere pagine che sono autentici coccodrilli, piccolo dettaglio: al momento le sue condizioni sarebbero gravi e irreversibili ma non è ancora arrivato nessun annuncio ufficiale di morte. Mi chiedo cosa possa essere successo per mettere in moto un meccanismo mediatico tanto deviato. Visti i personaggi e gli interpreti di questa vicenda mi chiedo come mai non sia stato possibile gestirla meglio, tenendo a bada discorsi del tutto inutili. Per rimanere nelle immediate vicinanze di Torino mi è tornato in mente quando morì Gianni Agnelli, tutti sapevano che stava molto male ma non venne pubblicato niente sul tema. Fino a quando tutte le redazioni non furono raggiunte da un comunicato stampa brevissimo: “Questa mattina a Torino è morto il senatore Giovanni Agnelli”. Una riga. Asciutta, breve, rigorosa, in perfetto stile sabaudo. Comunque la si pensi sull’operato di Marchionne anche lui avrebbe meritato un trattamento sul genere.

Libri & serie tv

Sono resistente alle serie tv. Nel senso che non ne sono dipendente, poche puntate e poi mi stufo, anche se mi sono piaciute molto finisce che presto o tardi le mollo. Qualcuno che mi conosce starà ridendo a crepapelle visto che ho visto almeno venti volte Una mamma per amica e un buon numero di repliche di Downton Abbey, ma restano casi isolati, credo dipenda dal fatto che concentrano tutto quello che mi piace di più e che non riesco a trovare in altre serie. Una mia cara amica con la quale condivido il grande amore per i libri dice che le serie tv sono la nuova letteratura, le credo ma inorridisco alla stesso tempo, mi piace troppo leggere per pensare di sostituire la mia passione con un’altra che per giunta non mi dà molte soddisfazioni. Solo che mi dà altrettanto fastidio non avere un’opinione su un tema di questo tipo: limita molto le conversazioni, soprattutto con persone con cui mi va di parlare. Allora ho guardato La casa di carta, la serie di cui si è parlato di più in questo ultimo periodo. E l’ho mollata, a ragion veduta, ho tenuto duro per una decina di puntate e poi, soffocata dalla noia ho spento tutto e ho preso un libro mano.

 

Continuiamo così…

Ho rivisto Bianca l’altra sera. Volevo farlo da quando giro il mondo seduta su una sedia a rotelle e il mio punto di osservazione verso le persone è cambiato: non è più il volto la prima cosa che noto ma le scarpe. Come Moretti mi sono detta fin da subito, superba? Direi proprio di sì. C’è, infatti, un livello maestoso di genialità nel monologo dedicato alle scarpe che conclude il film in grado di togliere il fiato per tutta l’intelligenza con cui è condotto. Bianca è un film del 1984, moderno, capace di mettere in scena un linguaggio innovativo dentro una sceneggiatura che per l’epoca deve essere sembrata ai limiti del credibile. La scuola dove insegna il protagonista si chiama Monroe, in classe al posto dell’immagine del Presidente della Repubblica c’è quella di un calciatore, per i professori c’è uno psicologo a disposizione per aiutarli a superare lo stress del lavoro con gli alunni. Rivedere questo film nel 2018 fa uno strano effetto, quello che racconta siamo noi oggi e la conclusione può essere una sola: Moretti come tutti i veri artisti è un autentico genio in grado di spostare lo sguardo verso il futuro anticipando perfino quello che dovremmo ripeterci ogni mattina quando apriamo il giornale: Continuiamo così, facciamoci del male.