Quel telefono che suonò troppe volte

Come oggi. Come domani. Era un anno fa. In testa ancora lo squillo del telefono. Quasi all’alba. Io che mi copro gli occhi e dico “no”. Papà. All’ora di pranzo avevano già chiamato dall’ospedale: “Dateci il consenso. Vorremmo cominciare con la morfina. Si avvia a sentire dolore”. Noi abbiamo tortellini in brodo già pronti in tavola, il programma è quello di andare a trovarlo dopo pranzo. Ma invece ci si muove di corsa. Rimaniamo da lui fino a sera, quando, tornati a casa, ci accorgiamo di non avere voglia di mangiare e buttiamo via tutto. Prima di andare da papà quel  pomeriggio chiamo il prete della nostra parrocchia, vogliamo che riceva l’estrema unzione. Saprò dopo che quelle saranno le ultime ore accanto a papà. Chissà se lui sapeva tutto. Che ero lì con lui, per lui. Gli prendo la mano. Sembra che me la stringa, capisce che sono io, è solo un caso? A un certo punto devo tornare a casa. Non chiedo perché, seguo la corrente. Mi avvicino e gli dico grazie. Per tutto quello che mi hai dato, per tutto quello che mi hai detto. Sono sincera ma sono parole che avrei dovuto dire prima. Prima di quella telefonata ricevuta alla luce di quell’alba impossibile da scordare. Come papa.

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Quella che prova a farcela

La sclerosi multipla entra nella tua casa senza suonare il campanello, si accomoda dentro spazi che prima appartenevano solo a te e che adesso lei fa propri. Non è facile convivere con questa ospite inattesa ma si può fare.

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