Ma non dovevamo vederci più?

Vista la stagione ho deciso di fare una piccola gita al mare. Non amo il sole che picchia sulla testa, l’afa che toglie il fiato, la sabbia tra le dita, la pelle unta di crema protettiva, il chiasso attorno. Ma il resto può andare. Tutto bene, quindi, fino a quando nel bel mezzo della giornata mi sono voltata e dopo anni le ho riviste. All’improvviso. Ho sentito un brivido ruvido lungo la schiena, poi un balzo al cuore, un’incredulità mista a panico, non credevo che un incontro del genere fosse ancora possibile, incredibile anche solo immaginarlo del resto. Erano sparite, come giusto che fosse, e io le avevo rimosse. Mentre si avvicinavano le ho fissate, brutte come un tempo, di più non si potrebbe, sgraziate, fieramente antipatiche, portatrici degli stessi fastidi di un tempo sospetto, eppure di nuovo qui. Maledette pianelle, siete tornate. Quarant’anni fa si chiamavano cosi, erano le più proletarie delle ciabattine da spiaggia, costavano 3 mila lire, non credo di più, ma era anche troppo per una suola dura di plastica blu che faceva sudare il piede con una fascia a righe che ne tratteneva, grattandolo, il dorso. Non ho mai dovuto rifiutare di indossarle perché in famiglia non me le hanno mai comprate per fortuna, credo comunque che avrei strillato in modo insopportabile se costretta a farlo, “Le pianelle no, le pianelle no, vi imploro no”. E invece pare che oggi siano diventate un costoso oggetto del desiderio da sfoggiare perfino nei locali più fighetti non solo dai ragazzi ma anche dalle ragazze che di botto cancellano tutta la fatica fatta in palestra con una calzatura capace di mortificare anche lo stacco di gamba di Naomi. Nella moda tutto torna, nulla muore. Nella moda appunto, che ricicla tutto quello che ha prodotto di bello, non certo gli errori come le pianelle che con stile ed eleganza nulla hanno mai avuto a che che fare. Caduti nella loro trappola blu di questo passo corriamo il rischio di ritrovarci a spendere soldi per indossare il sandalo con il calzino, il gambaletto color brodo, la scarpa con il mezzo tacco e la gonna a portafoglio che taglia il ginocchio. A questo punto resistere diventa un dovere.

 

 

Lo stile sabaudo da rivalutare

Da ieri la stampa, i tg e gli approfondimenti giornalistici girano attorno ad un unico tema che riguarda Sergio Marchionne e le sue gravi condizioni di salute. Tutto è cominciato dopo un’improvvisa convocazione del cda del gruppo Fiat-Chrysler-Ferrari e il rapidissimo cambio di tutti i vertici aziendali. Cosa è successo? Viene dichiarato che il ceo del gruppo FCA non è più in grado di continuare il suo lavoro. Parte da qui un’emorragia incontrollata di notizie che provoca un autentico corto circuito nel mondo dell’informazione. Da ieri sera di Marchionne si parla solo al passato, sui quotidiani di oggi ci sono intere pagine che sono autentici coccodrilli, piccolo dettaglio: al momento le sue condizioni sarebbero gravi e irreversibili ma non è ancora arrivato nessun annuncio ufficiale di morte. Mi chiedo cosa possa essere successo per mettere in moto un meccanismo mediatico tanto deviato. Visti i personaggi e gli interpreti di questa vicenda mi chiedo come mai non sia stato possibile gestirla meglio, tenendo a bada discorsi del tutto inutili. Per rimanere nelle immediate vicinanze di Torino mi è tornato in mente quando morì Gianni Agnelli, tutti sapevano che stava molto male ma non venne pubblicato niente sul tema. Fino a quando tutte le redazioni non furono raggiunte da un comunicato stampa brevissimo: “Questa mattina a Torino è morto il senatore Giovanni Agnelli”. Una riga. Asciutta, breve, rigorosa, in perfetto stile sabaudo. Comunque la si pensi sull’operato di Marchionne anche lui avrebbe meritato un trattamento sul genere.

Libri & serie tv

Sono resistente alle serie tv. Nel senso che non ne sono dipendente, poche puntate e poi mi stufo, anche se mi sono piaciute molto finisce che presto o tardi le mollo. Qualcuno che mi conosce starà ridendo a crepapelle visto che ho visto almeno venti volte Una mamma per amica e un buon numero di repliche di Downton Abbey, ma restano casi isolati, credo dipenda dal fatto che concentrano tutto quello che mi piace di più e che non riesco a trovare in altre serie. Una mia cara amica con la quale condivido il grande amore per i libri dice che le serie tv sono la nuova letteratura, le credo ma inorridisco alla stesso tempo, mi piace troppo leggere per pensare di sostituire la mia passione con un’altra che per giunta non mi dà molte soddisfazioni. Solo che mi dà altrettanto fastidio non avere un’opinione su un tema di questo tipo: limita molto le conversazioni, soprattutto con persone con cui mi va di parlare. Allora ho guardato La casa di carta, la serie di cui si è parlato di più in questo ultimo periodo. E l’ho mollata, a ragion veduta, ho tenuto duro per una decina di puntate e poi, soffocata dalla noia ho spento tutto e ho preso un libro mano.

 

Continuiamo così…

Ho rivisto Bianca l’altra sera. Volevo farlo da quando giro il mondo seduta su una sedia a rotelle e il mio punto di osservazione verso le persone è cambiato: non è più il volto la prima cosa che noto ma le scarpe. Come Moretti mi sono detta fin da subito, superba? Direi proprio di sì. C’è, infatti, un livello maestoso di genialità nel monologo dedicato alle scarpe che conclude il film in grado di togliere il fiato per tutta l’intelligenza con cui è condotto. Bianca è un film del 1984, moderno, capace di mettere in scena un linguaggio innovativo dentro una sceneggiatura che per l’epoca deve essere sembrata ai limiti del credibile. La scuola dove insegna il protagonista si chiama Monroe, in classe al posto dell’immagine del Presidente della Repubblica c’è quella di un calciatore, per i professori c’è uno psicologo a disposizione per aiutarli a superare lo stress del lavoro con gli alunni. Rivedere questo film nel 2018 fa uno strano effetto, quello che racconta siamo noi oggi e la conclusione può essere una sola: Moretti come tutti i veri artisti è un autentico genio in grado di spostare lo sguardo verso il futuro anticipando perfino quello che dovremmo ripeterci ogni mattina quando apriamo il giornale: Continuiamo così, facciamoci del male.