Alla fine ho dovuto cedere. Ho alzato le mani e mi sono arresa: ho chiamato al lavoro e ho detto non vengo, perdonatemi, credo sia meglio così, il rischio c’è mica posso fingere ancora per molto che non ci sia. La mia direttrice mi ha detto: ci penso da giorni a te, è la scelta giusta, sarebbe imprudente, sei senza difese immunitarie, non voglio rischiare. E cosi sono a casa, quello che non volevo, perché mi fa sentire diversa, sono strana, lo so, l’Italia è ferma e io non posso tollerare uno stop momentaneo, pensa te. Tutto da stamattina è chiuso, però io, proprio io, non posso ammettere nessuna debolezza. Il fatto è che per me cambia davvero tanto, io voglio farcela oltre ogni limite, soprattutto quelli della ragione. Con la sclerosi multipla sono legata ad una fune che lei tiene ben tesa, non molla mai, talvolta dà uno strattone maledetto, ma io ci sono, reggo per quanto possibile, potrei mai evitare? Non io. Chiedere di poter stare a casa è stata una violenza nel cuore difficile da tollerare ma so che è stata la decisone giusta. Oggi ero di turno di pomeriggio, avevo già compilato l’autocertificazione per spostarmi ma poi ho pensato che era davvero stupido non fare i conti con la verità: tutti a casa è io no, immunodepressa, con una malattia dai mille tentacoli, capace di accendersi e fare danni anche solo con un raffreddore, la stronza. E quindi ho ceduto, sconfitta. Perché io le cose le prendo alla leggera, si sa. Ma stavolta che potevo fare? Nulla in effetti e così eccomi a casa.