La ricordate la villetta di Cogne? Sì proprio quella che noi pubblico, circa trent’anni fa, abbiamo conosciuto dalla tv, imparando a verificare i suoi spazi esterni e interni in virtù di un celebre plastico che il mondo del giornalismo aveva creato per rappresentarla in versione 3D. La casa vera era stata la scena del delitto di un bimbo ucciso sul letto dei genitori. L’immagine di quella baita valdostana ha girato per settimane (ma forse più) da una trasmissione tv all’altra, da un tg che seguiva il successivo per raccontare un fatto di cronaca nera che all’improvviso aveva travolto l’informazione ma anche la voglia di sapere di noi pubblico. Una vicenda, quella di Cogne, che scatenò un episodio di cronaca nera mosso tra indagini complesse che coinvolsero oltre alla mamma del piccolo accusata di infanticidio, anche i vicini di casa, il papà del bimbo il quale forse copriva la moglie, i nonni desiderosi di stendere silenzio sulla vicenda. Storia di trent’anni fa più o meno appunto, mai arrivata a capo con criterio e serietà ma che, cosa che considero certa, ha cambiato il giornalismo italiano il quale da allora si è appoggiato alla cronaca nera come elemento portante del proprio racconto. Quante villette di Cogne abbiamo conosciuto da allora? Un numero spropositato, valido per riempire pagine di quotidiani e servizi tv costruiti tutti con lo stesso ordine: dare racconti ciechi e poco coerenti al pubblico, con figure, sempre dello stesso tipo, pronte a riportare dettagli mai realmente verificabili, testimonianze superbe eppure allo stesso modo deboli. Perché l’informazione, va detto, non fa indagini legittime, scava a caso, riporta ciò che le sembra di trovare, più niente che altro, parole, certo, ma buttate sul piatto e spesso a vuoto. Aggiungendo poi che tutti, vittime in particolare, sospettati, parenti, vengono chiamati con il nome proprio, senza cognome, come fossero amici di noi pubblico. Poco professionale, mi sembra, come aspetto giornalistico.
Da Cogne in poi
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Quella che prova a farcela
La sclerosi multipla entra nella tua casa senza suonare il campanello, si accomoda dentro spazi che prima appartenevano solo a te e che adesso lei fa propri. Non è facile convivere con questa ospite inattesa ma si può fare. Vedi tutti gli articoli di Quella che prova a farcela
Stavo pensando qualcosa di simile l’altro giorno. Dicono che ogni generazione abbia un “Delitto”, uno di quelli con la D maiuscola che rimane in mente: il delitto Moro, il delitto del Circeo, il Mostro di Firenze… Per me è stato Cogne, lo ricordo distintamente a distanza di anni, con tutto il circo – circo, appunto – mediatico che si è portato dietro.
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Per me è stato Moro: rapimento, ansia, i miei 6 anni, Renault Rossa, domande tante, nessuna risposta. Ma quella era storia non giornalismo di terza serie.
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