Mi avevano detto che sarebbe potuto succedere, anzi che sarebbe stato molto più che probabile succedesse. Non avevo sottovalutato l’informazione, diciamo che l’avevo messa in un ripostiglio nascosto perché quando si tratta di negare l’evidenza, dio mio, quanto so essere brava. Ma contro la realtà dei fatti c’è poco da fare, e infatti è accaduto: l’altra sera, impegnata senza successo a superare una salita minima con la mia sedia rotelle, sono caduta all’indietro, una rovesciata da ginnasta imbranata sopra una marciapiede di mattonelle spigolose, non so se è stato più il dolore o la paura. O la vergogna, o l’umiliazione di non avercela fatta ancora una volta, o l’orgoglio messo a nudo di nuovo. So solo che durante una notte in bianco senza pace perché la testa pulsava a mille con fitte inarrestabili ho pensato di tutto, alla resa in particolare, stavolta non mi voglio rialzare mi sono detta, stavolta che si fottano i tentativi di fare del mio meglio. Perché la paura è stata tanta, potevo farmi molto male, e l’altra sera, dopo tantissimo tempo ho pianto. Ma poi: clic. Come sempre scatta un clic. Sono io che faccio clic mentre penso che sono caduta ed era meglio se non succedeva certo, ma facendo un rapido bilancio oltre ad un bernoccolo grande come un’albicocca altro di grave non c’è, dolore sì e pure molto, passerà presto o tardi, c’è anche una paura smisurata ma voglio vedere chiunque al mio posto, però alla fine dei conti sono queste le regole del gioco dentro il quale sono capitata e io non sono tipo da tirarsi indietro per viltà. ‘Fanculo a te sclerosi multipla, mi hai tolto troppo per darti anche questa di soddisfazione.