Mi ha chiamata uno dei miei ex capi, l’unico da cui avrei tollerato una telefonata, a cui avrei risposto, di cui ho ancora il numero. Mi ha buttato sul piatto una micro proposta di lavoro, una collaborazione casalinga, uno smart working singolare che farebbe venire a galla quello che si faceva in ufficio quando si lavorava insieme. Ho detto va bene senza pensarci troppo su, con una serie di clausole ben chiare che erano già previste, ha detto. Non si tratta di rivoluzionare la mia vita lavorativa di oggi, non cambio nulla, continuo a fare quello che faccio, ma se tutto va in porto mi consento di riaprire varchi che potrebbero farmi star bene soprattutto perché in ballo ci sono angoli di passato nutriti anche di pura bellezza. Dentro il progetto ci entro io, la mia ex compagna di scrivania, amica di ieri, amica di oggi e lui, quell’ex capo che non è certo l’ultima delle cause di quel feroce licenziamento ma che almeno era quello bravo. Rileggo le ultime righe e dentro ci trovo tutto quello che quasi vent’anni di lavoro hanno scritto nella mia vita. Tanto, compreso quel doloroso seppure inevitabile finale. Ma ho accettato lo stesso. Credo abbia prevalso la voglia di far riaffiorare il meglio di quell’esperienza che pure c’è stato e che oggi per molti versi mi manca da morire: la mia ex compagna di scrivania e un certo clima leggero di cui anche quel mio ex capo faceva parte. Era la comunicazione il nostro lavoro e in questo ambito proprio quell’ex capo, la mia ex compagnia di scrivania e io eravamo senza dubbio i più dotati ma nel momento in cui la direzione ha cominciato a declinare proprio noi tre non siamo stati in grado di imporre a sufficienza le nostre volontà sugli altri, richiedere maggiore aggiornamento che ci serviva e che dovevamo imporre al resto della squadra, quel gruppo di incapaci, imbelli e incompetenti che si era assunto il ruolo di guidare il carro che ci ha portati dove ci ha portati. Ecco fatto il riassunto di un’epoca ancora tanto presente nella mia testa. E quell’ex capo che si è rifatto vivo con me e la mia compagna di scrivania per chiedere una collaborazione per un suo nuovo progetto è lo stesso che al momento giusto non ha battuto i pugni sul tavolo spingendoci a fare altrettanto, ad alzare la testa e chiedere più qualifiche, rifiuto per certi lavori inutili, pretesa di maggiore rispetto per le idee che di fatto avevamo: eravamo o non eravamo noi tre quelli che tiravano avanti la baracca e meglio avremmo potuto fare se solo il timone fosse stato nelle nostri mani? Ma è il coraggio che è mancato a quell’ex capo e forse anche a noi due, amiche prima che colleghe, perché arrivati al dunque della questione avremmo dovuto metterlo all’angolo per dirgli una cosa del tipo guarda ragazzo che noi si resta solo se tu cambi rotta altrimenti tanti saluti. E ora ci troviamo qui con questa sua richiesta. Punto di ripartenza? Desiderio di provarci ancora? O forse è solo un po’ di sana malinconia?
O è solo malinconia?
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Quella che prova a farcela
La sclerosi multipla entra nella tua casa senza suonare il campanello, si accomoda dentro spazi che prima appartenevano solo a te e che adesso lei fa propri. Non è facile convivere con questa ospite inattesa ma si può fare. Vedi tutti gli articoli di Quella che prova a farcela