Una che le cose la sa davvero

Magari sono io un po’ insofferente. O forse sono proprio io ad essere completamente ignorante. Ma chi lo sa, è pure probabile che io invecchiando sia diventata più fastidiosa della sabbia nel letto. Ma tant’è. In questi giorni mi trovo circondata da voci che sanno tanto. Tendenzialmente tutto. E su ogni argomento. E ogni volta che tento di dire la mia alzano il tono e mi spiegano la verità. Ma mica robetta sia chiaro, loro mettono in campo quella suprema. E allora mi metto da parte e taccio, cosa vuoi discutere con i portatori del verbo? Non si può mica. L’argomento principe è il Covid: c’è da fare così e colà, meglio girarsi a destra invece, o ancora, si faccia una capovolta in alto guardando a sinistra per arrivare al finale. Lo dicono loro, va bene quindi. Perché è così da sempre, più l’argomento è complesso più si sviluppa lo spirito della pura onniscienza, quella insopportabile tra l’altro. Io che non ne so niente, che sono solo terribilmente spaventata, più ancora della scorsa primavera, che mi tengo lontana da giornali e tv per non sentire più gli aggiornamenti diventati inquietanti, che esco solo per andare al lavoro – sperando sia possibile ancora a lungo – mi irrito di fronte ai discorsi inutili di questa ricca schiera di saputo-saputelli. L’altra sera ero al telefono con una cara amica, si parlava in generale, le chiedevo come stava, ha cominciato a raccontarmi, a dirmi che andava meglio e dopo aver passato un periodo difficile sentiva che il percorso cominciato per superare la crisi evidentemente era in via di riuscita. Poi si è interrotta e mi ha detto che sabato sarebbe andata al compleanno di un’amica e che lì avrebbe rivisto il suo ex. Si è fermata un attimo e mi ha detto “Ma per forza che sto meglio!” e siamo scoppiate a ridere. Eccola una con cui mi piace parlare perché lei si sa davvero tanto.

S’ha invernà

S’ha invernà: c’era scritto nel wapp che mi ha mandato ieri una mia vecchia amica che non sentivo da tempo. Appena l’ho letto sono scoppiata a ridere. È dialetto veneto, ruvido e molto pesante: significa che l’inverno è sceso in modo veloce e improvviso e noi l’usavamo ogni volta che capitava qualcosa di simile a quello che sta succedendo in questi giorni, una temperatura fredda arrivata senza nessun annuncio di autunno. Chissà perché la usavamo visto che noi due siamo delle grandi tutrici della lingua italiana, ma ‘sta roba del s’ha invernà è sempre stata un’espressione buffa che ci piaceva usare, forse si cominciava addirittura alla prma pioggia di settembre. Io e lei abbiamo condiviso un passato davvero forte, poi ci siamo lasciate piano piano, credo che, con una naturalezza imbarazzante, la vita si sia presa altri spazi, purtroppo. Peccato però, perché io con lei ho trascorso anni divertentissimi e ricchi per quell’intesa che ci portava a fare cazzate di cui non ho nessun rimpianto e nello stesso tempo condividere scampoli di vita indimenticabili. Ricordo lunghissime vasche in macchina a parlare di noi, a scambiarci consigli e pure a spettegolare, che non guasta di certo. Mi sono anche innamorata del suo capo se è per questo, ma non era certo la ragione che mi legava a lei. Un dispiacere se penso a quel periodo però ce l’ho: all’inizio eravamo una squadra di amiche non solo noi due, poi qualche cosa si è spazzato. Un equilibrio da fare invidia che purtroppo s’ha invernà.

12 settembre 2000

Che scossa stamattina, sono entrata in una pasticceria per fare colazione e mentre scelgo il mio dolcetto preferito parte Mille giorni di te e di me e Baglioni mi spalanca il cuore, cavolo proprio oggi che è il 12 settembre, non un giorno qualunque, oggi è il compleanno di lui, quel primo grande amore che nel tempo, negli anni, mi ha fatta tremare di emozione, lacrime, silenzi, batticuore, ritorni, innamoramento, dolcezza e un po’ di tutto. Mica roba di oggi, è da vent’anni che questo è un giorno speciale. Quando ci si frequentava ancora, era sempre il 12 settembre a darci l’occasione per la ripresa dei contatti che erano spesso stati interrotti da qualche settimana o addirittura mese a causa di liti furenti, quasi sempre dovute a tradimenti e conseguenti scenate. Ci si prendeva, ci si lasciava con la certezza che sarebbe stato per sempre e poi bastava una telefonata, un cenno e tutto riprendeva con la stessa passione per poi interrompersi di nuovo per tutto o magari per nulla. Roba strana lo so, ma era così che andava. Per questo il 12 settembre era e restava il 12 settembre, lo si sapeva e lo si aspettava, punto e basta. E poi anche con il passare degli anni, quando il tempo aveva fatto il suo corso e la vita di tutti e due aveva preso altre direzioni e di certo non meno importanti chissà perché il 12 settembre restava una gran data e anche se nulla andava oltrea un sms prima e un wapp dopo, i toni, sempre dolci, sempre partecipati, sempre pieni di emozione e comunque nell’assoluto rispetto del presente di entrambi, sapevano fare la differenza. Una piccola porta che si apriva lì, su quel passato evidentemente tanto importante. E poi stamattina, 12 settembre 2020, due decenni dopo quel primo incontro, mi ritrovo seduta ai tavoli d una pasticceria per fare colazione mentre attorno a me parte una colonna sonora perfettamente agganciata a quei momenti. Un tempo lontano, lontanissimo, dettagli importanti di vita che una selezione di canzoni ben assegnate porta a galla senza annuncio. Buon compleanno, allora.

Quell’amore di tanti anni fa

Mi ha chiamata di sorpresa un vecchio, vecchissimo amico di mille e più mille anni fa. Presente le scuole elementari? Ecco tanto per dire da quanto ci conosciamo. Ma non abbiamo mai avuto chissà che tipo di frequentazione; mi tocca fare la classista adesso – roba che mi piace un sacco fare, si sa – diciamo che siamo cresciuti su fronti sociali opposti, io sono quel che sono, lui è sempre stato quel genere di “uomo-della-piazza” amante della bella moda, della gente di rappresentanza, delle auto in linea con l’ambiente che frequenta e via dicendo. Ci sono stati anni della mia vita in cui era davvero impossibile non farsi sedurre da questo mondo, almeno dove vivo io, almeno nella maggior parte dei locali che ci sono, almeno dalla frequenza degli incontri fatti, delle conoscenze che seppur leggere erano presenti attorno a me. Poi si cresce, poi si stringono rapporti autentici, poi si fa il liceo classico, poi ci si iscrive a lettere, poi si leggono libri, poi arriva anche la sclerosi multipla che nel suo male nasconde nuove prospettive di pensiero e quel piano di vita si allontana e diventa solo un modo di essere diverso dal tuo. Con il proprio sistema è cresciuto pure lui, ha fatto il suo di percorso, è diventato un uomo, col suo lavoro, i suoi impegni e che l’altro ieri mi ha chiamata per fare due chiacchiere e per sapere come sto soprattutto. Ciascuno ha il numero dell’altro perché per molti anni ci siamo sentiti periodicamente per lavoro: lui gestisce un paio di locali molto modaioli, ovviamente, di cui io parlavo sul giornaletto pubblicitario per il quale scrivevo. Ancora una volta niente amicizia, scambi professionali diciamo, condotti in ogni caso su toni di allegra simpatia. Arrivando a quel finto segreto che ho custodito con gelosia e orgoglio. La sapevano tutti la verità, anche lui, ma solo la sedia a rotelle ha alzato il sipario dando l’occasione per svelare pensieri sinceri. Qualche tempo fa l’ho incontrato in banca, l’avrei evitato ma non è stato possibile, mi è corso incontro, mi ha abbracciata, sono felice di vederti ha detto, l’ho sentito vero. E l’altro giorno al telefono lo stesso, vengo a prenderti appena passa quest’estate folle e si va a bere un caffè insieme, sto impazzendo ha quasi gridato, la gente non capisce che anche nei locali si devono mantenere le distanze di sicurezza, ché questo cavolo di Coronavirus è vivo e vegeto, ché le mascherine vanno messe in faccia non sui polsi. E mi è venuto in mente che lui è stato il mio primo amore, alle elementari mi aveva fatto prendere una bella cotta e volevo sposarlo: avevo capito che era una persona per bene evidentemente Mica male per essere una bambina.